Monica Lanfranco: un partito… per farci che?

Appunti di una femminista sul bisogno di partito: come, quando e perché lo vorrei accanto. Delle cinque doppie W che il buon giornalismo considera indispensabiliper raccontare il mondo – Who (chi) What (che cosa), Where (dove), When (quando), Why (perché) – all’inizio di questa riflessione ce ne sono due manifeste (il cosa e il chi sono sottintese) e l’aggiunta del come denota l’attenzione tutta femminile, e femminista, per le forme, che nella politica delle donne sono molto importanti e che si traduce in una parola carica di non leggeri significati: relazione.

Per non indugiare oltre vado dritta al cuore del problema, la relazione appunto, con questo maschio assai virile, e quindi un po’ ottuso, che è il partito (non certo solo questo partito ma ogni partito, da sempre) e dirò che l’unico padrone, e datore di lavoro che mi abbia mai licenziato, e pure in tronco, e aggiungo ad una settimana da Natale è stato un partito. Quello comunista italiano. All’epoca ero giornalista ai primi passi nella rete di potentissime tv di proprietà del Pci, che fece l’errore colossale di non capire che in Italia  si stava giocando la partita decisiva per il controllo dell’informazione e per incuria e ignoranza dei  suoi dirigenti politici svendette le frequenze radio e tv, e non valorizzò i tanti giornalisti, giornaliste e personale tecnico che aveva contribuito a formare consegnando un patrimonio culturale, economico e politico a un giovane e arrogante imprenditore in ascesa e non ancora molto conosciuto che si chiamava Silvio Berlusconi.

E’ un pezzo di storia italiana non molto nota questa, che però varrebbe la pena di conoscere meglio, per non ripetere sbagli imperdonabili, se mai si potesse imparare dagli errori.

Sono passati 25 anni  da allora, e dall’alto di questo tempo trascorso posso dire che per molti versi quella scellerata, ingiusta e iniqua decisione (il licenziamento sul versante personale, ma in un contesto fortemente politico che fece molti danni) ha cambiato la mia vita non solo in senso negativo.

Mi ha aiutata, per esempio, a capire che come femminista, ovvero come attivista per i diritti delle donne e quindi come portatrice di pensiero critico verso i luoghi collettivi, simbolici o concreti, del privato come del politico, non avrei mai potuto trovare pace e agio definitivo da nessuna parte, quindi nemmeno in un partito, anche quello più (sedicente) vicino ai miei bisogni di donna, di attivista in cerca di cambiamento, di giustizia, di pace, di pari opportunità, di felicità.

Non solo perché un partito è una filiazione tipicamente umana, e quindi piena di contraddizioni, imperfezioni, e retaggi di patriarcato, di dipendenze dallo spirito monolitico che vede il mondo con l’ottica del “o con noi o contro di noi” e non ammette sfumature e conflitti creativi ma appunto ragiona spesso secondo schieramenti aprioristici con i quali non si può capire in modo critico la realtà.

Nel suo Manifesto per la soppressione dei partiti politici, data 1943 (una lettura che consiglio  vivamente a chi ha passione per la politica) Simone Weil motiva il suo pensiero assai radicale dicendo che i partiti sono organizzazioni verticistiche e inquadrate, per questo autoritarie e repressive. Difficile darle torto, allo stato dell’arte mezzo secolo dopo questa sua analisi.

Ho imparato da Lidia Menapace che i partiti sono ormai nella fase del non ritorno della propria crisi di senso e di identità, e che, come si faceva un tempo con il riso per mondarlo, la politica oggi è necessario metterla in un setaccio e separare i chicchi utili dai sassolini, che non costituiscono il nutrimento, ma pesano soltanto nel sacchetto. Fra questi sassolini ci sono i partiti, e nel sacchetto della politica stanno davvero pesando troppo, come zavorra.

Sarebbe francamente bellissimo svegliarsi un mattino e all’improvviso poter accedere a strumenti nuovi e laici e davvero utili per intervenire nella realtà e nella società, ma non è così. Quindi eccoci qui, una attivista attempata che sa piuttosto bene che in questo Paese c’è purtroppo, assieme a molte altre, una emergenza enorme che si chiama democrazia, e una sinistra in generale come area culturale e sociale, e alcuni partiti di questa area latamente intesa che, nel giro di pochi anni, hanno cancellato un patrimonio di consenso, di progettualità, di competenze e di desiderio di cambiamento che andava ben oltre il numero delle persone iscritte ai partiti che stavano in Parlamento e che si dicevano di sinistra.

