Noterelle post-elettorali del Nicaragua

Riflessioni a seguito delle presidenziali di domenica 7 novembre

di Bái Qiú’ēn

Non aver paura di chiedere, compagno! / Non lasciarti influenzare, / verifica tu stesso! / Quel che non sai tu stesso, non lo saprai (Bertolt Brecht).

Alcuni numeri

Con l’articolo precedente pensavamo di aver esaurito le problematiche numeriche delle recentissime elezioni nicaraguensi. Come spesso ci accade, sbagliavamo a causa della non conoscenza dei voti assoluti. E ci siamo basati esclusivamente sui dati percentuali forniti ufficialmente.

Solo un paio di giorni dopo la chiusura dei seggi, il Consejo Supremo Electoral (CSE) si è degnato di comunicare che il numero degli elettori recatisi ai seggi aveva raggiunto i 2.860.559 su 4.478.334 e che i voti validi erano 2.704.705.

Le schede in bianco e quelle annullate, pertanto, sommano a 155.854. Il che significa che, aggiunte agli astenuti (il 34,77%), 1.763.629 aventi diritto, per le ragioni più varie, non avevano ritenuto importante esprimere il loro pensiero con la crocetta su un candidato. Stiamo parlando di ben oltre un terzo degli elettori, per l’esattezza il 39,38%.

Anche facendo la tara sull’astensionismo fisiologico e lasciando ai corifei la gioia di poter dire che l’invito dei corvi dell’opposizione a non recarsi alle urne non ha fatto breccia, per un Paese da decenni estremamente polarizzato non è certamente una indicazione positiva a livello politico.

Dei voti validi, il FSLN ne ha ottenuti 2.055.342. Lasciando ai cinque partiti dell’opposizione la misera cifra complessiva di 649.363 preferenze, da spartirsi giocando a dadi come i soldati romani con la tunica di Gesù.

I numeri del Frente Sandinista

Dopo i risultati elettorali che hanno visto un aumento del 3,5% di consensi al Frente Sandinista, con quasi il 76% di preferenze, nel momento in cui il CSE ha fornito il numero effettivo dei voti ci è tornata in mente una intervista di alcuni mesi fa che #0000ff;">Fidel Moreno aveva rilasciato a Canal 4.

Sebbene in Nicaragua sia un personaggio noto persino nelle più sperdute comarcas, in Italia è un perfetto sconosciuto, se non per gli addetti ai lavori. È nato nel 1974 a Estelì, nel Nord del Paese, partecipa in prima fila alle lotte studentesche negli anni Novanta e nel 2001 è eletto deputato per il Frente.

Dal 2009 di mestiere ricopre l’incarico di Segretario generale del Municipio di Managua (dodici anni consecutivi) e, a tutti gli effetti, è il vero sindaco della capitale. È colui che conosce alla perfezione la macchina amministrativa, il personale e tutto ciò che c’è da sapere. La sua parola è il Verbo. Tanto che si vocifera che sia nella rosa dei possibili successori di Daniel come Presidente della Repubblica, il giorno in cui… Dovendosela però giocare con il più anziano Gustavo Porras, presidente dell’Asamblea nacional, sopranominato dai detrattori «il sandinista del 20 luglio», poiché prima del triunfo non si era mai interessato alla politica, limitandosi a studiare per laurearsi in medicina e dal giorno alla notte si trasformò in rivoluzionario con il fazzoletto rojinegro al collo.

Sempre ammesso che Rosario Murillo non punti i piedi per nominare a tutti i costi uno dei suoi figli. Evento da non escludere a priori, anzi.

Per dovere di cronaca, senza dubbio tentando di scongiurare questa possibilità, nel novembre del 2018 Edén Pastora sollevò il tema della successione, lanciando il sasso nello stagno, causando un certo malessere e alcune proteste all’interno del Frente con l’affermazione: «Se è morto Gesù Cristo, non si vede perché non debba morire Daniel Ortega». E aggiunse l’interrogativo: «Chi sarà il nostro prossimo candidato quando al nostro comandante Dio manderà un ictus, una malattia grave, una incapacità per dieci o dodici anni, una morte certa?»

