Palestina e “processi” di pace

Aggiornamenti, interventi e articoli di: Marta Bergamaschi, Lavinia Marchetti, Agnese Boffano, Anna Maria Selini, Marco Zanchetta, Alberto Barbieri, Munther Isaac.

Ricordando i prigionieri politici: Mohammed Hannoun, Riyad Albustanji, Abdelmuti Abunada, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Ahmed Salem, Anan Yaeesh.

Genocidio a Gaza – 01 agosto

Stamattina, l’esercito di occupazione ha commesso un nuovo crimine bombardando un magazzino di medicinali presso l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah. Decine di famiglie sono state nuovamente sfollate a causa della distruzione della struttura. Il bombardamento ha cancellato tutto, provocando una buca di circa 50 metri di diametro e 20 di profondità. Una bomba anti-bunker contro un deposito di medicinali in una tenda. Non si conosce ancora il numero delle vittime.

Ieri sera, droni dell’occupazione israeliana hanno bombardato una bicicletta elettrica nel quartiere di Al-Sabra, a sud di Gaza City, uccidendo il guidatore.

Gli aerei dell’occupazione hanno bombardato un edificio a est del campo di Nuseirat, ferendo 10 presone, che sono state trasferite all’ospedale Al Awda.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.

Il nostro commento quotidiano fisso: 

Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

 

Cisgiordania

Le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione a Beit Fajjar, a sud di Betlemme, e si sono posizionate nell’area del “Al-Muthallath”, aprendo il fuoco con munizioni vere e ferendo un ragazzo di 15 anni.

Nella sola giornata di ieri sono state 32 le irruzioni militari in città e villaggi palestinesi. Un’offensiva costante, deliberata e mirante a diffondere paura nella popolazione autoctona e dar manforte ai coloni ebrei israeliani arrivati da ogni dove per accaparrarsi i terreni dei nativi.

Le incursioni violente dei coloni sono state ieri 41. La più grave è avvenuta vicino a Ramallah. Un gruppo di coloni ha attaccato un allevamento di pecore a ovest di Al-Mughayyir, aprendo il fuoco e ferendo alla schiena un bambino di 10 anni.

I palestinesi arrestati ieri – secondo le notizie pubblicate dall’agenzia Wafa, sono stati 56, tra di loro 4 donne e 8 minorenni.

 

Campi di concentramento di Israele

Due storie di detenuti palestinesi che illustrano appieno il sistema israeliano dei campi di concentramento alla Gestapo.

Mohammed Al-Madani ha concluso la sua condanna a reclusione di 12 anni, ma invece di rilasciarlo Israele ha rinnovato la sua detenzione sulla base del sistema di arresto amministrativo. Ha scontato la condanna il 30 maggio, ma le autorità carcerarie di Tel Aviv hanno prolungato la detenzione di due mesi, per motivi disciplinari, con una multa. Il giorno che doveva essere di gioia per la famiglia si è trasformato in incubo. Davanti al cancello del carcere è arrivata la telefonata dell’avvocato che informava del prolungamento della detenzione arbitraria.

Il numero dei detenuti amministrativi ha raggiunto, all’inizio di luglio, quota 3.244 (un terzo del totale dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane), “tutti soggetti a un sistema integrato di crimini e violazioni, tra cui tortura, fame, privazioni, umiliazioni e aggressioni di ogni genere e livello, come tutti gli altri prigionieri, alcuni dei quali sono morti da martiri a seguito di torture sistematiche”.

Due giovani siriani, Hussam Safadi e Marwan Al-Kerian, il primo minorenne, sono stati rilasciati dal carcere di Sde Tieman, dopo un anno di reclusione senza accuse e senza processi. Erano ostaggi nelle mani dell’esercito israeliano, che li aveva rapiti dai loro villaggi occupati dalle truppe di Tel Aviv. Israele aveva invaso il sud della Siria dopo la caduta del regime dittatoriale ed ha compiuto arresti di massa. Hano descritto le condizioni di prigionia come un’incessante tortura, rinchiusi in gabbie di metallo. “Oltre ai maltrattamenti fisici e psicologici, praticavano la privazione del cibo e dell’acqua, soprattutto d’estate. La violenza sessuale durante gli interrogatori era all’ordine del giorno. Dovevamo evacuare le feci nello stesso posto dove eravamo rinchiusi in trenta persone”, hano dichiarato alla stampa di Damasco.

Genocidio a Gaza – 31 luglio

Ieri, giovedì, sei palestinesi sono stati uccisi e altre decine di feriti in seguito a raid aerei israeliani che hanno colpito diverse zone della Striscia di Gaza.

Fonti mediche hanno riferito che gli ospedali della Mezzaluna Rossa palestinese hanno curato dieci feriti, oltre a una vittima non identificata, dopo un raid aereo israeliano che ha colpito l’area di Yarmouk, nella parte centrale di Gaza City.

Le stesse fonti hanno aggiunto che una vittima e diversi feriti sono giunti all’ospedale Al-Shifa, nella parte occidentale di Gaza City, dopo che un drone israeliano ha lanciato un missile contro un gruppo di civili a Jabalia, nella parte settentrionale della Striscia di Gaza.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.

Accordo palestinese per la II fase

In un nuovo sviluppo riguardante le disposizioni per la prossima fase nella Striscia di Gaza, tutte le organizzazioni palestinesi hanno raggiunto, in una serie di incontri al Cairo, un accordo preliminare sulla questione delle armi della resistenza. L’accordo subordina il graduale inventario e stoccaggio di queste armi al ritiro israeliano, all’amministrazione palestinese della Striscia e al monitoraggio internazionale dell’attuazione.

I punti più importanti sono i seguenti:

La bozza prevede l’avvio del processo di inventario e stoccaggio di armi pesanti, siti di produzione militare, depositi di armi e tunnel.

L’inventario e lo stoccaggio delle armi saranno effettuati gradualmente nell’ambito dell’attuazione del piano di pace.

Secondo la bozza, il Comitato Nazionale è l’unica entità autorizzata a possedere, immagazzinare o controllare armi a Gaza.

La bozza sottolinea che nessuna arma sarà trasferita o consegnata a Israele o a parti non palestinesi.

L’attuazione è subordinata all’ingresso del Comitato Nazionale, al dispiegamento della forza di pace internazionale e all’adempimento degli obblighi previsti dal Protocollo di Sharm el-Sheikh.

La resistenza palestinese ribadisce che non verrà intrapresa alcuna azione in merito alla questione delle armi prima del ritiro di Israele e del suo rispetto dei termini dell’accordo.

Trump ha descritto l’accordo come una svolta storica e il capo del “Consiglio per la Pace” ha affermato che l’attuazione e la verifica saranno le prove più cruciali.

L’applicazione del protocollo di Sharm Sheikh è bloccata dagli invasori israeliani che non intendono mettere fine all’occupazione e hanno finora impedito l’ingresso della Commissione palestinese di gestione, che dovrà subentrare al governo di Hamas a Gaza, che si era già dimesso e consegnato la gestione degli affari correnti alle strutture amministrative locali.

Questo popolo ha sette anime

È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime, ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori.

In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui 6 e qui 7a puntata 8a puntata

Nona puntata: Il ricamo come un mezzo per proteggere la memoria collettiva e creare nuove opportunità di vita.

Tra le macerie causate dai bombardamenti israeliani, le donne palestinesi hanno scelto di trasformare il dolore in speranza e la perdita in un nuovo inizio.

Dalla ricostruzione delle scuole nonostante le malattie, alle telecamere che immortalano i sorrisi dei bambini nonostante la loro sofferenza, fino ai piccoli laboratori che preservano il patrimonio culturale e offrono un sostentamento alle donne, stanno emergendo iniziative umanitarie e sociali che affermano che la resilienza non si ottiene solo con le armi, ma anche con la determinazione a proteggere la vita umana, l’istruzione e l’identità di fronte a una realtà di occupazione e invasione che cerca di privare i palestinesi del tessuto stesso della loro esistenza. continua a leggere!

Cisgiordania

La città di Nablus, il più grande governatorato della Cisgiordania settentrionale, è afflitta da una dilagante attività di insediamento in tutte le sue zone: nord, sud, est e ovest. Con questa espansione degli insediamenti, si sono intensificati anche gli attacchi dei coloni ebrei israeliani e le loro molteplici forme di violenza contro gli abitanti nativi.

Giorno dopo giorno, il governatorato di Nablus assiste a ulteriori forme di questa espansione degli insediamenti, accompagnate da un’escalation dell’attività militare da parte dell’esercito di occupazione. Nablus è ora assediata da almeno dieci posti di blocco militari permanenti e decine di cancelli di ferro e terrapieni sparsi tra i suoi villaggi, che di fatto interrompono i collegamenti della città.