Non posso dilungarmi sulle mie modeste opinioni circa le cause di questa progressiva catastrofe che oggi si materializza, tra l’altro, in modo pesante, nella assenza fisica di corpi di donne e di uomini di provenienza socialista, comunista e femminista, nonviolenta e pienamente laica nel Parlamento. Penso che in questi ultimi anni ci sia stata una formidabile miopia, una spaventosa autoreferenzialità, una tendenza litigiosa, stupida e incapace di cogliere i segnali di pericolo che poi si sono concretizzati nell’attuale consenso a un regime autoritario. Questi difetti e disattenzioni hanno gravato, dal Pci in poi, su tutte le varie formazioni partitiche a sinistra che si sono succedute. Credo che tutte queste formazioni, nessuna esclusa, abbiano progressivamente perso il senso del proprio essere e del proprio scopo: essere non un fine, ma un mezzo, uno strumento, e quindi l’aver smarrito il proprio ruolo ha determinato il fallimento inevitabile che era all’orizzonte.

Penso che la responsabilità delle varie, gravi e pesanti sconfitte non dei partiti della sinistra, ma del progetto di cambiamento a sinistra di questo Paese non sia da ascrivere alla forza della destra, del suo progetto, ma alla debolezza intrinseca della sinistra stessa, alla sua superficialità nel non sapere cogliere i segnali di barbarie in avvicinamento, nella sua rigidità ideologica che è davvero un (avvilente) primato tutto italiano.

Per virare un po’ verso la leggerezza (ma solo in apparenza) permettetemi un excursus poetico-canoro, davvero la prima suggestione che mi è apparsa quando ho pensato a cosa portare in questa vostra assise.

Alla parola “partito” nella mia memoria è scattato il monologo di un grande artista e intellettuale (nonostante lo si considerasse solo un cantante che) – uno fra i tanti –  la sinistra non ha abbastanza apprezzato e capito: Giorgio Gaber.

Non farò (perché non sono nemmeno da lontano come lei) ciò che talvolta fa Vandana Shiva. Nei suoi interventi spesso Shiva canta, perché in India nella cultura degli e delle intellettuali c’è la pratica del canto assieme a quella più rituale della conferenza e dell’intervento parlato, ma abbiate un attimo di pazienza e seguite con me questo brano del monologo tratto da E pensare che c’era il pensiero. Il pezzo, del 1974 e ripreso nel  1995, si chiama La realtà è un uccello.

 

Da quando è nato l’uomo è un cacciatore, affascinato da prede sempre nuove, alla ricerca di una strada da inventare, un cacciatore che spara al mondo che si muove. La realtà è un uccello che non ha memoria

devi immaginare da che parte va. (Parlato) La realtà, che uccello! È più furbo del gallo cedrone. Ma io insisto, organizzato lo inseguo, mi apposto lo curo, tuta mimetica, concentrazione. Cip cip… Ridicoli. Qualità secondarie, non mi interessa. Roba da riformisti, poi scrivono: “Dopo dure lotte abbiamo preso tre beccafichi e due fringuelli”, che uccelli!

No, aspetto ben altro, io. Ecco, fermo, ora passa di lì, tutto calcolato, una scienza. Frrr… pazienza! Potrei anche andare a fagiani, che è più facile. Co… Coccococcoco…co… Roba da ministri, cacciatori in pensione. Qualcuno spara dal 1920. Pum… completamente rintronati. Anche la vista ormai. Poi ce lo vedi Andreotti nel bosco? Che segugio!

No, il cacciatore vero è tutto un’altra cosa, è giovane e attento, studia, si prepara. Io mi son segnato tutto su un quadernino, non si può più improvvisare, spontaneismo finito. Ora è tutta una roba di quaderni. Dunque, prima l’uccello è passato di lì, poi è passato di qui, adesso dovrebbe ripassare di lì. Anzi, deve, secondo la ben nota teoria. Frrr… Gianbattista Vico, che imbecille!

La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va.

È un uccello strano che mi gira intorno, è da tanto tempo che gli dò la caccia, ma non ha abitudini questa bestiaccia, mi fa impazzire la sua ambiguità.

