Nowhere Line: Voices from Manus Island – Lukas Schrank

tutto il mondo è paese, e qualche Paese anche peggio

 

L’inferno di Manus Island, la «Guantanamo» australiana – Monica Coviello

Il centro di detenzione è stato chiuso la mattina del 31 ottobre, ma i richiedenti asilo si sono barricati nel campo abbandonato: non vogliono trasferirsi in alloggi temporanei per timore delle rappresaglie della comunità locale, ma stanno soffrendo la fame

Si tengono stretti, mano nella mano, a formare una catena umana: i richiedenti asilo, quelli che hanno cercato di raggiungere la terra australiana, senza riuscirci, protestano contro la chiusura del centro di detenzione sull’Isola di Manus, in Papua Nuova Guinea. Non sanno che ne sarà di loro. È una vera emergenza umanitaria, come segnalano le Nazioni Unite. Dalla mattina del 31 ottobre sono stati tolti luce e acqua: il centro, una «Guantanamo» australiana, è stato dichiarato «illegale e anticostituzionale» dalla Corte suprema australiana.

Era oggetto di continue condanne da parte delle organizzazioni per i diritti umani, per abusi, violenze, omicidi, torture da parte delle guardie, cure mediche inadeguate, tassi elevati di disturbi mentali, autolesionismi e suicidi.

Chi non ha ottenuto asilo politico dovrà essere rimpatriato. Molti, la maggior parte dei 600 detenuti, tutti uomini, arrivati soprattutto dal Medio Oriente e dal Sud-Est asiatico, non possono tornare indietro perché i loro Paesi non accettano i rimpatri forzati. Si sono barricati nel centro di detenzione chiuso, scegliendo di rimanere in un campo privo di cibo e acqua pulita piuttosto che trasferirsi in alloggi temporanei a Lorengau, una città vicina: hanno anche il timore di rappresaglie della comunità locale, a loro ostile. Usano l’energia solare per caricare i telefoni e cercano di scavare pozzetti per l’acqua.

A Sidney i manifestanti hanno chiesto di accogliere i rifugiati sul suolo australiano. E il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea, Petrus Thomas, ha detto: «L’Australia ha la responsabilità legale, finanziaria e morale di questi uomini».

Secondo la controversa legge australiana in materia di immigrazione, imigranti che tentavano di raggiungere l’Australia su una barca venivano spediti nei campi di Nauru e Manus. Una politica che ha scatenato molte critiche a livello internazionale, da parte dai gruppi che difendono i diritti umani, e non solo.

Un detenuto, Behrouz Boochani, giornalista kurdo dall’Iran, ha raccontato che gli uomini stanno patendo la disidratazione, la fame, l’ansia, la paura di essere attaccati e delle malattie. «Questo non è uno sciopero della fame – ha scritto -. È una situazione che il governo australiano ha creato, costringendo la gente a morire di fame e a sopportare queste condizioni dure, perché rifiuta di offrire un posto sicuro per il reinsediamento».

Julie Bishop, ministro degli esteri australiano, giovedì ha detto che «non ha nessun senso» che i detenuti rimangano al campo. Ma Nat Jit Lam, rappresentante dell’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite, ha dichiarato che gli alloggi temporanei di Lorengau non sono sicuri né completi, e sono privi di servizi. «Non ci porterei nessun rifugiato – ha detto -. Non in quello stato».

In una dichiarazione rilasciata giovedì, l’agenzia dei rifugiati Onu ha dichiarato: «L’Australia rimane responsabile del benessere di tutti coloro che sono stati trasferiti in Papua Nuova Guinea, fino a quando non si trovino soluzioni adeguate a lungo termine al di fuori del Paese».

da qui

 

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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