Ieri, i soldati israeliani hanno sparato contro l’auto di un palestinese, Nasser Awwad, colpendolo al collo. È avvenuto nella cittadina di Beita, a sud di Nablus. La vittima versa in gravi condizioni in ospedale, a causa del diniego da parte dell’esercito alle ambulanze di soccorrere il ferito per oltre due ore.

Campi di concentramento di Israele

Nel campo di concentramento israeliano, Sdi Tieman, situato nel mezzo del deserto del Negev, neanche i giovani soldati riescono a supportare le condizioni dure di vita imposte dai capi anziani. L’esercito israeliano ha comunicato che un gruppo di soldati (fonti di medie israeliani parlano di circa 100) hanno abbandonato le armi e lasciato la struttura. “Una ribellione contro il comportamento degli alti ufficiali”, dice uno dei soldati ad un giornale di Tel Aviv.

Secondo una fonte militare, l’ammutinamento è scaturito dai tentativi di alcuni soldati veterani di imporre le proprie usanze e i propri comportamenti all’interno del Battaglione Tzabar, scatenando una disputa interna culminata con l’abbandono della base da parte di decine di soldati e comandanti.

La fonte ha descritto l’incidente come eccezionale e senza precedenti nell’esercito israeliano, sottolineando che le ripercussioni operative sono state immediate, poiché il battaglione è stato reso inabile a partecipare alle missioni di combattimento che si stava preparando a svolgere contro la popolazione della Striscia di Gaza.

Sde Teiman è un famigerato campo di concentramento utilizzato dall’esercito di occupazione israeliano dall’inizio dell’invasione di Gaza e la guerra genocida.

La prigione è stata oggetto di continue critiche internazionali da parte di organizzazioni per i diritti umani e dei media. Gruppi per i diritti umani e rapporti internazionali hanno accusato le autorità israeliane di detenere palestinesi in condizioni estremamente dure e di commettere sistematiche violazioni dei loro diritti.

Numerose segnalazioni e testimonianze hanno documentato episodi di tortura, maltrattamenti, aggressioni fisiche e sessuali, nonché decessi di detenuti all’interno della struttura, il che ha portato a ripetute richieste di indagini indipendenti e all’individuazione dei responsabili di tali violazioni.

 

PALESTINA – In Palestina frattanto, prosegue un’escalation senza fine di brutalità, violenze e saccheggi da parte di coloni ed esercito israeliani.

In questo saccheggio sistemico della vita e della storia del popolo palestinese, è nato l’Osservatorio nazionale palestinese per la documentazione delle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, istituito dall’OLP. Oltre alle violenze sistemiche a Gaza e in Cisgiordania, ci sono anche 10mila prigionieri politici palestinesi costretti a marcire nelle galere di Israele: secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, c’è stato un incremento massiccio (circa l’83%) rispetto ai circa 5.250 detenuti registrati prima dell’inizio genocidio nell’ottobre 2023.

Prigionieri politici palestinesi anche nelle galere italiane. Qui, a Sassari, sono gravissime le condizoni di Riyad Al-Bustanji, detenuto nel carcere di Bancali dopo le fantasiose accuse di terrorismo emesse dai servizi segreti israeliani ai quali l’Italia ha fatto seguito. Si trova da diverse settimane in custodia cautelare: ma per il 60enne palestinese, che soffre di diverse patologie, sono sopraggiunte “frequenti crisi diabetiche senza ricevere tempestivamente il cibo o i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o omissione, come denunciato da attivisti e attiviste sardi per la Palestina, che ne chiedono la liberazione immediata per accertare il suo stato di salute.

Diverse realtà si sono unite all’appello (che trovate come ultimo articolo di questo dossier), come racconta a Radio Onda d’Urto Elio del CS Vittoria di Milano.

Sul fronte solidarietà alla Palestina a Toscolano Maderno (BS), dal 30 luglio al 2 agosto, torna la Tenda di solidarietà con la Palestina promossa dal gruppo Sanitari per Gaza Brescia. Ne parliamo qui.

Dal 30 luglio al 2 agosto torna la Tenda di solidarietà con la Palestina promossa dal gruppo Sanitari per Gaza Brescia.

Località scelta per questo nuovo appuntamento solidale sarà Toscolano Maderno, nell’ambito della 30esima edizione del festival Rockerellando, in programma dal 30 luglio al 2 agosto in via Statale 92. La tenda – organizzata grazie alla collaborazione della sezione Anpi di Toscolano Maderno e del Gruppo Gandhi per la Pace – resterà allestita per tutta la durata del Festival, dal tardo pomeriggio in poi.

L’obiettivo è, come sempre, richiamare l’attenzione sul genocidio in corso in Palestina, nonché sulla drammatica situazione del personale sanitario palestinese detenuto illegalmente nelle carceri israeliane. Per farlo, verrà organizzato anche un momento di incontro e confronto che, nella serata di sabato 1 agosto (ore 20,30) presso l’Orto botanico G.E. Ghirardi (via Religione, 25), vedrà protagonisti la dott.ssa Siria Garattini e il dott. Esmail Abousalameh.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, la presentazione di Siria Garattini dei Sanitari per Gaza Ascolta o scarica

da Emergency

Ordini di evacuazione a Gaza: un aggiornamento

Nella Striscia di Gaza, gli ordini di evacuazione significano solo in apparenza maggiore protezione per i civili.

L’avviso di lasciare il luogo in cui ci si trova per mettersi al riparo da possibili attacchi o bombardamenti, spesso con solo pochi minuti a disposizione, espone in realtà la popolazione a nuovi e molteplici rischi.

“Solo negli ultimi due mesi ne sono stati emanati già 46. Riguardano soprattutto le aree vicine alla cosiddetta ‘linea gialla’, che delimita le zone sotto controllo militare israeliano”, racconta Marta Bergamaschi, Coordinatrice medica di EMERGENCY.

Per molte persone, spostarsi non è una possibilità: i luoghi in cui rifugiarsi sono sempre meno e spesso non offrono reali condizioni di sicurezza. Inoltre, questi ordini vengono dati con un preavviso estremamente breve.

Gli ordini di evacuazione hanno inoltre un impatto diretto sull’accesso agli aiuti umanitari: nelle aree interessate dalle evacuazioni diventa molto difficile distribuire acqua potabile, supporti alimentari e altri aiuti vitali per la popolazione.”

Anche l’accesso delle ambulanze può essere impedito o gravemente limitato, rendendo ancora più difficile evacuare i feriti e garantire cure tempestive.

A Gaza non ci sono posti sicuri.

di Lavinia Marchetti

Gaza. La morte dal cielo.

Una notte a Gaza fra il 29 e il 30 luglio, tre attacchi, quattro video, morti e feriti, come al solito. Anche Ratil, una bambina di 8 anni.

Le foto da cui comincio sono gli effetti, i sintomi che corrispondono al vivere “una notte” a Gaza.

 

Adesso metterò 4 video (per i video è necessario collegarsi al link in alto in rosso, n.d.r.), raccontano la stessa notte, fra mercoledì 29 e giovedì 30 luglio 2026, e almeno tre attacchi distinti, almeno al momento abbiamo “solo” notizia di 3 attacchi.

La sera del 29 luglio l’aviazione israeliana ha ordinato l’evacuazione dell’edificio degli Shamia, nella zona di Karm Maslaha, a sud del campo di Al‑Shati. Poco dopo sono arrivati due missili, come vediamo dal video. Le fonti locali divergono sul numero originario dei piani, perché l’edificio era già stato colpito durante il genocidio e ne restava in piedi soltanto una parte. Sugli effetti: sette feriti portati all’ospedale Al‑Shifa, gravi danni ad almeno sei edifici vicini e altre famiglie costrette a uscire nella notte in mezzo al nulla.

Un secondo bombardamento ha poi investito un’altra abitazione nel nord del campo, ferendo due persone. La ricostruzione è confermata dalle cronache di

Cosa significa che gli edifici sono stati “evacuati”?

Chiariamo una volta per tutte la parola «evacuazione». Nel linguaggio militare significa che una telefonata all’ultimo momento, anche se più spesso un messaggio o qualche tipo di segnale possono trasferire la responsabilità del missile su chi lo riceve. In pratica è la traduzione del “io ti ho avvertito!”. Il diritto umanitario dice l’esatto contrario, specificando che l’avvertimento è soltanto una delle precauzioni dovute, permane l’obbligo di distinguere tra civili e combattenti e soprattutto valutare la proporzionalità e annullare l’attacco quando il danno previsto risulti illecito. Chi decide di restare nonostante l’avviso conserverebbe per intero la propria protezione della legge internazionale, come ricorda il Comitato internazionale della Croce Rossa.

Invece in Palestina generalmente una famiglia apprende all’improvviso che la propria casa ha smesso di appartenerle. Ha qualche minuto per scegliere quali documenti salvare, radunare figli e anziani e scappare. Dopo pochi minuti l’edificio viene trattato come una casa vuota. Anche se qualcuno è rimasto dentro e anche quando intorno vivono altre famiglie che nessun avvertimento può mettere al riparo dall’onda d’urto e questo accade sempre.

