Mark Adin: Novara razzista?

Non mi piace parlare della mia città. Mi addolora gettare uno sguardo su ciò che è diventata oggi. Se non ne conoscessi tutti i sassi, oggi stenterei a riconoscerla. Ma un amico (Daniele) mi chiede di commentare un articolo di Claudio Fava, titolo “Novara razzismo Italia” apparso sull’Unità il 16 ottobre, che ho letto sommando altro dispiacere civile al magone per il declino che vi è descritto. Fa male, fa male dentro rispecchiarvicisi. Ho il cuore di burro? Forse. Questa città è razzista? Figuriamoci. Certo Fava picchia duro: vediamo.

Comincerei dal fatto che l’articolo è stato sostanzialmente ignorato, in loco. E questo la dice lunga. Il colpo, pur essendo stato vibrato con evidente intenzione di andare a segno, è stato incassato senza problemi. “Gnanca un plisseè”- come direbbe Jannacci – neanche una piega, non una scalfittura.

Apre con una appassionata introduzione di sapore salgariano, nella quale il Nostro si sdilinqua appresso a cartine geografiche evocatrici del viaggio, a sentir lui strumenti di conoscenza tra i popoli ergo affratellatori tout-court (che dire dell’uso delle mappe da parte di guerrafondai e colonialisti? Lo dico così, tanto per sfruculiare). Uno dei novaresi illustri, lo dico a titolo esemplificativo, Ugo Ferrandi, fu ottocentesco esploratore di terre che il fascismo avrebbe poi sciaguratamente annesse all’impero. Usava, e a sua volta compilava, quelle cartine geografiche che sarebbero state successivamente stampate dal citato Istituto De Agostini. Dopo essere stato “cannato” agli esami ginnasiali, somaro, Ferrandi si imbarcò, esplorò e finì, insieme a Bottego, col cercar l’Omo (turismo sessuale? ma va’ là). Fu anche sopra i suoi lavori cartografici che Graziani massacrò popoli. Mi sembra che dire che le cartine, di per sé, contengano un valore ecumenico sia opinabile.

Veniamo alla ciccia. Claudio Fava va, di seguito, al punto ed elenca le ordinanze sindacali che hanno portato una ventata di celebrità, negativa, alla mia “piccola città bastardo posto”. Tutto vero: lo sceriffo padano – oggi consigliere regionale con importante delega nella giunta del novarese Cota – vieta gli assembramenti dopo la mezzanotte nel parco cittadino a più di tre persone, dispone che i locali dei negher devono distare almeno 150 metri uno dall’altro, intima di non mangiare il kebab per strada, impone alle insegne baluba di italianizzarsi, e agli stranieri che vogliono una licenza commerciale di superare un esame di cultura generale. E’ stato un periodo così, di creatività leghista. Mi vengono in mente le strampalate grida di manzoniana memoria: a furia di essere emanate in quantità e per ogni stronzata ognuno le interpretava a modo suo, facendo come gli pareva. La sinistra – dio mi perdoni se così la chiamo ancora – ha preso cappello e si è indignata. Orcamadò. Parliamoci chiaro: ci mancherebbe che fosse stata d’accordo, ma qui si guarda il dito e non si vede la luna. Qui si diagnostica il sintomo senza conoscere la malattia. E finchè si fa questo, temo proprio che la Lega prosperi.

Claudio Fava si scaglia poscia contro uno dei vessilli leghisti – la tradizione – ovvero, traggo pari pari dal suo testo “parola che oggi profuma di razza, che sa di privilegio. Parola ariana”. Mi viene subito da chiedermi se il sicilianissimo Fava abbia mai letto il suo conterraneo Pitrè.

Al di là di questo penso – e così polemizzo – che Tradizione sia oggi meglio traducibile con Identità. Credo inoltre che la sinistra abbia commesso un errore nell’abbandonare nelle braccia leghiste la Tradizione, sottovalutando, schifando e abbandonando tale collante identitario, considerandolo un vecchio arnese. Certo a questa sinistra il problema identitario non pertiene (ah ah! Risata, per l’appunto, sinistra) Lasciamo perdere, parliamo d’altro. Parliamo del trave, non del nonnulla. Un concetto mi è caro: quando lascio uno spazio, qualcuno lo occupa. Non è così difficile La Lega c’è dove la sinistra latita.

Tempo fa il campione del becero strillare, Borghezio, è venuto personalmente a Novara ad aspergere, bontà sua, di piscio di porco il terreno antistante la moschea. Gesti che gli appartengono. La moschea, ricavata in un vecchio magazzino, è sita in quello che fu, fino agli anni settanta, il quartiere operaio della mia città. Da ragazzino, vedevo ancora file interminabili di tute blu – mio padre era uno di loro – che in bici o in motorino, a piedi o in pullman, andavano o tornavano dal lavoro. Le fabbriche si chiamavano Rhodia, Donegani, Rotondi, Wild, Scei, Sorgato, Pan Electric, Montecatini, Falconi, Cascami e seta, Doppieri, Fonderia Ferrari, Max Novo, Novapack, Commens, Cge, Amut, S.Andrea… Non una, dicasi NON UNA è rimasta. I circoli operai, quelli gloriosi, quelli che affiggevano con malizia i cartelli “Oggi polenta e preti”, quelli dai quali alla domenica partiva la diffusione de l’Unità e dell’Avanti, sono diventati ritrovi di pensionati col mezzo litro sul tavolo e le carte da scopa in mano, abbandonati da una sinistra fatta di funzionari di partito con la sedia attaccata alle terga e ceto medio in cerca di commesse professionali. Giro di valzer prima delle elezioni e ciao. Il tasso di rinnovamento del Partito dalle Belle Speranze è ben rappresentato a Novara da Giuliana Manica, Pci, Pds, Ds, Pd: è al suo quarto mandato in regione. Non gliene faccio una colpa, è che la disegnano così, come Jessica Rabbit.

Sono apparse, mi pare su Repubblica, due interviste ad altrettanti giovani della Lega, abitanti in paesi dell’hinterland novarese. Uno di questi, età intorno alla trentina, alla domanda dell’intervistatore su quale fosse stato il motivo di avvicinamento alla Lega rispondeva con candore imbarazzante che da ragazzino andava alla Festa dell’Unità che veniva organizzata dalla locale sezione del Pci: si ballava, si mangiava un salamino, si stava un po’ insieme. La festa dell’Unità, in seguito, non si era più fatta. Erano incominciate le feste della Lega. In fondo si facevano le stesse cose, si mangiavano gli stessi salamini.

Caro Daniele tu hai conosciuto la città com’era, abbiamo comuni amici qui, quasi tutti terroni. Il nostro carissimo Rocco, avanguardia di fabbrica, militante appassionato, responsabile di servizio d’ordine, condotta limpida e generosa, lo puoi trovare tutte le mattine che “scende il cane che lo piscia” sotto casa, come tutti i pensionati integerrimi.

A me mi trovi qui solo perché mi aizzi tu, fetente carissimo, e bestemmio tra i denti.

Una delle cose che Fava non dice della mia città è che l’amministrazione comunale leghista si è scagliata violentemente contro la Caritas – rea di aiutare economicamente anche gli extracomunitari e non solo i Padani indigeni & indigenti – che ha risposto a muso duro. Noterai che non parlo dell’intervento, in questa diatriba, della sinistra. So che ti chiederai perché, so che arriverai a una conclusione.

Ne parli, Claudio Fava, ai suoi colleghi.

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