Messico: la blogger che sfida i narcos

 

di David Lifodi

Almeno fino alla scorsa primavera, la blogger che sfida i narcos abitava nel nord del Messico: scovata dai giornalisti del quotidiano inglese The Guardian, ha accettato di rilasciare un’intervista utilizzando un nickname e rendere pubblica la sua storia e quella de El Blog del Narco (www.blogdelnarco.com), un blog messo su soltanto pochi anni fa, ma tra i più visitati del paese in una realtà sociale in cui i giornalisti hanno smesso di occuparsi della guerra dichiarata dai potenti cartelli della droga: i reporter uccisi, ormai, non fanno più notizia.

La venticinquenne che, insieme ad un amico web master, ha deciso di pubblicare notizie, foto e video (molto spesso truculenti) legati alle stragi dei narcos, ma anche alle connivenze delle forze dell’ordine in quello che ormai si è tramutato in un narcostato, ha 25 anni, è una giornalista, vive in clandestinità e dice che ama il suo paese: per questo ha scelto di svolgere un prezioso quanto rischioso lavoro di controinformazione. Per ora i narcos e la corrotta polizia messicana non hanno mai preso Lucy, questo lo pseudonimo con cui è conosciuta, ma dalle sue stesse parole traspare che i signori della droga sono stati assai vicini ad acciuffarla molto spesso. Il Messico è un paese senza alcuna legge, il cui numero per morti ammazzati è ai livelli dei desaparecidos di cui si resero responsabili le dittature sudamericane del Cono Sur negli anni ’70-’80. Roy Carroll, il giornalista inglese del Guardian che le ha rivolto alcune domande (via skype) pubblicate sul quotidiano del 3 aprile scorso, ha scritto che “per tre anni Lucy ha fatto la cronaca della guerra ai narcos, pubblicando foto, video e storie raccapriccianti che pochi osano mostrare e attirando milioni di letture, applausi e denunce – per non parlare delle speculazioni sull’identità del cronista”. Attraverso il blog Lucy non si limita a raccontare soltanto il mondo violento dei narcos e le loro vittime, ma rende pubblica la sua inquietudine e la sua amarezza per un paese in agonia, nel quale, solo per restare agli ultimi anni, la guerra alla droga lanciata dall’ex presidente Felipe Calderón si è rivelata un fallimento totale, mentre l’attuale inquilino di Los Pinos, Enrique Peńa Nieto, nei suoi pochi mesi di presidenza, ha cercato di silenziare ancora di più il problema dei cartelli della droga. Del resto, in Messico funziona così: Vicente Fox giurò che avrebbe risolto la questione dell’insurgencia zapatista in quindici minuti, e terminò il suo mandato con un indice di popolarità bassissimo, mentre Peńa Nieto, che pure nei giorni scorsi si era vantato per l’arresto di un pezzo grosso degli Zetas, intende mettere la sordina al problema. Non si parla dei narcos e quindi non esistono, ma il governo e i signori che sono a capo dei cartelli della droga rappresentano la stessa faccia della medaglia di un paese dove i diritti umani e civili sono calpestati quotidianamente. Tra gli attacchi cibernetici che ha subìto il blog, denuncia Lucy, alcuni provenivano proprio dal governo, ma più di una volta gli stessi narcos le hanno fatto capire di essere sulle sue tracce. È successo nel 2011: due collaboratori de El Blog del Narco, che Lucy conosceva solo tramite e-mail poiché le mandavano immagini di sequestri, cadaveri torturati e sparatorie con la polizia, sono stati uccisi e, accanto ai loro corpi, gli assassini hanno lasciato una tastiera e un mouse. Come dire: sappiamo chi sei e possiamo venirti a prendere in qualsiasi momento, ben esplicitato dal macabro messaggio, a firma Zetas, ritrovato poco lontano dai cadaveri dei due informatori. “Questo è quello che succede a chi posta cose divertenti su internet. Sto per venirvi a prendere”, hanno scritto i sicari. Nonostante il rischio di fare lei stessa quella fine, e magari trovarsi postata su altri blog che, nel solco de El Blog del Narco, hanno iniziato a svolgere un’opera di controinformazione simile, Lucy ha pubblicato un libro, edito dalla casa editrice statunitense Feral House e pubblicato, per adesso, solo negli Usa, dedicato a toda la gente buena de México. Il volume, Dying for the truth: Undercover Inside Mexico’s Violent Drug War, riporta la storia di due anni di stragi, quelle del biennio 2010-2011. D’altra parte la stampa, sempre più terrorizzata, ha smesso di occuparsi del problema, in un paese che figura ai primissimi posti per il numero dei reporteros ammazzati: che si tratti del femminicidio di Ciudad Juarez o dei cartelli della droga, i narcos sono riusciti ad imporre al paese anche una loro agenda informativa. Eppure, si chiede il giornalista del manifesto Gianni Proiettis (grande conoscitore del Messico) sul suo blog, Popocatépetl, dove ha riportato per intero l’intervista del Guardian, “è giusto che una piaga così grave e preoccupante come le narcoejecuciones, le esecuzioni giustiziere dei cartelli, possa venire nascosta alla società?”. E, sempre Proiettis, sottolinea come l’Unione Europea abbia firmato nel 2000 un “Accordo di associazione economica, concertazione politica e cooperazione con il Messico” che dovrebbe vincolare gli stati firmatari al rispetto dei diritti umani, ma i paesi del vecchio continente, compresa l’Italia, si sono guardati bene dal far applicare.  Dal suo punto di vista, Peńa Nieto ha scelto la strada di non fare proclami altisonanti contro i narcos (non ci sono solo gli Zetas, ma anche il cartello di Sinaloa, solo per citarne un altro di primo piano), però, come il suo predecessore Calderón, di fatto ha puntato tutto sull’applicazione di leggi repressive senza ottenere alcun risultato: nei primi tre mesi del suo governo sono almeno tremila i morti ammazzati per mano dei narcos. E così, mentre Peńa Nieto cerca di mostrare il suo volto più duro (che lo ha sempre caratterizzato, vedi la selvaggia repressione del maggio 2006, in qualità di governatore dello stato di México, contro la gente di San Salvador de Atenco in lotta per scongiurare la costruzione di un aeroporto), il paese è vittima della guerra tra i cartelli della droga e di una polizia corrotta e violenta.