Al‑Shati ha anche l’aggravante perché il campo fu aperto per i palestinesi espulsi o fuggiti nel 1948 da Giaffa, Lydda, Beersheba e dai villaggi circostanti durante la Nakba. Secondo l’UNRWA, vi risultano registrati quasi centomila rifugiati. La casa colpita stanotte 29 luglio era dunque la casa di persone alle quali una casa era già stata rubata. Il missile completa la fase iniziata quasi 80 anni fa. Lo schema è chiaro: vattene! ricostruisci altrove! poi vattene di nuovo! La provvisorietà imposta al profugo dura da 4 generazioni, è dunque permanente come il diritto (autoproclamato) di Israele a rimetterlo in strada.

Attacchi di droni ed elicotteri

Passa qualche ora. Un drone colpisce un appartamento vicino alla scuola Al‑Mamouniya, nel centro di Gaza City. Le prime cronache locali parlano di otto feriti, una persona in condizioni critiche. Quds News Network ed Eye on Palestine aggiornano il bilancio a dieci, in maggioranza bambini. Le fonti concordano sul risultato, bombardamento, case a fuoco e bambini portati all’ospedale.

Uno di loro appare nel video. È sdraiato su un lettino, il volto sporco di sangue e macerie e adulti che cercano di capire qual è la ferita più grave. Poco importa che non sappia cosa significhi che la geografia è destino, per essere scelto dal drone basta che si trovi dall’altra parte del mirino. La tecnologia contemporanea consente al pilota di vedere assai più di quanto vedesse un bombardiere del Novecento; questa maggiore visibilità avrebbe dovuto accrescere la responsabilità. A Gaza ha perfezionato la facoltà opposta, colpire da lontano conservando intatta l’astrazione del bersaglio.

Verso l’alba gli elicotteri arrivano sulle tende di Al‑Mawasi. Le persone stavano dormendo. Le immagini mostrano bambini a terra, ancora impigliati nel sonno da cui sono stati strappati, mentre attorno compaiono soltanto piedi, mani e voci concitate. Uno spettacolo indecente, l’ennesimo che annotiamo e conserviamo chiedendoci ancora una volta: “perché?”. Se siete troppo “sensibili” vi sconsiglio di aprire questo video.

All’ospedale Nasser vengono registrati due morti: Abdullah Nasser Abdel Fattah al‑Balawi, vent’anni, e Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto anni. Il nome della bambina viene traslitterato anche come Ratel. Tre i feriti, uno in condizioni gravi. Il bilancio compare in diverse fonti palestinesi, fra cui il Palestinian Information Center e Najah News.

Ratil dormiva in una tenda, il genocidio in corso aveva già abolito il confine fra la casa e il finire in strada. L’avevano spostata nel luogo presentato per mesi come area umanitaria, Al‑Mawasi; l’elicottero l’ha trovata anche lì. La tenda rappresenta l’ultimo grado dell’espulsione. Al di là del telo resta soltanto il cielo, e perfino il cielo appartiene a chi possiede i droni.

Continuare a ricordare i nomi

Partiamo dai nomi che possediamo e che il 29 luglio 2026 Israele ha decretato che non dovessero più esistere. Abdullah Nasser Abdel Fattah al‑Balawi, vent’anni. Ratil Mahmoud Musa Abdullah, otto. Della famiglia Shamia conosciamo per ora il cognome e sette feriti; dei bambini colpiti vicino ad Al‑Mamouniya neppure quello. È già una misura della diseguaglianza. Per assassinare o mutilare un palestinese bastano poche coordinate e se sono sbagliate tanto meglio o tanto peggio. Per Israele non esiste l’errore, tanto “sono tutti terroristi”, anche ad 8 anni. Questi video documentano tre attacchi distinti, ma una sola scelta politica: rendere impossibile ai palestinesi abitare, riposare, vivere e restare, ma allo stesso tempo un sistema gli impedisce anche d scappare. Una bambina addormentata dentro una tenda può dare l’illusione che domani, per lei, esisterà un mattino.

Ratil quel mattino non lo ha visto. Qualcuno, molto lontano da lei, ha deciso che il cielo poteva interrompere la successione dei suoi giorni.

Quello che resta

Di ciò che resta, le parole non possono descriverlo, posso descrivere i materiali, le persone viste attraverso un obiettivo, ma di quello che davvero resta io non posso dire nulla, posso solo mostrarvi le immagini.


Quasi 60.000 bambini orfani a Gaza a causa del genocidio israeliano che distrugge famiglie e sistemi di assistenza.

Intervista a Tareq Emtairah di Taawon su come la guerra di Israele a Gaza abbia imposto un ripensamento completo dell’assistenza agli orfani per 60.000 bambini rimasti senza famiglia.

 

A Gaza, l’essere orfani non è più una tragedia familiare privata che si consuma una famiglia alla volta. È diventata una condizione di massa dovuta alla guerra.

Il direttore generale di Taawon, il Dottor Tareq Emtairah, ha affermato che il numero di bambini rimasti orfani a causa della guerra ha raggiunto quasi 60.000, circa il 6% della popolazione infantile di Gaza, una cifra che ha definito senza precedenti rispetto a qualsiasi altra situazione riscontrata dall’organizzazione non profit palestinese per lo sviluppo durante i precedenti attacchi all’enclave.

“L’assistenza agli orfani non è una novità per Taawon”, ha dichiarato il Dottor Tareq. “Ci siamo occupati di questo dopo ogni crisi che Gaza ha attraversato; Taawon è sempre intervenuta, ma questa guerra è completamente diversa. L’entità del fenomeno degli orfani è enorme. Stiamo parlando di quasi 60.000 bambini”.

La percentuale è allarmante non solo di per sé, ma anche per la rapidità con cui così tanti bambini hanno perso uno o entrambi i genitori “in un breve periodo di tempo, probabilmente il tasso di crescita più rapido al mondo”.

Il bilancio delle vittime a Gaza dall’inizio dell’Offensiva Genocida israeliana nell’ottobre 2023 ha superato le 73.250 unità. Quasi tutti i due milioni di abitanti di Gaza sono stati sfollati più volte e ora vivono in campi improvvisati ed edifici danneggiati.

I numeri da soli sono sconvolgenti, ma raccontano solo una parte della storia.

“Gran parte delle infrastrutture di base per l’assistenza sono state distrutte: scuole, assistenza sanitaria, asili nido, ogni tipo di infrastruttura di supporto per noi è stata distrutta”, ha spiegato il Dottor Tareq, aggiungendo che i ripetuti spostamenti hanno reso la situazione ancora più acuta, con famiglie costrette a trasferirsi “5, 6, 7, 8 volte in diverse località di Gaza”.

In questo senso, essere orfani a Gaza spesso significa perdere non solo una madre o un padre, ma l’intera struttura di assistenza che rende possibile l’infanzia.

Sta anche cambiando la forma della vita familiare per coloro che rimangono. Molte famiglie, ha affermato, sono diventate di fatto famiglie monoparentali da un giorno all’altro, con madri vedove o parenti di sesso femminile che cercano di tenere unite le famiglie sotto i bombardamenti, la fame e gli sfollamenti.

È in questo contesto che Taawon ha lanciato il suo nuovo rapporto e l’iniziativa per l’assistenza agli orfani, con l’obiettivo di riunire i principali attori che si occupano della questione e di imporre una valutazione più chiara della portata dell’emergenza.

“L’intento era quello di riunire tutti gli attori coinvolti in questo ambito per comprendere appieno la portata del problema, la portata dell’intervento e ciò che è necessario per fornire realmente assistenza ai bambini orfani a Gaza”, ha dichiarato il Dottor Tareq.

Attualmente Taawon ha circa 21.000 orfani sotto la sua tutela, ha aggiunto il Dottor Tareq, ma anche questo numero “non è sufficiente a fronte della portata della crisi”.

L’organizzazione gestisce da tempo programmi per i bambini rimasti orfani a seguito dei precedenti attacchi israeliani, ma ora il bisogno ha superato non solo le singole organizzazioni, ma quasi tutti i sistemi preposti alla protezione dei minori.

Una crisi che va oltre le cure

Uno degli esempi più inquietanti è la categoria: “bambino ferito, senza familiari sopravvissuti”, coniata dagli operatori sanitari per i bambini che arrivano feriti e soli.

Il Dottor Tareq ha affermato che a un certo punto della guerra sono stati registrati circa 1.000 casi di questo tipo, di cui circa 50 sotto la cura di Taawon.

L’acronimo è clinico, ma la realtà che si cela dietro non lo è: bambini che sopravvivono a un attacco aereo o a un bombardamento solo per scoprire che non c’è più nessun genitore o parente che possa prendersene cura.

Per alcuni di questi bambini, anche lasciare Gaza per cure urgenti si trasforma in un vicolo cieco burocratico.

