Mancano 5 dom al 18 dic

AMERICHE di Paolo Buffoni Damiani

A pochi passi da casa mia c’è una casa di ringhiera che tutti chiamano ancora la Corte dell’America. È a Milano. In via Padova (che è meglio di Milano). Ogni tanto, io ci vado e mi siedo in un angolo della corte. Guardo la gente che arriva e che se ne va. Non parlo con nessuno: tanto, mica ci si capirebbe. A me piace guardare e ascoltare le voci della gente che vive lì. quasi tutti parlano arabo. In maggioranza son giovani e sembrano in gran forma. Così, a occhio e croce, direi che sono egiziani, come l’idraulico che c’ha il negozietto accanto al mio portone, il signor Mahir. Molti vanno avanti e indietro con grossi sacchetti di plastica pieni di roba da mangiare. Qualcuno stende i panni. Ma quando son lì, io non penso a loro. Penso all’America: è perché m’hanno raccontato che in quella casa, grande, di ringhiera, molto tempo fa non ci stavano arabi, egiziani, marocchini: ci venivano ad abitare veneti della bassa e bergamaschi delle valli. Tutta gente da polenta. L’idea loro era di starci il tempo per fare i documenti, prendere il tramway per la stazione Centrale, salire su un treno per Genova e laggiù imbarcarsi su un piroscafo, come si diceva allora. Per l’America. Emigranti erano. A quanto pare, ci dev’essere stato qualcuno che il tramway per la stazione Centrale non l’ha preso mai: al bar tabacchi, una volta, una signora un po’ vecchia, un po’ acciaccata e un po’ cicciona me l’ha raccontato: lei, lì, nella Corte dell’America c’era nata: partorita in casa, solo con l’aiuto d’una cugina di mamma, ché non conoscevano nessuno. Nascendo lei tutto all’improvviso, i suoi genitori cambiarono programma: niente tramway, niente treno per Genova, niente piroscafo. Anche America… niente. Fecero gli emigranti lì: tra Milano e Crescenzago, quasi in fondo a via Padova. Invece, io, l’altro giorno, ero nel mio solito cantuccio, in un angoletto della Corte: dove c’è una pietrona comoda per sedersi e pensare un po’ all’America, guardando il via vai. Ma tenevo altro per la testa: c’avevo il regalo della mia innamorata: da studiarlo, da esercitarmi un po’: roba abbastanza complicata. Avevo cercato di dissuaderla, ma lei è fatta così: quando si mette in testa una cosa… manco il Padreterno! Così carezzavo il touch screen di quell’aggeggio che sarebbe un super-telefonino, che dentro ci puoi vedere l’internet, la posta e un sacco di belinate che non userò mai perché non le capisco. Insomma, una combinazione pazzesca: pensavo i miei soliti pensieri americani, con gli emigranti italiani puzzoni, la traversata e tutto quanto e intanto aprivo la mia posta elettronica con ‘sto telefonino spaziale: la casella era zeppa di messaggi della lista del Migrants Global Action Day. L’email più lunga era arrivata dall’America. Proprioo in quell’istante, roba da non crederci! Il compagno del May Day Committee di Boston aveva mandato l’appello per la mobilitazione del 18 dicembre 2011. Firmato da una dozzina di associazioni, coalizioni, comitati attivi in tutti gli stati dell’unione. Molto chiaro: spiega che le ingiustizie sofferte dai migranti si perpetuano a livello mondiale e, per questo, è necessaria una risposta globale, una lotta che va ben oltre i confini degli Stati Uniti, poi descrive le similitudini tra le politiche anti-immigrati negli Stati uniti e nell’Unione Europea. Non lesina critiche all’amministrazione Obama, nel corso della quale un milione di immigrati sono stati respinti, espulsi, deportati.

Stavo leggendo e s’è avvicinato un ragazzo: uno di quelli lì, giovani, egiziani, pieni di vita. Mi si è seduto accanto senza chiedere permesso. M’ha chiesto qualcosa che non ho capito bene. Gli ho raccontato un po’ di questa iniziativa del prossimo 18 dicembre. Ma mentre gli stavo parlando, è passata la signora che avevo conosciuto al bar tabacchi, un po’ vecchia e cicciona e un po’ malandata. Il ragazzo l’ha salutata. Così: “Ciao, America!”. Ci son rimasto di sasso. Più impietrito della pietra su cui sedevo. Ma solo per un attimo. Mi son messo presto in movimento per andare alla riunione della rete Immigrati Autorganizzati, dall’altra parte della città, al Corvetto: all’ordine del giorno c’erano le iniziative da realizzare a Milano in vista del 18 dicembre. Sul bus, continuavo a pensare alle Americhe: da Boston al civico 275 di via Padova.