Sono affascinato da un uccello strano, che non è mai vecchio, che non ha passato.

Devo anticiparlo, devo inseguirlo, altrimenti muoio di normalità.

La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va.

(Parlato) Stavolta lo becco. Sì mi sento più giusto, più a posto, perché lui… Flo flo flo… vola, è forte, velocissimo e io… Pum… lo anticipo. È chiaro, l’anticipo è tutto. Guardiamo Marx “Pum” che anticipo! Bel cacciatore, eh? Ha sempre colpito. È chiaro, aveva capito l’anticipo. Ha sbagliato solo quando ha provato a sparare troppo avanti. Sì, lui diceva: Inghilterra, Stati Uniti… Pum… e l’uccello: Russia, Cina… Ma per il resto ha sempre fatto centro con una mira infallibile. Ha sempre fatto centro perché aveva capito l’anticipo. Anche noi l’anticipo, anche noi l’anticipo, anche noi l’anticipo… Pum… in ritardo. Come mai? Andava così bene prima. Sì, nel dopoguerra l’uccello sembrava lì a tiro e noi ci siamo mossi bene, ci siamo allargati. Ma è possibile che quell’uccello lì non ne tenga conto? C’abbiamo un partito di quelli vecchi, solidi, abbiamo acquistato anche un po’ di potere. Non per comandare ma per guidare, è un’altra cosa. Per guidare nove milioni di cacciatori. E intanto che sei lì che gli insegni il comportamento, la strategia, il compromesso, l’uccello via che fila, madonna come fila! L’unica possibilità è quella di attirare la sua attenzione… Fhhh, fhhh, fhhh… Sì, il richiamo è fondamentale. Ultimamente è diventato molto grosso, un richiamone tipo festival con frittelle e bandiere, una cosa enorme, industriale.

Ma lì l’uccello non ci va più perché c’è solo il dinosauro che ci tiene a diventare storico.

Forse l’uccello preferisce altri richiami. I giovani ne hanno di più artigianali, sì, a bocca: “Uha-uha, uha-uha, uha… viva Marx… uha… viva Lenin, viva Mao… uha-uha”.

Era lì, sembrava che venisse, è arrivato lì vicino ed ha detto: “Bravi!” ed è andato via.

Ma come mai? Ma come, eravamo così avanti, abbiamo modificato tutto, l’impostazione, il linguaggio, tutto. Sì, ci chiamiamo ancora compagni, ma compagni militanti, è qui la novità. Militanti, da milizia, l’Impero Romano e l’uccello via lontanissimo. Allora noi con volontà e con passione cerchiamo l’uccello, no, ci organizziamo! Ma se non c’è l’uccello cosa ci organizziamo a fare? Non si sa, intanto ci organizziamo. Che è anche difficile, perché la gente se non vede l’uccello non spara. Qualunquisti!

Ci criticano, non capiscono che noi nell’organizzarci abbiamo tendenze nuove, sorprendenti, cose mai viste. Volantini, manifestazioni, feste popolari. E poi una cosa grossa, sì, una cosa grossa con la sede, la segreteria, il direttivo. Ma però in tanti! No, non nel direttivo, no, dicevo il… adesso non mi viene… una cosa nuova, aspetta, una roba… un partito! Che invenzione, eh!

Gaber pungolava allora i partiti a sinistra a non guardare solo, appunto, alla forma del partito, ma a curare i contenuti della politica, a mettere da parte quell’ossessione sulle forme organizzative che avevano portato nei Paesi del socialismo reale alla drammatica realtà delle società totalitarie e al soffocamento dei movimenti dal basso, alla perdita di senno e di senso dell’agire politico. Non fu ascoltato. Qualcuno, a sinistra, lo bollò come “borghese” e reazionario, senza capire nulla di ciò che diceva, ma soprattutto nulla di quello che stava per accadere in questo Paese. 

Nel 1973, prima che la tv italiana diventasse la principale, e per molti milioni di persone in Italia, l’unica fonte di conoscenza, informazione e sapere per la collettività, Pierpaolo Pasolini in un filmato rintracciabile on line diceva: “La televisione cancellerà il patrimonio originale di differenze e ricchezze non solo linguistiche ma anche sociali e politiche di questo Paese, e ci consegnerà al dominio”. Pasolini morirà due anni dopo, proprio poco lontana dalla spiaggia dalla quale parlava di cose che a trent’anni di distanza sarebbero diventate la tragica realtà che viviamo ora.