“Stiamo cercando di collaborare con gli altri attori per trovare una soluzione concreta”, ha dichiarato il Dottor Tareq. “Si chiama soluzione intermedia perché alcuni di questi bambini, anche se hanno la possibilità di viaggiare fuori Gaza per cure mediche, si parla di casi di evacuazione medica, non hanno un tutore legale che firmi i documenti”.

L’espressione che ha usato per descrivere questi bambini è stata cruda: vivono in un “limbo e vuoto giuridico”.

In questo senso, la crisi degli orfani a Gaza non è solo un’emergenza umanitaria, ma anche burocratica, che mette in luce quanto velocemente la guerra possa spingere i bambini fuori dalle categorie che le agenzie umanitarie, gli ospedali e i sistemi legali sono in grado di gestire.

I sistemi sono collassati

Gli ostacoli pratici iniziano con la guerra di Israele contro l’enclave assediata e i danni che ha inflitto a ogni aspetto della vita civile.

“La situazione persistente ci sta colpendo soprattutto in termini di erogazione di determinati servizi, in particolare per quanto riguarda le esigenze sanitarie più complesse di alcuni bambini, non solo orfani, ma l’intera popolazione di Gaza”, ha affermato il Dottor Tareq.

“Ma per quanto riguarda le infrastrutture di assistenza, ci affidiamo a organizzazioni di base per fornire un insieme di servizi essenziali: cibo, vestiti, kit igienici, ecc”.

Ha descritto una situazione in cui quasi ogni meccanismo di supporto che potrebbe aiutare un bambino orfano è stato a sua volta distrutto dalla guerra.

“Il contesto attuale a Gaza è piuttosto singolare, nel senso che anche il meccanismo di supporto per tutti gli altri tipi di servizi è stato distrutto”, ha affermato.

“Stiamo praticamente ricominciando tutto da zero a causa della distruzione del sistema sanitario, del sistema scolastico, dei centri comunitari, di tutti quegli aspetti dell’assistenza che facilitano la fornitura di cure dignitose ai bambini orfani”.

L’istruzione è diventata una delle sfide più difficili.

“Credo che la difficoltà maggiore che stiamo affrontando ora sia quella di garantire l’istruzione a tutti questi bambini orfani”, ha dichiarato il Dottor Tareq. “L’intero sistema scolastico è crollato con la distruzione delle scuole e la conversione di molte di esse in alloggi temporanei”.

In risposta, ha aggiunto, Taawon e altri attori hanno cercato di costruire centri di apprendimento temporanei e spazi sicuri “dove possano riprendere il percorso di apprendimento, ma anche come forma di guarigione e di fornitura di supporto psicosociale, assistenza e sostegno psicologico alle famiglie”.

Gli spostamenti forzati rendono difficile persino questo.

Le famiglie sono state costrette a spostarsi ripetutamente e i bambini possono scomparire dalla vista man mano che cambiano i tutori, i parenti e i luoghi di residenza.

“Questo è proprio uno dei problemi che abbiamo evidenziato nel rapporto: la necessità che ogni bambino sia visibile, protetto e supportato nel tempo”, ha affermato il Dottor Tareq.

Ha spiegato che Taawon collabora con quasi 15 organizzazioni di base in tutta Gaza, in modo che, “quando un bambino si sposta da una località all’altra, trasferiamo il caso al collaboratore di base con cui lavoriamo” per garantire la continuità del supporto.

Ciononostante, è stato schietto riguardo alle debolezze della risposta complessiva.

“Non è che non ci sia risposta, ma è frammentata, necessita di coordinamento ed è inadeguata”, ha affermato. “Il nostro appello all’azione, lanciato attraverso questo studio, è il seguente: abbiamo bisogno di un registro nazionale di tutti i casi documentati e di un meccanismo di coordinamento più efficace per garantire che ogni bambino sia visibile, protetto e assistito in ogni momento”.

Un trauma che durerà oltre la guerra

Se la sfida immediata è garantire ai bambini cibo, un riparo e cure mediche, la sfida più profonda è il trauma che si portano dentro.

“Fin dall’inizio, fin dal primo momento, abbiamo notato molti casi di bambini in stato di shock, traumatizzati, con difficoltà di linguaggio e incapaci di reagire”, ha affermato il Dottor Tareq.

Parte del peso è ricaduto sui bambini stessi. Ha parlato di ragazzi e ragazze costretti ad assumere ruoli da adulti dopo aver perso i genitori, diventando la principale fonte di responsabilità per i fratelli e le sorelle più piccoli.

“Tutto ciò crea un trauma davvero enorme”, ha detto, “oltre al rumore costante della guerra e dei bombardamenti”.

Questo, ha aggiunto, è uno dei motivi per cui Taawon ha integrato un modulo specificamente dedicato ai casi delicati di salute mentale, insieme a un programma di tutoraggio e supporto per chi si prende cura di loro.

L’organizzazione afferma che la portata e la specificità della crisi l’hanno costretta a ripensare il suo vecchio modello di assistenza agli orfani e a introdurre un “modello di assistenza Gaza 360”, che non si limita alla fornitura dei bisogni primari, ma include anche assistenza sanitaria, istruzione, protezione sociale e supporto psicosociale per garantire che ogni bambino sia protetto e accudito nel modo giusto.

In questo modello, i centri di apprendimento temporanei sono pensati per fare più che semplicemente recuperare le lezioni.

“I centri di apprendimento temporanei non riguardano solo l’apprendimento”, ha affermato, “ma anche la guarigione, offrendo ai bambini uno spazio per guarire collettivamente, per condividere il loro trauma e per riscoprire parte della loro infanzia semplicemente giocando”.

In una guerra che ha spinto i bambini al lutto, allo sfollamento e al diventare adulti precocemente, l’atto stesso del gioco può diventare una fragile forma di guarigione.

Per il Dottor Tareq, il trauma degli orfani di Gaza non può essere compreso come un singolo evento.

“Si tratta di bambini, figli e figlie di famiglie che vivono sotto assedio da oltre 40 anni, in un luogo costantemente esposto a guerre, attacchi e violenze. Pertanto, la natura stessa del trauma richiede un approccio particolare”, ha spiegato.

Ecco perché, ha affermato, Taawon sta pensando a lungo termine, con un programma di assistenza agli orfani progettato per durare 18 anni e accompagnare i bambini fino all’età adulta.

Questo orizzonte temporale a lungo termine influenza anche il modo in cui desidera che questi bambini vengano percepiti.

“Fin dall’inizio, abbiamo capito che non si tratta di un programma di emergenza a breve termine per l’assistenza caritatevole, perché stiamo investendo nella futura generazione di Gaza”, ha dichiarato.

“La filosofia, il programma e la sua struttura mirano a garantire che i bambini orfani ricevano cure complete e dignitose, un sostegno che li renda autonomi”.

Questo è forse l’argomento più importante del rapporto. La crisi degli orfani a Gaza non riguarda solo gli aiuti di emergenza, ma anche la questione se i bambini che hanno perso quasi tutto saranno ancora trattati come titolari di diritti con un futuro, anziché come l’inevitabile residuo umano di una guerra senza fine.

Agnese Boffano è una giornalista di The New Arab, con esperienza pregressa in notizie dell’ultima ora e indagini da fonti libere in Medio Oriente. Ha conseguito un dottorato in giornalismo internazionale presso l’Università City di Londra nel 2021.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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arrivato tramite lista di distribuzione di posta elettronica

Music for peace ha consegnato gli aiuti raccolti per la Flotilla ai palestinesi in Giordania

I volontari di Music for peace al Souf Camp, il campo profughi in Giordania allestito per i rifugiati palestinesi nel 1967. Secondo l’Unrwa ad aprile 2023 ospitava oltre 22mila rifugiati palestinesi © Music for peace

L’organizzazione genovese per i diritti umani aveva raccolto oltre 300 tonnellate di aiuti solo nell’agosto del 2025, destinate alla Striscia di Gaza. Dopo nove mesi di blocco ad Amman per via delle restrizioni imposte da Israele, tra il 25 giugno e l’11 luglio ha finalmente concluso la consegna a beneficio dei rifugiati nei campi profughi giordani. Dal governo italiano nessun aiuto. La Ong denuncia la situazione di Gaza, dove è ancora negata la possibilità concreta di intervenire

Mentre il mondo è tornato a voltare le spalle a Gaza, loro non hanno mai smesso di cercare di raggiungerla. E anche se non sono riusciti a consegnare gli aiuti nella Striscia, sono arrivati alla sua gente.

Music for peace, la Ong genovese che ha raccolto oltre 300 tonnellate di aiuti nell’agosto del 2025, dopo nove mesi di blocco in Giordania, ha finalmente consegnato novemila pacchi di aiuti alimentari ai palestinesi rifugiati nei campi profughi giordani.