Ci sentiamo qui (e su www.ildirigibile.eu). E ricordate: mancano poche settimane al 18 dicembre.

 

Redazione
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  • Grazie Paolo, ho risentito aria di ringhiera, aria pulita.

  • Attenzione, non gongolate, parla un razzista, anticumunitario, disgrazieto, pazzo furioso.
    Da qualche tempo casa mia è frequentata da una certa Signora Anna, pensate un po’ RUMENA, gentilissima amabilissima generosa onesta e con tanta voglia di fare. Finite le sue quattro ore se ne va mica, pretende di restare un quartodorino in più per finire quello che ha cominciato. Io invece, ai miei tempi, ma lavoravo per un ente, forse il paragone non regge, non vedevo l’ora di squagliarmela. Perciò a volte mi fa sentire un verme. La odio.
    Conosco un tizio di nome Ivan, Moldavo, una pasta d’uomo, capace di lavorare dodici ore al giorno, ne finisce uno e comincia un altro. La sera una doccia e alle nove già a letto. La mattina seguente, ore sei, anche prima se necessario, si ricomincia. Gli ho fatto qualche favore, me ne ha restituiti il doppio, non riesco mico a avere ragione di un tipo come lui. Io sempre più vecchio, lui che si da sempre più da fare. Beh, non mi sembra giusto.
    Tempo fa conoscevo una infermiera sudamericana, anche questa un tipaccio con triplo lavoro, non faceva altro che rendersi utile. Notti a assistere malati, giorni a assistere malati, chissà quando cavolo dormiva. Si faceva pagare, ma senza esagerare. Una mia amica ha avuto occasione di utilizzare i suoi servigi. E’ stato un sollievo, anche economico, per lei. La sudamericana è stata vista piangere quando è morto una parente di questa mia amica. Si permettono di avere anche un cuore questi maledetti che vengono a infilarci il pane in bocca.
    Li detesto per questo: ci nutrono e neppure pretendono si dica loro grazie! Tu guarda un po’ che tangheri!
    Tengo in serbo l’ultima, la peggiore di tutte. Peruana. Non ne indico il nome per timore che venga linciata, Si comporta troppo da straniera per risultare sopportabile. Anche lei, tirare la carretta e basta. Un muletto, mica una persona. E però mica tanto consapevole di essere ospitata da persone di rango superiore. Una volta l’ho sentita sussurrare, come inseguendo un pensiero molesto: certi sono proprio spietati! La pazza. Come vorrebbe che la gente fosse con chi non ha protezione? che bada solo a mettere da parte il tanto che gli serve per ritornarse a casa propria con il sufficiente a sollevarsi dalla pregressa miseria? che è esterrefatta di come le cose funzionano da noi? Mi fa rabbia, mi fa. Ho cercato di spacciarle il solito concetto di quanto si stia bene in Italia, il paese più bello del mondo ecc. ecc. Lei dice sì, sì, ma poi sempre parla di tornarse a casa sua, dove nessuno la guarda storto e il peggio che possa incontrare è un delinquente di quelli tosti. Mai e poi mai un datore di lavoro italiano.
    Ma lasciamo perdere.
    Razzista sono e razzista rimango. Sono un tipaccio. Davanti a casa mia ho messo il cartello: vietato l’ingresso a cani, gatti, ricconi e italiani. Loro, nonostante l’odio, gli stranieri li faccio entrare. Mi fido. Gli italiani no, mi fido poco. Anzi, non più.
    Datemi torto, se volete. Non ne sarò turbato minimamente.
    Miglieruolo

  • Ho ecceduto? Chiedo scusa. Ma bisognava pure, per raddrizzarlo, torcere il bastone dall’altro lato!
    Miglieruolo

    • il cartello, poi diventato famoso e riciclato in mille salse, portato da italiani in una manifestazione a Treviso diceva: “Immigrati per favore non lasciateci soli con Gentilini”.
      Non hai esagerato
      db

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