Quella profezia si è avverata: le differenze sono diventate particolarismo, i confini da valicare si sono trasformati in barriere, il nostro è diventato solo mio, le ricchezze comuni che venivano dallo sforzo di alfabetizzazione e dalla cultura condivisa di diverse provenienze, quelle comuniste, socialiste, cristiane del dissenso, dei movimenti ambientalisti, dei movimenti delle donne, pur se conflittuali, sono stati spazzati via dalla scena pubblica.

In mezzo, la crisi dei partiti della sinistra, che si ostinavano a pensare di poter continuare a  essere egemoni. Avevamo bisogno, noi dei movimenti, noi cittadini e cittadine non piegati dalla burocrazia (anche da quella dei partiti, non solo di quella delle istituzioni) di strumenti e non vi abbiamo trovati.

Un esempio? Dopo le luci e le ombre del G8 di Genova proprio la mia città andava alle elezioni comunali le 2002, e per un breve momento sembrò che si potesse realizzare una lista aperta, davvero dialogante con le forze sociali e le associazioni nonviolente e radicate sul territorio, una lista non frutto di mediazioni misere e tutte dentro le logiche di partito: si parlò di una candidatura simbolica di Don Gallo a sindaco (come quella naufragata e altrettanto simbolicamente dirompente a Milano di Dario Fo), attorniato da donne e uomini con grande competenza, legami e saperi vicini ai bisogni della città. Una lista laica, non la solita lista delle varie chiesine, delle segreterie dei partiti. Non se ne fece nulla, neanche si provò a ragionarci. Anzi per far posto, in modo strumentale, a un uomo e a una donna “di movimento” si scalzarono due indipendenti che davvero erano stati per anni competenti e utili in consiglio comunale. Un disastro. Così è successo anche in molti altri luoghi, è inutile negarlo. Per non voler parlare solo di sconfitte dirò che almeno il vostro partito (in questo intervento mi riferivo a Rifondazione comunista) è stato utile per dare spazio a due persone di sapere e di valore, in Europa, come Vittorio Agnoletto e  Luisa Morgantini. E’ qualcosa di buono, ma è davvero una goccia.

I partiti della sinistra, anche voi, eravate troppo presi a litigare, anche a salvaguardare quel poco o tanto potere consolidato, per mettere il naso fuori. Il cambiamento è parola che  si nomina volentieri, ma fra il dire e il fare…

E siccome, come ancora mi insegna Lidia Menapace, nella politica maschile il sostantivo potere ha perso la sua primaria funzione di verbo ausiliario (poter fare, poter amare, poter cambiare, l’enfasi non sul potere ma sull’altra azione) ed è diventato un verbo assoluto, come negare che anche i partiti della sinistra siano diventati un formidabile ingranaggio per perpetuare il potere di pochi, sempre gli stessi soggetti, in stramaggioranza maschi bianchi, non più al servizio della politica e quindi della collettività, ma aspiranti a vita alla carica di politici di professione? Anche questo è un primato terribilmente tutto italiano, e su questo vi rimando a un esilarante (fra le lacrime) video- fumetto realizzato da Bruno Bozzetto al suo sito web sull’anomalia italiana nei comportamenti sociali e politici rispetto agli altri popoli in Europa.

Certo, non confondo il popolo italiano con i suoi attuali governanti, né generalizzo rispetto a chiunque investa energie dentro alla politica tradizionale e quindi dentro ai partiti, però non posso  e non voglio negare l’evidenza: le immagini messe insieme nel documentario Il corpo delle donne da Lorella Zanardo, imprenditrice tornata in Italia da poco tempo e catapultata nell’orrore avvilente del mercato luccicante e violento di giovani donne in tv parlano non solo dello specchio della miseria televisiva italiana, ma anche di quella culturale, sociale e umana di questo Paese. Parlano del silenzio degli uomini, specialmente di quelli di sinistra, dei suoi intellettuali, dei suoi partiti a sinistra, che hanno smesso di pensare, di ascoltare, di studiare, di imparare dai movimenti, dalle reti, dalle associazioni sui territori, dalle esperienze laiche e non allineate.