“Purtroppo le restrizioni imposte da Israele alle Ong si sono acuite sia a Gaza sia in Cisgiordania -raccontano- per cui non ci è stato possibile operare nei Territori palestinesi. I campi dove sono stati distribuiti gli aiuti si trovano a Ovest della Giordania, a ridosso del confine con i Territori occupati: sono in tutto 13 e sono gestiti dall’Unrwa e dal Dipartimento per gli affari palestinesi del ministero degli Esteri giordano”.

Ad aiutare Music for peace, insomma, non è stato il governo italiano, come proposto dalla nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni -“40 tonnellate le nostre istituzioni le consegnano in una mattinata con due aerei” disse lo scorso ottobre mentre la Flotilla si trovava in navigazione.

Né è stato il fantomatico progetto “Food for Gaza” che, come ha scritto, carte alla mano, il direttore di Altreconomia Duccio Facchini, “in 12 mesi, nel 2025 ha consegnato aiuti diretti ad Amman per 183 tonnellate e un valore dichiarato di appena 160.696,97 euro, in larga parte frutto di donazioni altrui”.

A collaborare con Music for peace nella selezione delle famiglie destinatarie degli aiuti, è stato il Dipartimento giordano per gli affari palestinesi -spiega l’organizzazione- “in base ai criteri di vulnerabilità concordati insieme a noi e alla Jordan hashemite charity organisation (Jhco)”, la non profit che di fatto ha il monopolio nella gestione degli aiuti che passano dalla Giordania. È stato inoltre decisivo, in fase di trattative, l’appoggio dell’ambasciatrice palestinese a Roma Mona Abuamara e del Dipartimento diritti umani e società civile dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

I 13 campi profughi giordani sono nati dopo i due grandi esodi del popolo palestinese: nel 1948, a seguito della nascita dello Stato di Israele, e nel 1967, dopo la guerra dei Sei giorni. Per questo vi risiedono palestinesi che provengono dai cosiddetti Territori del 1948, dalla Cisgiordania, da Gerusalemme e dalla Striscia di Gaza.

Difficile dire quanti siano arrivati dopo il 7 ottobre 2023. “La Giordania si è opposta alla deportazione di massa dei palestinesi -spiega Music for peace- tuttavia è possibile incontrare nei campi persone rifugiate negli ultimi tre anni. Non ci sono però dati numerici disponibili, oltre ai 2.000 bambini evacuati da Gaza per ragioni mediche e ospitati dalla Giordania stessa”.

In totale, nella straordinaria mobilitazione dell’estate 2025, alla fine sono state raccolte oltre 500 tonnellate di aiuti: 45 sono state caricate sulla prima Global sumud flotilla, 180 distribuite un mese dopo in Sudan, 50 in Italia e le restanti 240 sono quelle arrivate in Giordania nel novembre scorso. Da allora i container sono rimasti fermi in attesa e nella speranza, risultata vana, di poter entrare nella Striscia di Gaza.

Tre i dinieghi opposti dalle autorità israeliane, finché si è scelto, in accordo con Jhco e l’Ambasciata italiana ad Amman, di distribuire gli aiuti nei campi palestinesi in Giordania.

E così, dal 25 giugno all’11 luglio scorsi, seguendo il metodo collaudato in trent’anni di esperienza di Music for peace, 9.000 pacchi monofamiliari da 20 chilogrammi l’uno di alimentazione differenziata (riso, farina, miele, marmellata, zucchero, biscotti, tonno, legumi, pasta e pelati) sono stati distribuiti famiglia per famiglia sotto la supervisione dello staff di Music for peace, composto dal presidente, Stefano Rebora, Matteo Montaldo e Chiara Gardella, “per avere la certezza che ogni materiale arrivi davvero a chi ne ha necessità. Lo dobbiamo alle tante persone che hanno donato”.

Nessun alimento è stato rimosso, precisa la Ong. Il riferimento è al primo blocco degli aiuti avvenuto in base alle direttive del Cogat, il Coordinamento dell’esercito israeliano per gli affari civili palestinesi. “Sono vietati gli alimenti troppo calorici per donne e bambini”, si erano sentiti dire, mentre a Gaza la gente moriva di fame.

“Nove mesi di tentativi, di porte chiuse e di blocchi totali che si sono accumulati uno dopo l’altro non ci hanno fermato -ha dichiarato Valentina Gallo di Music for peace-. Questo è l’unico modo che conosciamo per fare aiuto umanitario: arrivare davvero a chi ne ha bisogno, senza deleghe”.

L’organizzazione, oltre ai cittadini italiani che hanno donato in massa, ha ringraziato il Comune di Genova e la sindaca Silvia Salis, la diocesi e monsignor Marco Tasca, ma anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme e il cardinale Matteo Zuppi per l’opera di mediazione. Un grazie è andato anche alla Compagnia unica lavoratori del porto di Genova, i famosi “camalli”, che minacciarono di bloccare l’Europa se la Flotilla fosse stata attaccata e che da sempre, scrive l’Ong, svolgono un “lavoro concreto e silenzioso”.

Music for peace infine ha voluto riportare l’attenzione su Gaza, denunciando la situazione attuale. “La maggior parte dell’opinione pubblica crede che la tregua garantita dal Board of peace abbia aperto un accesso umanitario a Gaza. Non è così. A Gaza non si entra, non si esce e i convogli che transitano sono limitatissimi. Il risultato è che, a seguito di un genocidio in atto, alle Ong, gli enti preposti per definizione a contrastare le sofferenze di guerre e massacri, viene negata la possibilità concreta di intervenire. Si tratta di un fallimento collettivo dell’umanità nel proteggere le vite di chi fugge dalla guerra”.

Terminata la distribuzione dei pacchi in Giordania, il presidente Rebora è volato in Sudan, dove la situazione è altrettanto catastrofica, ricorda, e dove ancora una volta “le Ong come noi sono spesso chiamate a far da sole”.

dalla distribuzione postale eletrronica

Lettera aperta alla Presidente del Consiglio Meloni e al Ministro degli Esteri Tajani 

Il Governo italiano intervenga per la liberazione dei 14 medici palestinesi detenuti

Roma, 30 luglio 2026

Alla Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni
Al Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani

Presidente Meloni, Ministro Tajani, con questa lettera Medici per i Diritti Umani (MEDU) si fa portavoce delle oltre settemila persone che hanno sottoscritto la petizione per la liberazione di quattordici medici palestinesi detenuti da Israele senza accusa formale e senza processo. L’appello è stato rivolto in particolare ai medici, agli operatori sanitari e a tutte le professioni della cura. (link alla petizione su change.org)

La petizione ha raccolto un ampio sostegno da parte della comunità sanitaria italiana, sia a titolo individuale sia istituzionale. Vi ha aderito la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – FNOMCeO, che rappresenta circa 470.000 professionisti,​ insieme a Ordini provinciali, società scientifiche, associazioni sanitarie e altre realtà istituzionali. (link al comunicato Fnomceo)

Non presentiamo, dunque, soltanto una richiesta di MEDU. Ci facciamo interpreti della profonda preoccupazione espressa da migliaia di cittadine e cittadini impegnati nelle professioni della cura.​ Tra i medici detenuti figura il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal​ Adwan, arrestato nel dicembre 2024 dopo aver continuato ad assistere la popolazione del nord di​ Gaza in condizioni drammatiche. Il dottor Abu Safiya è divenuto il simbolo dei professionisti sanitari che hanno continuato a curare i propri pazienti anche quando svolgere la missione medica significava mettere a rischio la propria vita.

Come lui, gli altri tredici medici inclusi nell’appello sono stati sottratti alle loro famiglie, ai loro pazienti e a un sistema sanitario già gravemente compromesso, proprio nel momento in cui la loro presenza sarebbe più necessaria. I nostri colleghi di Physicians for Human Rights Israel (PHRI) seguono direttamente la situazione degli operatori sanitari palestinesi detenuti e ci forniscono aggiornamenti sui singoli casi. Le informazioni raccolte da PHRI sulla durata e sulle condizioni della detenzione, sulle difficoltà di accesso all’assistenza legale e sulle testimonianze di maltrattamenti destano profonda preoccupazione e richiedono un’iniziativa urgente della comunità internazionale.

