«MILANoLTRE 2016»

Conclusa la trentesima edizione del festival

di Susanna Sinigaglia

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La 30° edizione del festival è stata particolarmente lunga, ha avuto infatti inizio il 30 settembre e si è conclusa il 16 ottobre. Come sempre, molte le compagnie impegnate nella rassegna ma con livelli qualitativi estremamente diversi, a volte incomparabili.

Da notare quest’anno il tentativo, non sempre ben riuscito, di rappresentare nella coreografia trame o d’introdurre testi come avveniva nel balletto tradizionale, palesemente in controtendenza con tutta la ricerca della danza – e dell’arte – contemporanea, che tende a svincolarsi da qualsiasi intento descrittivo e didascalico. Potrebbe, tuttavia, avere spunti interessanti qualora non significasse un ritorno a vecchi canoni; o una confusione e sovrapposizione di linguaggi come si è visto nel pretenzioso lavoro di Susanna Beltrami, «Con tus Ojos», durante la giornata conclusiva del festival.

Deludente comunque la presenza italiana, anche se il mio giudizio è forzatamente parziale in quanto non mi è stato possibile assistere ad alcuni lavori come quello di Antonio Montanile – «Dismisura, ovvero j’ai pas d’autre choix» – o della Fattoria Vittadini, che nell’edizione dello scorso anno di Milanoltre avevo apprezzato, o di Michele Merola con le sue coreografie «Bolero» e «Carmen».

Ho visto invece la performance di Adriana Borriello, un inno al proprio ego della durata di 60 minuti; per la sezione Under35 i lavori di Laura Boato, Laura Pante e Collettivo statolento, uno studio su «Giselle» il primo, «Cute» e «Perché deserto» rispettivamente intitolati gli altri due; la Compagnia Zappalà in una coreografia delle tre presentate – «Instrument 1, scoprire l’invisibile» – che voleva essere una rappresentazione della “sicilianità”. Vi ho apprezzato l’uso dello scacciapensieri (in Sicilia si chiama anche marranzano) che scandiva la costruzione e i tempi della danza, l’energia e la flessuosità dei danzatori, tutti maschi, che a volte si lasciavano però andare a gesti stereotipi. È uno dei casi in cui è stato introdotto all’improvviso un testo recitato da uno dei danzatori, in una scena abbastanza suggestiva di per sé in quanto evocava l’immagine di una figura antica, il cantastorie – per restare in Sicilia – o il corifeo per spostarci in Grecia. A me è sembrato però un’aggiunta esterna non abbastanza integrata con la coreografia di cui avrebbe dovuto far parte, dato che il lavoro verteva su una serie diversa di registri.

Fra i lavori degli Under35 nessuno mi è sembrato degno di nota benché i primi due fossero sicuramente, sia per tecnica sia per ricerca, nettamente migliori del terzo, che sembrava interpretato da giovani dilettanti più che da professionisti invitati a un festival non proprio secondario come quello di Milanoltre.

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Molto diverso il livello professionale delle compagnie estere: la prima performance cui ho assistito è stata «Verklärte Nacht» (un omaggio a «Notte trasfigurata» di Arnold Schönberg) di Anne Teresa De Keersmaeker, mancando purtroppo alla rappresentazione di «Fase Four Movements To the Music of Steve Reich», il suo capolavoro. Pur essendo di alta qualità, si percepisce che «Verklärte Nacht» è un esperimento un po’ discordante rispetto all’indirizzo di ricerca proprio della coreografa. Innanzitutto, l’intento narrativo che ci viene indicato nella presentazione sembra tradito nella performance così come interpretata sulla scena; la coreografia dovrebbe raccontare la storia di un rapporto di coppia in cui s’insinua un terzo, che in effetti compare fugacemente all’inizio. Lei aspetterebbe un figlio da quest’altro uomo e cercherebbe di farsi perdonare dal suo compagno; ma nel gioco che si stabilisce fra i due, tutto ciò non si coglie. È chiaro il conflitto in atto, con l’uomo girato di spalle mentre la donna cerca in tutti i modi di blandirlo e riconquistarlo salvo che, una volta raggiunto il suo obiettivo, sparisce lasciando il compagno da solo.