Questo è attualmente il Messico, un narcostato che la giovane blogger Lucy vuole cambiare, poiché, “malgrado quel che succede, non siamo tutti narcos, assassini o corrotti, ma siamo un popolo educato, anche se molti stranieri pensano il contrario”.

Redazione
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4 commenti

  • In latinoamerica non solo il Messico e’ una narco societa’. Lo e’ senz’ altro la Colombia ed in parte anche il Peru’. Il narco non e’ solo crimine ma estetica e cultura: i narco films, i narco racconti, le narco canzoni e quindi anche i narco blogs. Da questa situazione oramai storica l’ uscita non e’ l’ azione poliziesca ( polizia e trafficanti sono facce della stessa medaglia) o azioni morali come il blog di cui si parla. La soluzione e’ politica e si chiama legalizzazione della droga, di tutte le droghe. Non e’ facile anche partiti o movimenti rivoluzionari hanno le idee chiare in merito.

  • Correggo ultima frase:
    NON E’ FACILE. ANCHE PARTITI E MOVIMENTI RIVOLUZIONARI O DI SINISTRA HANNO LE IDEE POCO CHIARE IN MERITO.

    • Ciao Francesco, concordo con la prima parte del tuo commento.Di certo esiste un’estetica e una cultura dei narcos, non solo in Messico, ma anche in Perù, Colombia e, per certi aspetti, in Brasile, per non parlare del Centroamerica. Concordo anche sulla necessità della legalizzazione delle droghe e sulle idee poco chiare di partiti e movimenti rivoluzionario, però a me l’azione della blogger sembrava positiva e coraggiosa in un paese dove la libertà d’informazione è divenuta un optional e c’è una vera e propria strage di giornalisti che si interessano di narcotraffico o di femminicidio.
      Un’ultima cosa: ad agosto il blog rallenterà un po’ e anche le mie finestre, ma ho già pronte alcune scordate. Se ti vengono in mente argomenti da approfondire per settembre, anche insieme, sono ben accetti.
      Ciao, David

      • Ciao David,
        Non metto in discussione il coraggio di Lucy come sono convinto che la tua nota sia,come al solito, molto buona. Ho solo voluto sottolineare come un possibile obiettivo politico per la sconfitta del narcotraffico sia la legalizzazione delle droghe. Di tutte le droghe. Una problematica sulla quale le idee credo non siano chiare. Le mie innanzitutto.
        Tematiche latinoamericane: il pianeta centro e sud america e’ vasto e ricco di contraddizioni e lotte. Ho appena dato la mia adesione ad un’ azione di Survival a difesa del popolo guarani’ del Brasile e sto scrivendo una nota su Tina Modotti una mia antica passione. Su Tina e’ stato scritto molto, anche cose che riprendono ombre che la stampa borghese di allora getto’ su questa comunista. Cerco di dire cose diverse o che per lo meno sento.
        La mia nota sull’ Etiiopia e’ oggetto di un confronto politico con compagni eritrei che sta causando degli approfondimenti. Al termine te la invio. Non la propongo al blog, perché con Daniele su Eritrea non c’è accordo.
        Un caro saluto, buon lavoro e buone ferie,
        Francesco

        Posto scriptum
        Sto anche preparando una nota di auguri per il compleanno del generale Giao: 25 agosto.

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