La detenzione prolungata di questi medici non colpisce soltanto le persone arrestate e le loro famiglie. Priva un’intera popolazione di professionisti indispensabili e aggrava ulteriormente le conseguenze della distruzione delle strutture sanitarie e della drammatica carenza di​ personale. Chiediamo pertanto al Governo italiano di assumere iniziative politiche e​ diplomatiche concrete e, in particolare, di:

  • intervenire formalmente presso il Governo israeliano per chiedere la liberazione immediata dei quattordici medici palestinesi indicati nell’appello;
  • richiedere informazioni complete e verificabili sul luogo e sulle condizioni della loro detenzione, sul loro stato di salute e sull’eventuale formulazione di accuse;
  • sollecitare, nell’attesa della loro liberazione, l’accesso effettivo a un avvocato, ai familiari, a cure mediche indipendenti e agli organismi internazionali competenti;
  •  promuovere un’iniziativa coordinata in sede europea per la liberazione degli operatori sanitari detenuti senza accusa e per la protezione effettiva della missione medica;
  • rendere pubbliche le iniziative intraprese dall’Italia e gli esiti delle interlocuzioni diplomatiche;

La protezione del personale sanitario non può dipendere dalla nazionalità dei medici o dal luogo in​ cui esercitano la propria professione. Curare i malati, assistere i feriti e rimanere accanto ai propri​ pazienti non può diventare motivo di arresto, violenza o persecuzione. A nome delle oltre settemila persone che hanno firmato la petizione e delle numerose​ organizzazioni e istituzioni sanitarie che vi hanno aderito, chiediamo al Governo italiano di utilizzare tutti gli strumenti politici e diplomatici a sua disposizione per ottenere la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri tredici medici palestinesi detenuti.

Curare non è un crimine. La protezione della missione medica non è negoziabile.

MEDU resta disponibile a incontrare il Governo per presentare la petizione, la documentazione relativa ai quattordici medici e le informazioni raccolte anche grazie al contributo dei colleghi di Physicians for Human Rights Israel.

In attesa di un Vostro riscontro e confidando in un concreto intervento del Governo italiano, porgiamo cordiali saluti.

Marco Zanchetta, Presidente di Medici per i Diritti Umani
Alberto Barbieri, Coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani

 

Rev. Munther Isaac, una voce dei cristiani di Palestina

CI STATE DAVVERO ASCOLTANDO?

Dopo tanti anni in cui noi cristiani di Terra santa abbiamo accolto infinite delegazioni di chiese
europee che intraprendono il loro pellegrinaggio, visitano le nostre comunità, scattano foto e poi
tornano a casa dicendo che ci hanno ascoltato, hanno ‘visto il dolore’ e ‘ascoltato le storie’, ci
chiediamo: “Ma è davvero così?”.
Quello che vedo io è ben diverso: le Chiese europee spesso ignorano ciò che diciamo loro, non
tengono conto di ciò che da anni chiediamo e si rifiutano di cambiare i loro atteggiamenti teologici e
politici. Siamo logorati dal riproporsi degli stessi atteggiamenti anche di fronte al genocidio a Gaza e
alla pulizia etnica in Cisgiordania (che non è, come ripetono: ‘una sofferenza da entrambe le partì).
Per questo non possiamo più rimandare questo momento di verità, provando ad elencare alcune
di queste posizioni. Ci dicono: “Siamo qui per ascoltare”. In realtà il loro non è un ascolto che
porti ad una vera solidarietà. Se ci avessero ascoltato in tutti questi anni, non ci abbandonerebbero
ora al genocidio. Riflettono su di noi, ma a partire da una visione di falsa simmetria che
inevitabilmente protegge l’oppressore e calpesta la verità. Ci chiediamo: “Se quando tornano nel loro
Paese non raccontano nulla, a cosa serve che vengano qui?”

LA TEOLOGIA DELLA (FALSA) SIMMETRIA
“Dobbiamo ascoltare il dolore di entrambi!”
Le Chiese europee ripetono costantemente queste affermazioni lapidarie, nascondendosi dietro di
esse: “Non possiamo fare una classifica del dolore”, “La sofferenza degli uni non può cancellare la
sofferenza degli altri”, “E’ troppo complesso”, “Deve cessare la violenza di entrambi”, “Ci vuole il
tempo per curare le ferite, elaborare il lutto e concentrarsi sulla sicurezza per i due popoli”,
“Vediamo l’orrore da una parte e dall’altra; perciò, dobbiamo stare attenti a non schierarci”.
In realtà manca una sincera analisi dei fatti sul terreno e non riescono proprio a considerare i
nostri traumi senza parlare di quelli di chi ci sta opprimendo. Il loro evitare di prendere atto
dell’inequivocabile situazione di oppressione si cela dietro un’ipotetica logica di simmetria e l’uso di
un linguaggio ben preciso.
Selezionano con precisione solo alcuni termini: tragedia, trauma, tensioni, reciproco bisogno di
sicurezza, evitando quelli che evidenzierebbero la responsabilità di chi ha commesso massacri e
crimini contro l’umanità. È questo il tempo di una necessaria chiarezza morale: chiamiamo per nome
la pulizia etica, il genocidio, l’apartheid, il dominio coloniale, l’occupazione, la colonizzazione da
insediamento.
Costantemente ripetono: “Ci rifiutiamo di essere filo-israeliani o filo-palestinesi”, “Vogliamo
ascoltare attentamente qualcuno a Betlemme così come un colono di Hebron”, “Scegliamo
l’equilibrio, la simmetria e l’uguaglianza emotiva”. “Abbiamo compassione per entrambi e,
astenendoci dal fare politica, rimaniamo su un piano pastorale ed ecclesiale”.
In realtà evitano a tutti i costi di dare un nome ai fatti e non intendono schierarsi dalla parte delle
vittime. Per questo, con loro l’apartheid diventa il ‘conflitto’ e il genocidio una ‘guerra. Più sottilmente
si resta esclusivamente su un piano di relazione così da evitare qualsiasi denuncia e presa di posizione.
Affermano: “Restiamo in costante modalità di ascolto, dialogo e incontro”: in questo modo non si
giunge mai una definizione precisa della realtà, a denunciare e ad agire. Parlano di trauma ebraico,
ma quasi mai di quello palestinese. Citano giustamente il 7 ottobre, ma solo raramente la Nakba di
ieri e di oggi; Condannano giustamente l’antisemitismo in aumento ma non altrettanto l’apartheid
israeliano.
Costantemente ripetono: “Siamo venuti per ascoltare, per incontrare, per imparare, per essere
pellegrini”. Ma sanno bene che l’ascolto, in senso biblico, non è mai passivo e implica disponibilità
ad accettare le conseguenze di ciò che si è ascoltato, portando quindi al cambiamento, alla
conversione, all’allontanamento dalla menzogna e dalla complicità.
Personalmente sono giunto a queste conclusioni:
Incredibilmente, mentre il genocidio continua, per le chiese europee sembra che nulla debba
cambiare nel linguaggio. Esse osservano che anche in Cisgiordania la politica di apartheid e
l’annessione di terra diventa sempre più soffocante, ma non aggiornano il loro linguaggio che parla
sempre di “entrambe le parti”.
Non voglio negare il dolore di nessuno, né minimizzare l’orrore del 7 ottobre, ma le chiese non sono
chiamate solo a condividere il lutto: sono chiamate a dire parole di verità e di giustizia.
Le Chiese hanno l’obbligo di denunciare il peccato, soprattutto quando è commesso dai potenti,
protetto dall’Occidente e normalizzato dalla teologia.
Sembra incredibile che si continui ad usare rigorosamente il linguaggio rassicurante del
“conflitto”, della “complessità” e del “dolore di entrambe le parti”, mentre Gaza è stata
polverizzata e i palestinesi vengono cancellati. L’intenzione può essere giustamente pastorale,
ma le chiese si dimostrano moralmente inadeguate e complici di quanto accade.
L’empatia delle Chiese europee verso le persone che soffrono è ovviamente encomiabile e
cristianamente conseguente. Mi sconvolge però il loro ostinato rifiuto di affrontare e nominare i fatti
che causano quella sofferenza.
Quello che i palestinesi stanno vivendo non è semplicemente un ‘conflitto: è apartheid e
colonizzazione da insediamento.
Non si vuole ammettere che non c’è alcuna simmetria. In particolare, ciò che sta accadendo a Gaza
non è semplicemente ‘sofferenza da entrambe le parti: è un genocidio.

IL RIFIUTO DI CHIAMARLO GENOCIDIO
“Coloro che negano il genocidio, nonostante le prove schiaccianti e le dichiarazioni
degli stessi sionisti, negano l’umanità stessa del popolo palestinese” (Kairos, Un
momento di verità in tempo di genocidio, 3.4)
Non è tanto una questione di opinioni diverse, né utilizzo di termini corretti, di slogan o di
ideologia. Ormai da tempo la maggioranza delle istituzioni e degli esperti internazionali ha concluso
che a Gaza si deve parlare di genocidio. Le commissioni Onu più diverse e molte autorevoli voci
ebraiche e israeliane si sono pronunciate in questo senso. Il genocidio non è un’invenzione palestinese
e non siamo stati noi a definirne il quadro giuridico. La definizione proviene dalla ‘Convenzione delle
Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio’ (1948). In base ad essa, il
genocidio si riferisce non solo all’omicidio di massa, ma anche alla distruzione deliberata di un
popolo, o di una sua parte, attraverso lo smantellamento sistematico delle condizioni che rendono
possibile la vita. La Convenzione è stata elaborata all’indomani dell’Olocausto ed è portata avanti
dalla stessa tradizione valoriale europea grazie a cui l’Europa ha insegnato per decenni al resto del
mondo i diritti umani. È proprio per questo che il rifiuto delle chiese e dei governi europei di applicare
il loro stesso linguaggio giuridico e morale alla questione di Gaza è così rivelatore. L’affermazione
secondo cui Israele starebbe commettendo un genocidio a Gaza non proviene da attivisti e non si basa
su slogan ideologici. È stata formulata in un crescente corpus di prove, da istituzioni ed esperti
autorevoli, provenienti da diverse discipline e continenti. Studiosi di genocidio1 e giuristi hanno
avvertito che le azioni di Israele mostrano chiare intenzioni genocidarie.
Per questo, il rifiuto da parte di alcune Chiese, di usare il termine ‘genocidio’, è grave.
Mi chiedo allora: i leader religiosi ritengono forse che tutti questi soggetti, singoli e organismi più
diversi, siano faziosi o sbaglino? E se l’Aja è considerata la capitale del diritto internazionale, come
intendiamo proteggere il suo prezioso lavoro? Forse i cristiani occidentali non considerano i fratelli e
le sorelle palestinesi pienamente umani, con la conseguenza che i diritti umani a loro non si
dovrebbero applicare?