Per farla breve, quando accadrà l’inevitabile, è probabile che si assista a una versione reale del film di Desmond Davis Scontro di Titani. E il vincitore sarà colui che avrà l’appoggio delle Forze Armate e della Polizia nazionale.

Tornando al 4 agosto scorso, il giornalista televisivo Alberto Mora chiede all’intervistato Fidel Moreno: «Quante persone hanno già una tessera come militanti del Fronte Sandinista, perché c’è stata una Giornata [di proselitismo; n.d.t.], ricordo, tanti anni fa?»

Fidel Moreno risponde: «Abbiamo avviato una nuova campagna di tesseramento, la Promozione del 40° Anniversario nel settembre del 2018. Dalla campagna del 40° Anniversario che abbiamo iniziato a settembre 2018 fino ad oggi abbiamo poco più di 2 milioni 100.000 nicaraguensi con la tessera del Frente Sandinista». Ovviamente con una età superiore ai sedici anni come previsto dallo Statuto del Frente.

Una cifra di tutto rispetto, in un Paese di sei milioni e mezzo di abitanti: partito definibile «di massa». Come possibile raffronto, si può pensare ai 2.250.000 iscritti che il PCI ebbe come massimo nella sua storia (nel 1947).

All’epoca, i soliti critici espressero alcuni dubbi sulla cifra fornita, ritenendola gonfiata. Non giunse alcuna precisazione dal Frente né fu presentato alcun documento a sostegno. Ciò nonostante, ci fidiamo della parola di Fidel Moreno, non avendo dati che la smentiscano.

Però, dopo le elezioni ci è sorto un piccolo dubbio, una inquietud, come direbbero i nicaraguensi. Se gli iscritti in agosto erano oltre due milioni e centomila, come è possibile che i voti assoluti per il Frente in novembre siano solo 2.055.342? Sulla carta, solo con il voto dei militanti il Frente avrebbe dovuto ottenere almeno l’80% delle preferenze nel computo dei voti validi. Stando alla matematica. È un dato che dovrebbe fare riflettere la Direzione del Frente, ben al di là della allegria per la vittoria e per le bianche colombe svolazzanti rievocate da qualche nostrano giornalista in viaggio premio a Managua, che nelle ultime settimane si è ritrovato una vena poetica. Chissà se duratura?

In teoria la differenza è minima, ma conosciamo parecchie persone che, pur non essendo mai state militanti tesserati, hanno sempre votato per il Frente e per nulla al mondo cambierebbero la loro scelta. Del resto, in qualunque Paese i cosiddetti «simpatizzanti» sono sempre in numero più elevato rispetto ai militanti (vale per qualsiasi partito). Nelle tragiche elezioni del 18 aprile 1948 il PCI e il PSI, uniti nel Fronte democratico popolare con il simbolo di Garibaldi, ottennero oltre otto milioni di voti, ben oltre la somma degli iscritti ai due partiti.

Non è una ipotesi peregrina che il 7 novembre scorso parecchi iscritti al FSLN non si siano recati al seggio o addirittura non abbiano votato per il partito al quale ufficialmente aderiscono.

Le spiegazioni di questa discrepanza fra i militanti e i voti possono essere molteplici, ma probabilmente quella più vicina alla realtà è una delle tante sottolineature che Leonel Rugama fece sul libro del canadese nato a Budapest John Kosa intitolato El hombre soviético (1964), che avevamo citato in un articolo precedente: «ci forniscono varie stime sui militanti, affermando che dal 5 al 33 per cento dei membri erano fedeli; dall’1 al 10% indifferente; e il resto opportunisti». Doppia sottolineatura sotto «y el resto oportunistas». Anche su ciò il Frente dovrebbe riflettere.

