Nulla ci obbliga alla violenza

di Maria G. Di Rienzo

Il 16 maggio 1986, a Siviglia, un consesso dei maggiori esperti mondiali in etologia, psicologia, neurofisiologia, psichiatria, antropologia, comportamento animale, psicobiologia, rilascia la «Dichiarazione sulla violenza». «In essa – dicono – sfidiamo alcune presunte scoperte biologiche che alcuni, anche nelle nostre stesse discipline, hanno usato per giustificare la guerra e la violenza. L’abuso di teorie e dati scientifici (…) non è nuovo, ma risale agli inizi della scienza moderna. Per esempio, la teoria dell’evoluzione è stata usata per giustificare non solo la guerra, ma anche il genocidio, il colonialismo e la soppressione dei deboli».

Sarebbe troppo lungo riportare i cinque articolati paragrafi dell’intera Dichiarazione (ognuno comincia con un meraviglioso «E’ scientificamente scorretto…») ma ci sono alcune frasi chiave che mi piacerebbe si imprimessero nella coscienza collettiva del nostro Paese, e non solo.

«I geni non producono individui inevitabilmente predisposti alla violenza».

«La violenza non fa parte del nostro retaggio evolutivo ne’ dei nostri geni».

«Le nostre azioni sono modellate dal nostro condizionamento e dalla nostra socializzazione: nella nostra neurofisiologia non v’è nulla che ci obblighi a reagire con violenza».

Se non bastasse questo, a smantellare le fregnacce che attualmente impazzano sui maschi “naturalmente” violenti e sulle femmine che provocano i loro “istinti”, gioverà sapere che sul nostro pianeta esistono ancora numerose società umane in cui la violenza in generale e nello specifico la violenza contro le donne sono sconosciute. E poiché molte di esse hanno scelto di non assimilarsi e quindi non hanno beneficiato di progressi tecnologici in modo significativo, queste società pacifiche si situano molto più vicine ai livelli cosiddetti “naturale” e “istintivo” della nostra. Potrei parlarvi diffusamente di almeno una decina di esse, ma ciò renderebbe questo articolo enciclopedico, perciò mi limiterò a segnalarvi due esempi di come maneggiano le relazioni fra i sessi.

I Batek o Orang Asli (che significa “popolo originario”) vivono per lo più nelle foreste della Malesia. La loro economia si basa sulla raccolta dei prodotti della foresta e occasionalmente praticano l’agricoltura su piccola scala. I loro matrimoni sono basati sull’eguaglianza, la compatibilità e l’affetto. Le coppie prendono decisioni condivise sulle loro attività. Usualmente, la loro relazione è quella fra due “compagni” che lavorano insieme, si divertono insieme, si riposano insieme. Se il “calore” della relazione “si spegne”, come dicono i Batek, i coniugi divorziano senza che alcuna restrizione sia posta in base al sesso. Se ci sono bambini, il coniuge che se ne fa carico può contare sul sostegno dell’intero gruppo per la condivisione del cibo e la custodia dei piccoli. I padri e le madri Batek indifferentemente passano un bel po’ di tempo a coccolare i loro bambini femmine e maschi, e a parlare loro da quando nascono.

I Malapandaram si situano nelle foreste sulle montagne occidentali dello Stato indiano del Kerala. Sono semi-nomadi come i Batek e anche l’economia è simile. I Malapandaram hanno forse più contatti con le società esterne, giacché commerciano parte dei prodotti che raccolgono. L’eguaglianza di genere è uno dei fondamenti della loro società, in netto contrasto con i popoli Hindu delle pianure. Le unioni si basano sui sentimenti positivi che le persone provano l’una verso l’altra, non sono monogame in senso stretto (non enfatizzano legami eterni) ma sono visibilmente molto affettuose e possono sciogliersi senza problemi, allo stesso modo di quelle Batek. Gli infanti sono in costante contatto fisico con le loro madri, che li nutrono al seno anche nel mezzo del lavoro, per circa due anni. Successivamente, un bimbo o una bimba fra i due e i quattro anni che cominci a piangere riceverà l’immediata attenzione e le immediate coccole degli adulti presenti se la madre è troppo indaffarata per rispondere. Fra i cinque e i sei anni, maschietti e femminucce sono ormai socializzati a fare riferimento all’intero gruppo come “famiglia” e possono vivere con adulti diversi dai genitori. Anche qui, l’aiutare queste creature a crescere è un compito collettivo.

Buddha

E adesso rispondo ai vostri legittimi dubbi.

Basta guardare i bambini che si azzuffano o si strattonano o si fanno reciprocamente i dispetti per dire che l’aggressività è una tendenza innata fra gli esseri umani.