LA TEOLOGIA DEL PELLEGRINAGGIO
“Noi siamo in cammino con entrambi i popoli”
Le Chiese amano descriversi come una comunità che intraprende un cammino e che, vulnerabile
e attenta, desidera rimanere connessa con ebrei israeliani e cristiani palestinesi. La Chiesa ascolta le
loro storie e cerca di capire come, in quanto Chiesa, possa parlare e agire in una realtà lacerata. Ma
questo tipo di “pellegrinaggio” sembra funzionare come meccanismo teologico per evitare di dover
riconoscere la chiarezza morale.
La comunità dei pellegrini si pone giustamente in modalità di ascolto, dialogo e incontro ma
purtroppo non giunge a quel punto dell’ascolto stesso che porta ad una obiettiva definizione della
realtà sul campo, a schierarsi dalla parte delle vittime e ad agire di conseguenza. Sembra che ci si
astenga dall’usare i termini ‘genocidio’ e ‘apartheid’ proprio per non prendere una posizione chiara.
Così l’apartheid diventa un ‘conflitto’, il genocidio una ‘guerra’ e la nostra distruzione ‘violenze e
tensioni’. La Chiesa sembra diventare luogo di supplica disincarnata a Dio, mediatrice tra due parti
ugualmente sofferenti, anziché testimone della verità.
È un vero insabbiamento della verità. Ecco a cosa portano queste visite nella loro forma attuale.
Con trasporto i membri delle delegazioni ci incontrano, fotografano e scrivono articoli nei loro
giornali ecclesiali: “Abbiamo fatto il nostro dovere: abbiamo visitato i cristiani palestinesi”. Si
rendono conto di continuare ad usare un linguaggio teologico funzionale alla nostra eliminazione? Si
1 Tra questi c’è Amos Goldberg, professore di studi sull’Olocausto e sul genocidio presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, il quale ha chiaramente sostenuto che ciò che Israele sta facendo a Gaza costituisce un genocidio. Non è il solo. Importanti studiosi israeliani di genocidio, come Raz Segal, e un numero crescente di studiosi ebrei in tutto il mondo, hanno insistito sul fatto che questa accusa debba essere presa sul serio e non liquidata come antisemita. Inoltre, importanti organizzazioni del settore, come la International Association of Genocide Scholars e centinaia di studiosi di genocidio in tutto il mondo, hanno rilasciato dichiarazioni che mettono in guardia contro il genocidio a Gaza. Importanti organizzazioni per i diritti umani che citano regolarmente le chiese in altri contesti, come Amnesty International e Human Rights Watch, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem e numerosi funzionari delle Nazioni Unite, mettono in guardia contro circostanze genocidarie, intenzioni dolose e la deliberata distruzione della vita di civili.
Nel caso delle accuse mosse dal Sudafrica, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che erano
sufficientemente plausibili da giustificare misure provvisorie e la Corte Penale Internazionale ha emesso
mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
accorgono di essere funzionali a chi non solo ci opprime, ma sta ormai sottraendoci tutto, la terra e la
storia, fino a che non ci saranno più cristiani palestinesi in Palestina?
Ecco ciò che le chiese europee non vogliono ammettere: il loro silenzio sul genocidio non nasce
solamente dall’ipotesi che esso non sia provato, ma è profondamente radicato nella teologia
europea. Il sionismo cristiano è ormai una realtà sempre più determinante nell’ambito ecclesiale,
ma le chiese cristiane evitano di chiedersi come respingerlo e rifiutarlo esplicitamente. (Cfr. per es.
Kairos, vivere la fede in tempo di genocidio, 3.7).
L’occupazione e colonizzazione della Cisgiordania vengono citate ma non si nomina il responsabile
di questa costante e decennale violazione del diritto internazionale, senza descrivere alcuna
conseguenza a questa come ad altre ingiustizie. Ci si scandalizza del livello di annessione raggiunto
sul terreno ma si evita assolutamente di chiedere sanzioni né alcuna forma di obbligo giuridico, allo
stato d’Israele.
Il rapporto delle chiese con gli ebrei viene definito come teologico, esistenziale e radicato
nell’identità stessa della Chiesa. Si parla di “solidarietà incrollabile” riferita al “popolo di Israele”, ma
si evita di chiarire cosa intende esattamente la Chiesa per ‘popolo di Israele’.
Ma il rapporto delle Chiese con i cristiani, paradossalmente, non sembra ricevere la stessa
considerazione teologica riservata agli ebrei. Dei cristiani palestinesi non si parla come di soggetti
teologici ma molto più semplicemente in relazione alla vocazione ecumenica e diaconale della Chiesa.
Mentre nominare gli “ebrei” significa immediatamente fare un riferimento teologico, quando
le chiese nominano i “palestinesi” attribuiscono ad essi un valore esclusivamente politico.
L’esistenza palestinese è sempre stata vista attraverso una lente politica, ritenuta oggetto di opinioni
diverse e di conseguenza tenuta ai margini dalle chiese. I cristiani palestinesi percepiscono da sempre
di venir considerati dalle chiese attraverso lenti diverse,
Se l’antisemitismo è una priorità per le Chiese, essa deve ricordare sempre la chiara distinzione tra
gli ebrei e lo Stato di Israele.
Le chiese europee faticano a riconoscere che è il razzismo alla base della loro considerazione dei
cristiani di terra santa, in quanto palestinesi
Il vangelo esige dalla chiesa di schierarsi dalla parte della verità e non di evitare le controversie,
le denunce e le prese di posizione. Il Vangelo è inequivocabile nel pretendere che la Chiesa non sia
neutrale di fronte alle ingiustizie, a chi opprime e ad ogni forma di peccato. Esige dalla Chiesa di
essere veritiera e profetica. Chiede alla Chiesa di stare dove sta Cristo: con i crocifissi.
Se queste visite non contribuiscono a realizzare il Regno di Dio, è utile continuare a farle? Se
servono a proteggere le chiese dalla responsabilità di dire la verità e se funzionano come un surrogato
del pentimento e di una solidarietà che sarebbe troppo onerosa, perché farle ancora? Se le Chiese non
ci aiutano e non intervengono, si rifiutano perfino di nominare il genocidio e l’apartheid, di ammettere
la propria complicità, perché dovremmo fingere con loro?
Se chi dice di ascoltarci si rifiuta di cambiare mentalità, le sue parole e le sue azioni saranno un
attacco anche alla nostra umanità e alla sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Questi fratelli nella
fede li vediamo salutarci e abbracciarci con affetto sincero mentre ritornano in Europa nelle loro
comunità. Dentro di noi soffriamo nel vedere che hanno riposto nelle loro valigie anche il nostro
immenso dolore. Chissà che idea hanno di speranza e di futuro, di regno di Dio e di liberazione.

