Modesto (e superbo?) quel Musorgskij

#00000a;">di Mauro Antonio Miglieruolo

#00000a;">

Nel finale del Boris #00000a;">Modest Petrovič Musorgskijdiavolo di un patronimico! – fa dire con imperio al sovrano morente che è ancora lui l’imperatore e deve essere obbedito, per subito dopo pronunciare una inusuale parola, perdono (così tradotta ordinariamente, ma che in russo potrebbe anche significare “scusate”); l’ultima che pronuncia prima di soccombere alla tirannia dell’impietosa padrona di tutti noi.

La palese contraddizione umiltà / superbia può lasciare perplessi. Il tormentato Boris Godunov fa appello al dispotismo e nello stesso momento si abbassa tanto da diventare uguale agli uomini dei suoi tempi (cioè si innalza tanto da diventare uguale a chiunque). Un sovrano che si piega alla necessità di essere uomo fra gli umani! Si tratta di arbitrio da parte del grande compositore russo o messaggio segreto – segreto anche per #00000a;">Musorgskij che tocca a noi ascoltatori decifrare? Una impresa improba. In particolare per chi, come me, non conosce l’opera ma per chiunque, dovendo entrare nella singolarità di un morente: il quale può essere diverso da come è vissuto, avere un momento di verità o aggiungere mistificazione alla mistificazione, concludere nell’equivoco l’indefessa attività di tante vite e tanta vita. In particolare non sono riuscito a intendere se la richiesta di perdono è ispirata dalla persecuzione di una cattiva coscienza oppure dall’improvvisa consapevolezza che l’essere sovrano comporta la responsabilità diretta o quantomeno la complicità in innumerevoli efferati delitti. Il che sarebbe comunque qualcosa.

Potrebbe anche essere che l’opposizione dialettica nasca da un improvviso rifiuto dell’abitudine all’imperio, vizio in cui, col tempo, cade chiunque svolga una funzione di potere. Il potere corrompe: più è la brama di esercitarlo, maggiore la rapidità con la quale l’umanità nell’uomo scompare, insieme ai limiti e al contegno inizialmente sussistente. Boris avrebbe dunque compreso di aver perduto tutto, sprecato la sua occasione. Ogni creatura viene al mondo per andarsene diversa da come è nata. Con un mandato: superare i propri limiti e entrare in sintonia con il creato. Boris muore tormentato dai rimorsi, oscuramente consapevole di non essere approdato a nulla; che può vantare la sola misera povertà e transitorietà di aver esercitato un potere fine a sé stesso, escluso dalla possibilità di diventare il proprio fine.

Ma io non sono qui per analizzare o anche solo censurare il personaggio; o comunque dolermi dell’opera dei Prìncipi, la cui condizione è tale che più infelice non potrebbe essere: ridursi alla condizione di boia dei propri simili, per godere di un ossequio che solo con la ferocia può ottenere. Che abbia contribuito o meno alla morte dello zarevic Dmitris Ivanovic – morte che gli spiana la strada per il trono – a me poco importa. Non sono il suo giudice, non suo suddito. Vorrei andare oltre (concedetemelo) le storie ordinarie della follia “degli individui alfa” per cercare di estrarre del melodramma un qualche insegnamento che ci renda nello stesso tempo più cauti e più coraggiosi nei confronti di coloro che, con i più vari pretesti, cercano di ridurci a gregge.

E considero.

Che ognuno è Re, in obbligo di dare e chiedere obbedienza, come sovrano assoluto, anche se con i modi più illuminati.

Che ognuno è nell’opportunità (più volte nella vita, nonché durante il gran finale) di chiedere perdono per non essere stato con sé stesso e gli altri, nella pienezza del proprio essere e proprie funzioni; cioè al servizio di tutti, sé stesso incluso; mentre ne è stato – proprio perché ne è stato – Imperatore, a volte della peggior specie.

L’uomo è per vivere da nababbo, nel grado che è nella sua percezione; per vivere con i suoi mezzi e all’interno di sue proprie aspirazioni. Può. La vita è abbondanza, i suoi avi gli hanno lasciato il mondo in eredità, del quale si è improvvidamente lasciato spogliare. Egli stesso, mediante la tecnica, ha dato possibilità alla Terra di elargire la dismisura. I tempi, le lotte rivoluzionarie dei nonni, gli permettono di intravedere una meta diversa dalla condizione generale di penuria e di oppressione in cui sono tenuti. E invece – guarda un po’ – scarsità, miseria, umiliazioni, ossequio ai grandi della Terra (persone umanamente mediocri), infelicità e digrignar di denti.

Qualunque sia l’età in cui muore, chi ha lasciato che il suo spirito venisse mortificato e ucciso anzitempo muore già morto sin dal primo signorsì pronunciato o atto di conformismo commesso.

Imporre dunque a sé stessi e al mondo rispetto per la propria volontà e dei diritti naturali, fra i quali il primo è il diritto di non piegare la schiena; in quanto imperatori nessuno è più in alto di noi, salvo la propria coscienza. Non rivendicare questo ruolo costituisce il tradimento più grande, un vero e proprio delitto, l’irrimediabile che conduce alla rovina. All’impossibilità di raccogliere la grande eredità che il lavoro dei giganti che ci hanno preceduto ha prodotto per noi. Imperio allora sulle nostre viltà, pigrizie e paure. Imperio sulla realtà e sui nostri simili di fronte ai quali ci inginocchiamo. Imperio su noi stessi, per non scambiare il nostro diritto al rispetto e all’intangibilità come possibilità di offesa verso il prossimo (ma questo è il Nostro Potere, tanto diverso da quello di Boris e consimili).

È per amicizia con sé stessi che occorre prendere le distanze da costoro unti da sé stessi che si proclamano Unti dal Signore, inclusi Presidenti e General Manager; inclusi tutti noi che senza volercene rendere conto uguale dispotismo abbiamo esercitato sui vicini e propri familiari. È per amicizia con sé stessi che occorre e anzi è necessario essere ribelli. Per non dover alla fine chiedere perdono.

Ecco il finale dell’opera.

BORIS: Dio! Dio! che pensar! Potrò avere la pietà? O morte dura… oh, come serri forte! (la processione si ferma. Boris si alza di soprassalto) Aspettate! ancor son Zar! (appoggia la mano sul cuore e ricade sulla poltrona) Ancor son Zar! Muojo! Dio! Perdonami! (ai Bojardi, indicando il figlio) Qui, il vostro Zar! Perdono perdono !..

I BOJARDI: Spirato!

(NOTA: Fëdor, il figlio di Boris regnerà per meno di tre mesi, rovesciato da una rivolta dei boiardi)

 

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.