Di grandissimo livello il lavoro di Marie Chouinard, e su tutti i piani: ricerca coreografica, studio del movimento e dell’immagine, del linguaggio pittorico, teatrale e poetico. Marie Chouinard e i suoi performer non finiscono di stupire per la fervida immaginazione, la perfezione formale, l’ecletticità e ricchezza di proposte. Nelle prime due performance, «Le cri du monde» e «Le sacre du printemps», è stato interessante osservare l’evoluzione del lavoro sull’handicap presentato dalla compagnia l’anno scorso a Milanoltre – in «Soft virtuosity, still humid, on the edge» – come sia stato integrato nella creazione coreografica e faccia ormai parte della qualità del loro gesto. In «Le cri du monde» i tratti caratteristici sono il segno nero sul petto dei performer, orizzontale per le femmine e verticale per i maschi, e il grido – soffocato o manifesto – che in assolo o in coro sembra scaturire dal profondo delle loro viscere e della loro psiche; inevitabile l’accostamento con «L’urlo» di Munch. È anche un lavoro guerriero, a tratti rabbioso e a tratti disperato, una miscela che in parte si ripropone e in parte si trasfigura in «Le sacre du printemps», per cui bisogna dimenticare tutte le versioni coreografiche precedenti. Qui si passa dal ritmo cadenzato e incalzante delle prime sequenze all’incontro procreativo di esseri fra il vegetale e l’animale, con lunghe propaggini appuntite che fungono da membri, becchi, corna, germogli, rami. È la danza della natura che si riproduce: non c’è dramma con sacrificio finale come nell’opera di Stravinskij ma entrambi sono incorporati nello scorrere stesso della danza, che interpreta l’esistenza.

L’apice della creatività e della magia viene però raggiunto in «Hieronymus Bosch, The Garden of Earthly Delights». Avevo già visto l’anno scorso, sempre a MILANoLTRE, il lavoro su Henry Michaud che mi aveva incantato, un incanto che si è ripetuto rivedendolo quest’anno. Tuttavia il lavoro su Bosch raggiunge un gradino ancora più elevato nella ricerca d’integrazione dei linguaggi. Sul proscenio appare «La creazione del mondo», il grande dipinto raffigurato su due ante che si aprono sul «Giardino delle delizie» nella parte centrale cui fanno da corollario, all’interno delle ante, da un parte «Il Paradiso terrestre» e dall’altra «L’Inferno musicale»1. Sulla scena, le due ante aperte sono in realtà due schermi su cui appaiono i dipinti laterali. Le varie fasi della coreografia sono altrettante incarnazioni dei vari gruppi di immagini che appaiono sui pannelli, prima su quello centrale, il giardino, poi su quelli laterali, restituendo la ieraticità e nello stesso tempo l’inquietudine che trasudano dal grande trittico. I corpi e i volti, entrambi ricoperti di una patina bianca che li rende eterei e diafani, si modificano e si plasmano in un’interpretazione che non è una semplice imitazione delle figure e delle azioni dipinte ma una ricreazione performativa, fino a che non entra in scena la grande bolla della creazione, un’enorme sfera in cellophane dentro cui alla fine si ritirano i danzatori come in un grande ventre. Il lavoro della Compagnie Chouinard, che all’inizio ho temuto potesse scivolare nel didascalico, segna invece una nuova tappa nel lungo percorso del connubio fra danza e arti visive in uno scambio che, quando realizzato, trasforma i danzatori in frammenti pulsanti di immagini.

Infine «Gymnopédies», un intermezzo gioioso sulle tre composizioni al pianoforte di Erik Satie dove proprio nel gioco i performer hanno pienamente modo di mostrare tutta la loro abilità di passare da un linguaggio all’altro, da un registro all’altro: dalla danza, naturalmente, al suono della tastiera, dall’interpretazione clownesca a quella appassionata nelle sequenze a due, alla classicità del nudo integrale sempre esibito con grande eleganza. Ed è entusiasmante notare quale grande intesa e affiatamento leghi i danzatori, elementi essenziali per raggiungere risultati tanto eccellenti.

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    TUTTE E TRE LE IMMAGINI si riferiscono ai lavori di Marie Chouinard

1 Per una descrizione dell’opera di Bosch e i suoi possibili significati allegorici, vedi per esempio al link #0000ff;">http://www.frammentiarte.it/2014/13-trittico-delle-delizie/.

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

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