«Non superare la soglia»

recensione di Gian Marco Martignoni al libro-intervista con Giorgio Nebbia

La storia dell’ambientalismo nel nostro Paese, fra le tante figure di primo piano che hanno contribuito alla sua nascita ed evoluzione (Laura Conti, Antonio Cederna, Fulco Pratesi, Virginio Bettini, Enzo Tiezzi ecc.) deve un riconoscimento particolare all’impegno a tutto campo profuso da Giorgio Nebbia, che per il suo carattere mite e riservato non ha mai amato i clamori della ribalta mediatica.

Docente di Merceologia all’Università di Bari, parlamentare della Sinistra Indipendente per un decennio sia alla Camera che al Senato, consigliere comunale a Massa Carrara ai tempi della tormentata vicenda Farmoplant, fra i promotori delle più importanti associazioni ambientaliste (WWF, Italia Nostra, Lega Ambiente) Giorgio Nebbia, in occasione del suo novantesimo compleanno, è stato intervistato da Valter Giuliano per l’agile e preziosa collana Palafitte, fiore all’occhiello delle edizioni Gruppo Abele.

«Non superare la soglia» (pag. 125 euro) si presenta – oltre che come sintetico “compendio di ecologia” – si presenta come un testo da diffondere nelle scuole, da far conoscere a quanti rivestono un ruolo nella pubblica amministrazione e ai tanti tecnici e professionisti che operano quotidianamente nei diversificati ambiti territoriali. Infatti, le indicazioni di lavoro che provengono dalla testimonianza di Nebbia e dalle sue riflessioni sia sul piano planetario che su quello locale-nazionale sono preziose e lungimiranti, a partire però da una considerazione amara ed eloquente: «Se non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, i governanti del mondo devono, invece, adattarsi a tenersi le valli che franano, le città allagate e i campi inariditi».

Purtroppo, risale al 1970 la relazione della Commissione De Marchi sulle criticità del territorio italiano, che aveva stimato in diecimila miliardi di lire in dieci anni le risorse necessarie per un piano di difesa e di tutela del territorio, dopo l’alluvione del Polesine del 1951, i duemila morti per la frana del Vajont e le alluvioni di Firenze e di Venezia del 1966.

In quasi cinquant’anni non solo è stato fatto poco e nulla in quella direzione di lavoro ma i cambiamenti climatici, l’abusivismo, la dissennata “pianificazione” urbanistica e la cementificazione selvaggia hanno ulteriormente aggravato la situazione di dissesto del territorio, provocando una catena senza fine di morti e dolore, oltre a una valanga di soldi dirottati per il risarcimento dei danni.

A fronte di tutto ciò, la classe politica invece di avviare un urgente programma decennale di spesa di 2 miliardi di euro all’anno finalizzato alla “cura” del territorio, concentra da tempo l’attenzione, le risorse e le priorità del Paese su opere pubbliche socialmente inutili come la TAV Torino-Lione e il Ponte di Messina, per poi, con la complicità dei media, spargere lacrime di coccodrillo a ogni tragedia annunciata.

Nebbia segnala come sia opportuno non lasciarsi ingannare dalla retorica del linguaggio, che ha lo scopo di conciliare l’inconciliabile, coniando i termini che oggi vanno per la maggiore: sviluppo sostenibile, decrescita felice, economia circolare, rifiuti zero ecc.

Il modo di produzione capitalistico è di per sé insostenibile, per via del principio dell’accumulazione illimitata, che si scontra con «le leggi di crescita e declino di tutti gli esseri viventi, come avevano già evidenziato Marx ed Engels nella loro opere, comportando una violenza e uno sfruttamento della natura, con cui, volenti o nolenti, siamo e saremo costretti a fare i conti. Così come il feticismo della crescita illimitata, simbolicamente rappresentato dalla percentuale registrata annualmente dal prodotto interno lordo, non può contemplare il suo opposto, ovvero la decrescita, per di più felice. Il grande contributo fornito dall’ecologia è quello basato sulla legge dell’entropia, sulla scorta del secondo principio della termodinamica e dell’elaborazione di Georgescu-Roegen, per cui in ogni ciclo merceologico avviene un processo di degradazione della materia sotto forma di scorie e rifiuti. La società neoliberista, fondata sull’iper-consumismo e l’obsolescenza programmata, è quindi destinata inevitabilmente a entrare in contraddizione con i limiti fisici concernenti la disponibilità delle risorse naturali del pianeta, con tutti i rischi che si prospettano per le future generazioni».

Quindi, a partire da questa consapevolezza, Nebbia intravede nell’utilizzo dell’energia solare e nell’innovazione dei cicli merceologici l’ancora di salvezza per la sopravvivenza dell’umanità, nell’ottica di una graduale transizione a quella società “biotecnica” auspicata già negli anni trenta da Lewis Munford.

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