C’è sempre qualcosa di più urgente, di più importante, che i partiti e i suoi uomini hanno da fare, piuttosto che seminare, ascoltare, imparare. Del resto si è visto questo meccanismo anche nelle primarie del Pd: con tutte le critiche sacrosante da fare sia a Franceschini che a Marino ha vinto, e di parecchio, il politico della tradizione, l’uomo dei meccanismi, quello che può garantire (la recentissima vicenda del crocefisso lo dimostra) un dialogo non di rottura con il potere al governo. Per la cronaca avrei votato Marino, e mi spiace non averlo potuto fare, per quello che significa. 

Se sono qui oggi, e di questo vi ringrazio davvero, lo devo alla relazione feconda con una donna.  Una donna, data l’evidente mia distanza dai partiti, che non esaurisce la sua identità dentro questo partito. Erminia Emprin mi ha interpellata da femminista e coinvolta a partire da un progetto, quello della rivista Marea, che è diventata (come è nella sua vocazione) uno strumento condiviso per stabilire relazioni con donne di gruppi, associazioni e istituzioni che nel territorio lavorano sui temi della nascita, dei diritti riproduttivi e del fine vita; relazioni fertili che stanno seminando in tutto il paese momenti di incontro, riflessione ed azione, dove la rivista, e chi vi ha scritto, sono risorse disponibili e riconosciute, grazie soprattutto al prezioso lavoro di Erminia, che ha messo a disposizione la rete di rapporti e la competenza accumulata nella sua vita e nella sua esperienza parlamentare. Sono già in calendario alcune presentazioni del numero della rivista, intitolato Il corpo indocile a Milano, a Perugia, a Parma e a Genova, e questo è per noi già un successo perché significa che questo lavoro è coerente con le nostre finalità, cioè tessere tra le fila della società civile cultura, impegno, responsabilità e diritti, rispettando ciò che ciascun territorio ha già come risorse locali, rafforzando i rapporti e riportando alla base ciò che spesso viene trattato come merce di scambio all’interno del Palazzo o tra le segreterie dei partiti. La politica, insomma, almeno per come la intendo io.

Una pratica politica basata sulla relazione, che non riproduce i meccanismi della affiliazione tipici dei clan, delle tribù esclusive, e anche dei partiti. Si è lavorato su un progetto, si cammina assieme e si mettono in comune gli strumenti che si hanno a disposizione, e se fra questi c’è anche un partito esso è utile perché è uno strumento fra gli altri, non l’unico né il primo. Se così non fosse vincerebbe la logica malata e ristretta tutta familista dell’appartenenza unica e a senso unico (un partito, che invenzione!) e invece c’è il senso del limite di ciascuna, con la sua storia e i suoi luoghi, tutti parziali e tutti perfettibili, perché, appunto, strumenti e non fini.

Mariella Gramaglia, in una assise tutta di donne, intorno all’89, quando ancora esistevano i grandi partiti a sinistra ma esisteva anche una politica a sinistra invitando Achille Occhetto sul palco per fare un saluto gli disse, provocatoriamente: “Facci vedere gli attrezzi”.

Ecco. Anche io vorrei vedere degli attrezzi. Se i partiti sono oggi ancora necessari per garantire la democrazia, quella che resta e che bisogna comunque salvaguardare dal pericolo incombente del totalitarismo del presidente del Consiglio più alto che intelligente e dei suoi scherani, allora che siano in grado di farsi strumento per il cambiamento: che siano più laici, più leggeri, meno litigiosi e ideologici, composti da donne e uomini non in cerca di carriera ma capaci (come ancora invitava Gaber) di “buttare lì qualcosa e andare via”. La realtà, la politica della quale la realtà ha bisogno per essere migliorata, la politica della quale io ho bisogno, passa attraverso la fine della partitocrazia e la nascita di alleanze creative tra movimenti e singole persone capaci di mettersi al servizio della comunità per governare i bisogni e dare le migliori risposte alle nostre domande collettive.

www.monicalanfranco.it  www.mareaonoline.it   www.altradimora.it  www.radiodelledonne.org

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Potremmo sempre sostituire i partiti con delle belle multinazionali, pardon, cororations. Sono così di moda oggi! E sono anche tanto femminili!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.