Memorie in confusione

di Giorgio Chelidonio (presidente circolo Arci di Verona Arcipelago)
“Non ci sono demoni, gli assassini di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano.  Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, un strada rischiosa, la strada dell’ossequio e del consenso, che è senza ritorno”. (Primo Levi, da “La ricerca delle radici”, Einaudi)

Il 27 gennaio si celebra  la “giornata della memoria”, istituita con una legge approvata nel 2000 dalla Camera dei Deputati con 443 voti favorevoli e 4 astenuti. Una ritualizzazione della memoria collettiva, mutandola in evento e circoscrivendone l’esercizio a 1/365.
Non si deve dimenticare che la memoria va nutrita con l’esercizio quotidiano e critico, senza delegarla a nozionismi indotti da contingenti ragioni di parte.
Come pure non si può non ricordare che per la stragrande maggioranza degli umani fin qui vissuti, la memoria è stata funzionale all’esperienza infra-generazionale: nutrita dalla viva voce fra genitori e figli, sfumata dal tempo fra nonni e nipoti, trasfigurata nel mito, spesso riscritto, oltre la soglia di poche generazioni. Come dire che l’esperienza individuale si fa apprendimento solo se la nostra rete neuronale la codifica in forma di “memoria a lungo termine”: senza ricordare non si impara e non si può insegnare!
L’ansia di parte di archiviare “lo studio del genocidio degli ebrei che, per le sue enormi dimensioni, rappresenta un’inesauribile fonte di riflessione che tocca tutti gli aspetti dell’esistenza e della storia umana” (A.Wieworka), ben si sposa alla tendenza mediatica di consumare l’oggi, in tutte le salse purché vendibili. Il XX secolo non é stato l’unico “secolo della memoria rimossa”, e la damnatio memoriae (1) era  già praticata nel XIV secolo a.C. (2): il non ricordato non era mai esistito.
I termini “forestiero”, “barbaro” non erano in origine basati su segni fisici, ma di appartenenza; si era pagani in quanto abitanti del pagus, il villaggio contrapposto alla città, i cui abitanti erano cristianizzati; termini sufficienti per identificare nel diverso uno stereotipo di nemico, al quale attribuire colpe e nefandezze di ogni tipo. Il falò di libri e biblioteche furono sempre accesi dal timore che ortodossie e fondamentalismi nutrivano verso la memoria.
“Legebat libros” fu il capo d’accusa contro un artigiano in un processo del XVI secolo (3), perché in qualsiasi società o comunità a pensiero unico “l’aver cervello” può essere un handicap, ma volerlo usare é percepito come colpa grave.
Queste sono le reali radici culturali dei razzismi di ogni tempo, tradotte all’occorrenza con accuse-slogan: “i tedeschi tagliano le mani ai prigionieri” di 85 anni fa circa, o con “i comunisti mangiano i bambini” di 50 anni fa.
Konrad Lorenz affermava che non è la storia a ripetersi ma i difetti, i lati oscuri dell’animo umano. Perché la rete di memorie sia funzionale al presente ed al futuro, bisogna quindi non dimenticare le relazioni fra i singoli fatti, le sequenze nel tempo e nello spazio e soprattutto le responsabilità, per potere perdonare senza dover dimenticare.
Dopo l’11 settembre 2001, un giornalista cileno scrisse al presidente Bush invitandolo a ricordare negli anni futuri quella data non solo per le 3000 vittime dell’attentato alle Twin Towers, ma anche per gli oltre 30.000 cileni uccisi in seguito al colpo di stato del 1973, del quale è necessario ricordare non solo la data ma anche il sostegno statunitense.
Il 2003 ha rinnovato su scala planetaria questi insegnamenti: l’Irak andava invaso perché Saddam a loro dire sicuramente nascondeva armi di distruzione di massa, ma poi, non avendo trovate le “smoking guns” (pistole fumanti, cioè “il colpevole con l’arma ancora in mano”), si è persino provato a motivare l’occupazione di quel paese dicendo che non era certo migliore quando vigeva la feroce dittatura.
Istituzionalizzare l’idea di memoria collettiva su un singolo fatto storico, per quanto rilevante, risulta riduttivo, ma soprattutto fuorviante perché mummifica nel rito le funzioni evolutive del ricordo, preferendogli l’evento, proponendo mediaticamente la forma come sostanza. Ricordiamo e facciamo ricordare ogni giorno, come prevenzione all’essere condannati a ripetere la storia solamente per averla ignorata o confusa con una celebrazione simbolica.

http://www.grillonews.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1257&mode=thread&order=0&thold=0
PS. Quasi 7 anni dopo il tema della memoria rimossa riaffiora prepotentemente : una legge francese contro il “negazionismo” (4) ricorda il genocidio degli Armeni (5), e provoca  una crisi politica con il governo turco che, a quasi un secolo di distanza, considera offensivo ammettere quegli orrendi massacri e deportazioni (6).
(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Damnatio_memoriae
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Akhenaton
(3) Infelise M., 1999: I libri proibiti, Editori Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari
(4) http://it.wikipedia.org/wiki/Negazionismo
(5) http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno
(6) http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_22/Francia_Turchia_armeni_dba81480-2cbe-11e1-a06d-72efe21acfe6.shtml

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