Libertà per i prigionieri politici palestinesi in Italia — Libertà per la Palestina

Il 18 luglio scorso, su iniziativa di numerose associazioni, organizzazioni e reti di persone solidali, si sono svolti presìdi davanti a cinque carceri italiane – Terni, Sassari, Ferrara, Rossano Calabro, Melfi – con iniziative anche in altre città, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi lì detenuti: una detenzione ingiusta di per sé — non solo perché lo dicono le convenzioni ONU o il diritto internazionale, comunque dispositivi ideati da chi occupa e non da chi resiste, ma perché lo afferma la storia e la resistenza del popolo palestinese. Il fatto che questa detenzione costituisca una violazione anche per il diritto degli oppressori rivela quanto sia contraddittorio e ipocrita questo sistema di
“democrazia” e “libertà” dell’Occidente.
Chiediamo la fine della repressione messa in atto dai complici del genocidio sionista: la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici palestinesi, e la fine della politica di prepotenza e persecuzione nei confronti della comunità palestinese e di chi, in Italia, si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese.
Quanto sta accadendo oggi solleva serie preoccupazioni riguardo a una deriva verso la criminalizzazione della solidarietà con la Palestina e la restrizione delle libertà pubbliche e della libertà di espressione. Al di là della specificità dei singoli casi, denunciamo come costante, in tutte le vicende giudiziarie riguardanti i prigionieri palestinesi, la pressione dei servizi segreti e dell’apparato repressivo sionista, capace di condizionare, attraverso solidi legami economici e commerciali, le scelte delle autorità politiche e giudiziarie italiane.
Il Governo Meloni viola apertamente il diritto internazionale, venendo meno perfino alla finzione umanitaria con cui i Governi europei stanno provando a mascherare la loro complicità rispetto a quanto accade in Palestina. Mentre in seno al Parlamento europeo si moltiplicano le richieste di ritenere l’entità sionista responsabile di genocidio e delle gravi violazioni del diritto internazionale, il governo Meloni continua a confermarsi tra i governi più servili a “Israele” in Europa: fornisce copertura politica al governo Netanyahu e vota contro, o si oppone, alle iniziative volte a condannare l’occupazione sionista e a introdurre sanzioni e boicottaggio, in palese disprezzo verso il popolo palestinese e la sua
autodeterminazione.
Sostenere il popolo palestinese e la sua resistenza, schierarsi al loro fianco contro l’occupazione, il colonialismo di insediamento, l’apartheid e lo sfollamento non è un crimine; al contrario, è una posizione legittima dal punto di vista politico, etico e legale. Il vero crimine è rimanere in silenzio di fronte al genocidio in corso, rendendosi complici di politiche di sterminio, fame e assedio insieme all’alleato sionista. È inaccettabile che i palestinesi vengano perseguitati o arrestati per aver sostenuto il proprio popolo, la propria causa e il proprio diritto ad autodeterminarsi; per le proprie opinioni politiche e
posizioni pubbliche; o per ciò che pubblicano sui social media a condanna dell’occupazione e del genocidio portati avanti dai criminali sionisti.
Nell’ambito delle politiche del governo Meloni, molte voci palestinesi e filopalestinesi vengono accolte con sospetto e pregiudizio, nell’intenzione di criminalizzare la Resistenza Palestinese e la solidarietà, con accuse volte a mettere a tacere il dissenso, in virtù di norme dall’impianto incostituzionale pensate ed adottate nel nome della cultura paranoica della “sicurezza”, come “il terrorismo della parola”.
Lo Stato trasforma il sostegno politico e morale ai legittimi diritti del popolo palestinese in un crimine, etichettando i palestinesi e i loro sostenitori come terroristi semplicemente per aver difeso i propri diritti esistenziali: questo è il dato di fatto. Ed è contro questo che lottiamo: contro la cancellazione dell’agibilità politica per tutte e tutti, in difesa della Palestina e del popolo palestinese oggi, come della libertà e del diritto di esistere di tutti i popoli oppressi. È paradossale, e a tratti grottesco, che la parola “terrorismo” venga rovesciata contro chi resiste all’occupazione e usata proprio da chi il terrorismo lo pratica realmente: l’entità sionista e i suoi lacchè.
L’incarcerazione di palestinesi per la loro identità nazionale, le loro attività di solidarietà o le loro posizioni politiche costituisce una grave violazione dei valori democratici di cui l’Italia continua a vantarsi, e crea un precedente grave che non farà che acuire il senso di ingiustizia, discriminazione e persecuzione.
La repressione dei prigionieri politici palestinesi si consuma dentro carceri italiane le cui condizioni, in piena estate, sono insostenibili per l’intera popolazione detenuta: sovraffollamento, caldo soffocante, carenze igienico-sanitarie che confliggono con il rispetto della dignità umana.
Denunciamo l’insostenibilità delle carceri, aggravata in questi mesi estivi, e la trascuratezza in cui giacciono da tempo le vicende giudiziarie dei prigionieri palestinesi, segnate da tensioni quotidiane, provocazioni finalizzate ad allungare i periodi detentivi, discriminazione e crescente isolamento. Denunciamo la situazione particolarmente disumana di Ryiad Albustanij che, nel carcere di massima sicurezza di Sassari, versa in precarie condizioni di salute purtroppo in peggioramento mentre, invece, viene ancora privato del diritto al pieno accesso alle cure sanitarie e del diritto alla comunicazione con
la famiglia.
Lanciamo un appello a tutte le associazioni e le realtà politiche e sociali solidali con la Palestina affinché portino in ogni spazio e in ogni dibattito la voce e la richiesta di libertà dei prigionieri palestinesi; partecipino, con una mobilitazione forte e dal basso, ai prossimi appuntamenti scanditi dall’iter processuale dei detenuti, per far sentire alta la nostra voce, e sostengano con iniziative autonome — presìdi, raccolte fondi per le famiglie, campagne di sensibilizzazione — che non dipendano dalla disponibilità delle istituzioni ad agire. Segnaliamo fin d’ora l’udienza di riesame per Mohammed Hannoun e Raed Dawoud, prevista per il 9 ottobre, e ci impegniamo a essere presenti anche alle udienze d’appello per Anan Yaeesh e Ahmed Salem.
Chiediamo per questo un intervento da parte di senatori, deputati, amministratori di enti locali, autorità religiose e segretari di partito: una visita ai detenuti palestinesi, capace di dare visibilità mediatica alla loro condizione, con possibile organizzazione di eventi pubblici sui rispettivi territori e uscite sulla stampa, che rendano visibile l’ingiusta detenzione e le condizioni di detenzione per loro e per tutti; garantire ai familiari dei detenuti palestinesi il pieno diritto di visita, rimuovendo ogni ostacolo amministrativo o politico che limiti il mantenimento dei rapporti familiari, nel pieno rispetto dei diritti
fondamentali della persona detenuta.
I detenuti:
Carcere di Terni: Mohammed Hannoun
Carcere di Sassari: Riyad Albustanji, Abdelmuti Abunada
Carcere di Ferrara: Raed Dawoud
Carcere di Rossano Calabro: Yaser Elasaly, Ahmed Salem
Carcere di Melfi: Anan Yaeesh
Ribadiamo il nostro impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese e per la legittimità della sua resistenza, per la giustizia e la libertà.
I tentativi di intimidazione e arresto non ci fermeranno: continueremo a sostenere il popolo palestinese e la sua legittima lotta per la libertà, la dignità e la fine dell’occupazione.
Come associazioni e persone solidali, abbiamo sempre chiesto — e continuiamo a chiedere — la rottura del Memorandum d’intesa militare tra Italia e “Israele”, la fine di ogni accordo commerciale, finanziario e di ricerca tra enti, società, imprese e università italiane e l’entità sionista, così come la fine del Patto di associazione tra i paesi UE e”Israele”.

Libertà per i prigionieri politici. Libertà per la Palestina
Associazione Palestinesi in Italia, Coordinamento calabrese per la Palestina,
Coordinamento ternano per la Palestina, Donne Palestinesi,
Ferrara per la Palestina, Giovani Palestinesi d’Italia, Milano per la Palestina,
Rete per la Palestina di Basilicata, Sassari per la Palestina.

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In “bottega” cfr i nostri ultimi dossier (ogni sabato): Palestina scomparsa dai media (25 luglio); le sette animedel popolo palestinese (18 luglio); Palestina, la scelta di rimanere (11 luglio); Palestina: mille giorni di genocidio (4 luglio);  Palestina: caparbiamente soffrire e resistere (27 giugno); Palestina: lo sterminio caro ai remigrazionisti (20 giugno); Palestina: un sorriso che manca (13 giugno); Palestina sul tetto del mondo (6 giugno); Palestina, l’insostenibile pesantezza della realtà (30 Maggio), Palestina, flottilla e non solo (23 maggio), Palestina, Palestina (16 maggio), Palestina è anche poesia (9 maggio), Palestina e il diritto umano di sognare (2 maggio), Anche in Palestina è resistenza (25 aprile), Palestina e dintorni (18 aprile), Palestina-lotta-solidarieta-e-conoscenza (11 aprile),  Palestina-con-ancor-piu-determinazione/ (4 aprile), Palestina: navigare in acque infuocate (28 marzo), Palestina e altri teatri di guerra (21 marzo), Palestina: l’impero colpisce ancora… (14 marzo), Palestina: resistere nel fuoco della guerra (7 marzo), Palestina: una terra che vuole vivere (28 febbraio ): Palestina: la tregua che non c’è (21 febbraio), Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo. (14 feb), Palestina: la nuova Flottilla, lo sciopero dei porti… (7 feb), Palestina e memoria: non dimentichiamo, mai! (del 31 gennaio) , Con la Palestina nel cuore e nelle lotte  (24 gen),  Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità (del 17 gen), Palestina – lo sguardo non si abbassa (10 gen),  Tutti solidali con la Palestina (3 gen) e molti altri in precedenza che, attraverso i TAG, è facile rintracciare.

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