Alcuni numeri dell’opposizione

Per alcuni giorni dopo la chiusura dei seggi, assai probabilmente i rappresentanti dei cinque partiti contrincantes si sono leccati le ferite, per un risultato più che prevedibile. E hanno taciuto, fatta eccezione per Guillermo Osorno, che già il 9 novembre ha sparato a zero sui risultati ufficiali, affermando che gli scrutatori del Frente e quelli del Partido Liberal Constitucionalista (PLC) li avevano alterati e avanzando la proposta di rifare le elezioni nel novembre del prossimo anno. «I voti di Camino Cristiano se li sono rubati». E pensare che questo personaggio sta tuttora riscaldando un seggio da deputato al Parlamento centroamericano, eletto nel 2016 in alleanza con il Frente.

Nella conferenza stampa ha pure aggiunto che i supposti brogli avevano favorito, oltre al Frente, il PLC di Arnoldo Alemán, facendolo arrivare a un immeritato secondo posto: «Ciò che ha danneggiato questo processo elettorale sono stati coloro che hanno iniziato ad adulterare i voti. All’improvviso hanno cominciato ad apparire migliaia e migliaia di voti e il risultato è stato ribaltato. Il Frente ha continuato a ottenere grandi quantità di voti, mentre al CCN ne assegnavano solo due o tre. Verso le undici di sera avevamo circa 249mila voti validi ed eravamo secondi dopo il Frente Sandinista».

A parte il fatto che questo pastore evangelico non ha comunicato la quantità di voti ottenuti dagli altri partiti alle ore 23 del 7 novembre, se questo dato fosse vero sarebbe decisamente più alto rispetto agli 89.311 voti assegnati al suo partito, con il 3,30% ufficiale. Corrisponderebbe a oltre il 9% dei voti validi. Lasciando agli altri quattro partiti la spartizione del restante 15%, mantenendo inalterati quelli per il Frente. Per cui, assai difficilmente il PLC avrebbe potuto ottenere il 14,1%.

Poiché il primo dato ufficiale era stato reso noto verso le 2 del mattino dell’8 novembre (ora locale), con poco meno del 50% di schede scrutinate, riteniamo decisamente esagerato e sfiorante il ridicolo il numero dichiarato da Osorno, relativo a tre ore prima. Sarebbe infatti presumibile che, essendo riferito a meno della metà delle schede scrutinate, al termine delle operazioni questo partito avrebbe potuto ottenere oltre mezzo milione di voti, ossia fra il 18 e il 20%. Il che significava la scomparsa degli altri quattro partiti in gara e una conseguente percentuale sensibilmente inferiore di voti per il FSLN. Stando ancora una volta alla matematica.

Se poi fosse vero, come afferma sempre Osorno, che non oltre il 25% degli aventi diritto si è recato al seggio, ossia circa 1.200.000, il suo mezzo milione di voti corrisponderebbe a circa il 40%. Però, lui stesso ha dichiarato che alle 23 del 7 novembre il Frente era comunque il primo partito.

E qui ci fermiamo, per non continuare a dare i numeri e a fare impazzire ulteriormente i lettori.

L’ultimo “numero” della famiglia Ortega-Murillo

La storia, però, prosegue con una seconda conferenza di Osorno il 10 novembre, nella quale ha denunciato che, dopo le sue accuse di brogli senza prove, Telcor ha revocato la licenza a due mezzi di comunicazione di sua proprietà: il canale televisivo Canal Enlace 21 e l’emittente radiofonica Radio Nexo 89.5 F.M.

Dal giugno dello scorso anno, la direttrice dell’Istituto statale delle telecomunicazioni e dei servizi postali (Telcor, appunto) è Nahima Díaz Flores, figlia del capo della polizia Francisco Díaz. Il quale è consuocero di Ortega-Murillo, in quanto Blanca Díaz Flores, un’altra sua figlia, è sposata con Maurice Facundo Ortega Murillo.

Ogni commento ci pare superfluo.

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