L’aggressività e la violenza sono così presenti nella nostra società che possiamo avere questa impressione. Tuttavia ormai non è più possibile sostenerla scientificamente: i risultati delle ricerche e degli studi specifici vanno tutti in direzione contraria. Se c’è una tendenza innata, negli esseri umani, è quella a formare gruppi e si basa sulla condivisione. Nelle società pacifiche tuttora esistenti, i bambini apprendono in tenera età a maneggiare i conflitti in modo nonviolento. Nella nostra, apprendono il contrario. Ma sempre di apprendimento si tratta. Inoltre l’istanza critica non è se la violenza sia o no innata (sappiamo già che non lo è, e se la scienza non vi convince, guardate negli occhi un neonato e cercate in essi l’assassino o lo stupratore: non lo troverete) ma se la violenza sia o no un buon modo di far funzionare le nostre relazioni umane. Dato l’enorme ammontare di sofferenza e di coazione a ripetere che provoca – i cicli di vendetta e controffensiva – personalmente sono convinta di no. Le società pacifiche, almeno, hanno trovato modi efficaci per evitare tutto questo dolore.

Potrebbero, le società di cui parli, servire da modelli a una società contemporanea che volesse formare una nazione, o uno Stato, maggiormente pacifici?

Probabilmente no. Ognuna di esse ha il suo modo specifico di dar forma alle interazioni sociali: adottare per la nostra società un modello altrui difficilmente funzionerebbe. Però, possono provvedere ispirazione e idee, giacché la loro esistenza dimostra che vivere in una società nonviolenta è possibile. Studiarle potrebbe aiutarci a trovare soluzioni concrete per i nostri problemi.

Anche se queste società pacifiche dimostrano che vivere la nonviolenza è possibile, come possono le nostre società diventare meno violente? Esistono esempi di società che si sono trasformate, transitando da un cultura violenta a una pacifica?

Certo che sì. I Fipa, una società complessa di oltre 100.000 coltivatori della Tanzania sudoccidentale, hanno attraversato un bel po’ di violenza e guerre sino a metà del 19° secolo. Quando hanno cominciato a eliminare gli schemi ricorrenti delle guerre interne, hanno iniziato anche a sviluppare nuovi convincimenti sociali e nuovi schemi relazionali che hanno reso la nonviolenza un valore centrale per le persone. Oppure pensate ai Vichinghi e alle loro sanguinose scorrerie mille anni fa: sono gli antenati degli odierni norvegesi e la Norvegia ha assai meno violenza, al suo interno, della maggioranza degli altri Paesi europei.

L’Italia potrebbe diventare una società pacifica?

Perché no? Gli italiani possono cominciare a diventare più pacifici nel momento stesso in cui lo desiderano. Ma sino a che i nostri media glorificano l’aggressività e la violenza, sino a che i nostri governi (in spregio alla nostra stessa Costituzione) usano la guerra come “soluzione” ai problemi internazionali, sino a che i soldi pubblici vanno a comprare bombardieri e non per ospedali o scuole, sino a che il biasimo per la violenza viene posto sulla vittima (come nel femminicidio e nella violenza sessuale), il cambiamento sarà lento e difficile. La lezione delle società pacifiche è mettere in luce qualcosa che non è ovvio a tutti: e cioè che la nonviolenza per un’intera società è possibile.

Le società pacifiche di cui tu parli non sono grandi gruppi. Una società su vasta scala non potrà mai adottare i loro metodi di risoluzione dei conflitti basati sulla vicinanza e sulla conoscenza reciproca delle persone.

Naturalmente. Non ho già detto che cercare di infilarci in un vestito non della nostra taglia ha scarse probabilità di funzionare? Ma alcuni dei convincimenti e delle pratiche di questi gruppi possono aiutarci a cucire il nostro vestito, quello che ci andrà a pennello. Per esempio:

Il modo in cui alleviamo i bambini. Nelle società pacifiche o si insegna ai piccoli a evitare la violenza o essa non si presenta neppure all’orizzonte del possibile: un gran numero di lingue non possiedono neanche la parola per dirla, così come non hanno parole per “uccidere” e “colpire” o per “vendetta” e “castigo”. Non potremmo domandarci perché noi alleviamo i nostri piccoli nell’accettazione della violenza e gliela suggeriamo come sistema per risolvere i problemi?

Le nostre fedi e i nostri valori. Nella maggioranza delle società pacifiche la nonviolenza è al centro del sistema di credenze (fedi e valori). Nella nostra società, invece, si minimizzano gli elementi pacifici nelle tradizioni religiose ed etiche in omaggio ad agende politiche e sociali che dipendono da una violenza continuata. Se invece li tenessimo cari, questi elementi pacifici, li valutassimo grandemente, sino ad accettare la nonviolenza come fondamento della nostra visione del mondo, questo non avrebbe un impatto immediato sui livelli della violenza che sperimentiamo?

L’eguaglianza di genere. Femmine e maschi sono diversi (dimorfismo sessuale) e sono simili (membri della stessa specie). La socializzazione di genere ne specializza i ruoli e nella nostra società conferisce valore gerarchico a quei ruoli. Nelle società pacifiche i ruoli sono fluidi e quand’anche vi sia una specializzazione (del tipo: le donne sono di più sui campi, gli uomini sono di più a pesca sul fiume, o viceversa) essa non dice nulla del valore delle persone. Essere maschio o essere femmina non comporta un giudizio di superiorità o inferiorità e non offusca in ambo i casi la centralità della bellezza dell’essere vivi e umani. Muoverci verso questo tipo di percezione significherebbe muoverci verso la riduzione e la scomparsa della violenza di ogni tipo.

Una società pacifica non potrebbe mai maneggiare un Hitler.

Il presupposto di questa frase è che l’aggressore stabilisce le regole e gli altri devono adattarsi: o uccidi o muori. Ma non va sempre così. Nelle società pacifiche tuttora esistenti un Hitler non riuscirebbe a formarsi e quand’anche ce la facesse l’ostracismo sociale lo ridurrebbe ben presto a più miti consigli. Diciamo che voi volete dominare il villaggio e vi siete persino portati dietro un paio di cannoni per spiegarvi meglio: urlate il vostro «Mein Kampf» e andate a dormire, convinti di svegliarvi come Capi Assoluti. Cosa fate il mattino dopo, quando il villaggio attorno a voi è scomparso? Perché, a fronte delle aggressioni provenienti dall’esterno, questo scenario in alcune società pacifiche è davvero accaduto. Inoltre, durante tutto il periodo nazista vi furono episodi di successo di resistenza nonviolenta (dalle donne di Rosenstrasse alla “sparizione” degli ebrei in Danimarca prima della deportazione). Non possiamo dire se una resistenza nonviolenta al nazismo su vasta scala avrebbe funzionato e come, perché purtroppo – per vari motivi – non fu tentata. Inoltre, porre una questione del genere significa semplicemente fuggire dalla realtà: siamo in Italia alla fine del 2012 e non in Germania negli anni ’40 dello scorso secolo. La Gestapo non vi porterà via durante la notte se rifiutate di essere meschini, aggressivi e violenti, e se in ogni vostro simile, maschio o femmina, cominciate a vedere un essere umano invece che una mutanda o un portafogli. Credetemi.

SOLITA NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi, come le sue traduzioni, dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro – non smetto di consigliarlo – è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Alcuni dotti frequentatori di questo blog riaffermeranno con sicurezza che “la nonviolenza non esiste” o che i casi in cui il metodo del dialogo, anche se difficile e il non uso di attentati, bombe ecc., insomma la nonviolenza come mezzo, anche se non come fine, come è avvenuto recentemente con il cambio di regime in Sud Africa, portando una volta tanto il Nobel nel 1993 a persone che lo meritavano, Mandela, ma anche De Klerk, l’afrikaans, sono citati a sproposito ma per pura ideologia. Cambiare si può, affermeranno, bruciando auto di privati nelle manifestazioni, spaccando vetrine o assaltando mezzi militari ben più potenti, evidentemente con una nuova teoria militare per cui non occorre conquistare la mente e il cuore dei popoli, ma battersi militarmente anche contro nemici molto più forti e in campo aperto. Gli scienziati citati vanno respinti, come va respinta la scuola alle bambine in molti paesi o ogni parità uomo donna, o la vaccinazione antivaiolosa o qualunque vaccinazione perché proveniente da complotto imperialista. Anche senza essere rigidamente nonviolenti, ma solo appena un po’ dovrebbe far capire che rispondere ai cannoni con una molotov è suicida, che l’uso delle armi va per lo meno aggirato e reso inoffensivo. C’è sempre qualcuno più forte di noi. Troviamo allora altrove una nostra forza superiore. Io penso che non sia impossibile. Cominciamo a far capire che la tortura non è un mezzo che si può usare e che va messa fuori legge in Italia. Cominciamo a baterci sul serio contro la pena di morte, che molti auspicano, ma si vergognano di dirlo, come se servisse davvero come deterrente e colpisse sempre i colpevoli. I bambini possono giocare tranquillamente senza le armi giocattolo e senza i giochini video per l’eliminazione spettacolare e sanguinosa dell’avversario. Ci si diverte lo stesso. E’ un lavoro lunghissimo, ma non esiste la scorciatoia dell’atomica. Siete sicuri che a Dresda non sia stato ucciso alcun antinazista? Domandate a Kurt Vonnegut buonanima. Il taglio della mano ha mai impedito i furti?
    Grazie Di Rienzo
    Fausto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.