Un altro dossier: Giovedì Bianco, #TheyLiedToYou, No Bavaglio, il podcast di Anna Maria Selini, No Bavaglio e gli aggiornamenti.
Genocidio a Gaza – 25 luglio
Ieri, un palestinese è stato ucciso in un raid aereo israeliano contro il quartiere di Zeitoun, a est di Gaza City. Un raid aereo israeliano ha colpito il campo profughi di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.
Una donna palestinese è stata uccisa, a causa delle ferite riportate in un raid aereo israeliano contro un condominio in via Al-Jalaa a Gaza City.
I nostri contatti riferiscono che l’esercito di occupazione continua l’opera di demolizioni della case diroccate da precedenti bombardamenti, per allargare la zona dietro la “linea gialla”. Gli abitanti palestinesi, accampati tra i ruderi, vengono costretti dagli spari dei cecchini ad abbandonare le zone, dopo che l’esercito aveva spostato i blocchi di cemento di colore gialla più a ovest. Nella parte sud della Striscia, tra Rafah e Khan Younis, Israele ha iniziato a costruire un muro di separazione, come quello realizzato nella Cisgiordania.
A Gaza non c’è nessun cessate-il-fuoco.
Questo popolo ha sette anime
È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori.
In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui 6 e qui 7a puntata
Il nostro commento quotidiano fisso:
Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.
Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.
Cisgiordania
Ieri, coloni ed esercito hanno ucciso 4 palestinesi e ferito altri 4, di cui 3 in condizioni critiche, nella città di Tell, a sud-ovest di Nablus, a seguito di un attacco lanciato da coloni armati contro la città e il loro assalto ai residenti e alle loro proprietà. Tutte le vittime sono della stessa famiglia Ramadan. Dopo un attacco dei coloni armati, uno dei cugini Ramadan era riuscito a strappare il mitra ad un colono ed ha sparato nella direzione degli aggressori facendoli fuggire. Dopo pochi minuti sono arrivati i rinforzi dell’esercito che hanno cominciato a sparare contro i palestinesi, uccidendo i quattro cugini. L’esercito ha annunciato l’uccisione di un ufficiale e un soldato e il ferimento di altri 3. Subito dopo l’esercito ha compiuto un assedio alla città di Nablus e un violento rastrellamento a Tell.
Nelle prime ore di oggi, sabato, diverse aree della Cisgiordania sono state teatro di una nuova ondata di raid da parte delle forze di occupazione israeliane e di attacchi da parte dei coloni, che hanno provocato il ferimento di un giovane palestinese e di un anziano a Betlemme e Nablus, colpiti da colpi d’arma da fuoco israeliani.
I nostri contatti hanno riferito che le forze israeliane hanno effettuato raid nel campo profughi di Aqbat Jabr, a sud di Gerico, nella città di Qalqilya, nel villaggio di Kobar, nel distretto di Ramallah, e nella città di Kafr Aqab, a nord di Gerusalemme.
Le forze israeliane hanno inoltre effettuato raid nella città di Ya’bad e nei villaggi di Zababdeh e Burqin, nel governatorato di Jenin, nonché nel villaggio di Far’un, a sud di Tulkarm.
Nel governatorato di Nablus, le forze israeliane hanno effettuato raid nei villaggi di Tell e Qaryut e nella città di Beit Furik, conducendo una vasta operazione di arresti a Tell e perquisendo diverse abitazioni a Beit Furik.
Secondo quanto riportato dai nostri contatti, le forze israeliane hanno lanciato bombe contro le case dei palestinesi a Qaryut, mentre i coloni hanno attaccato le abitazioni nel villaggio di Urif, a sud di Nablus.
La Mezzaluna Rossa palestinese ha annunciato venerdì sera che un ragazzo è stato colpito da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze di occupazione israeliane nel campo profughi di Dheisheh a Betlemme.
Genocidio a Gaza – 24 luglio
Giovedì sera, aerei da guerra israeliani hanno lanciato una serie di raid aerei, distruggendo abitazioni nel campo profughi di Bureij, nel campo profughi di Jabalia, nei quartieri di Zeitoun e Jalaa a Gaza City e nel campo profughi di Maghazi, causando anche diversi feriti.
Le immagini mostravano edifici distrutti, fiamme e crateri nel terreno nelle zone colpite. Nostri contatti a Gaza hanno riferito che si è trattato dei raid aerei più estesi sulla Striscia di Gaza dallo scorso ottobre 2025.
Un portavoce della Protezione Civile di Gaza ha dichiarato che le forze di occupazione israeliane hanno emesso ordini di evacuazione per le abitazioni in sei aree della Striscia nelle ore precedenti.
Una fonte dell’Ospedale Al-Maamadany (Battista) ha riferito che diversi palestinesi sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano che ha colpito un edificio nel quartiere di Zeitoun.
Una fonte dell’Ospedale Al-Shifa ha inoltre riferito che due persone sono rimaste ferite in un raid aereo contro un’abitazione in via Jalaa a Gaza City.
Il rapporto del ministero della sanità informa di 6 palestinesi, tra i quali due donne e un bambino, sono stati uccisi ieri.
A Gaza non c’è nessun Cessate il fuoco.
Situazione umanitaria
Ieri sera, giovedì, forze politiche e sociali palestinesi hanno organizzato una marcia a Gaza città, per chiedere la fine della guerra genocida di Israele, la revoca dell’assedio e per respingere i piani di deportazione dei palestinesi dalla loro terra e dare spazio alla colonizzazione ebraica.
I partecipanti alla marcia, svoltasi con lo slogan “Mille giorni di genocidio… Gaza resiste e grida contro l’ingiustizia e il silenzio”, hanno sventolato bandiere palestinesi e striscioni, che condannano il genocidio in corso e denunciano il silenzio delle cancellerie coloniali riguardo alla grave situazione umanitaria che i palestinesi affrontano nella Striscia di Gaza. Hanno inoltre chiesto alla comunità internazionale di fare pressione su Israele affinché fermi l’aggressione, proteggere i civili e garantire la consegna degli aiuti umanitari.
Questo popolo ha sette anime
È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori.
In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui 6 e qui 7a puntata
Cisgiordania
Sei palestinesi uccisi in 24 ore.
Una nuova aggressione di coloni, sostenuti dall’esercito di occupazione, ha lasciato a terra 4 palestinesi uccisi e 7 feriti, tra di loro 3 gravi. È avvenuto stamattina a Tel vicino a Nablus. All’alba, i coloni ebrei israeliani hanno attaccato la cittadina, sparando contro le case dei palestinesi. Alle loro spalle c’erano i soldati che hanno dato loro manforte, quando il lancio di pietre da parte dei palestinesi era diventato fitto. Un altro crimine genocida che mira alla deportazione dei nativi per lasciare posto alle orde di coloni arrivati da ogni dove.
Ieri, coloni israeliani hanno appiccato un incendio a terreni agricoli nel villaggio di Salim, sempre nei pressi di Nablus, nella Palestina occupata. I soldati israeliani invece di allontanare gli aggressori, hanno attaccato i palestinesi che tentavano di spegnere il fuoco. Due palestinesi sono stati uccisi e altri due feriti.
Peter Waters_, musicista amato in tutto il mondo, ha improvvisato per oltre 2 ore, accompagnando un coro semplice e chiaro:
“Free, free Palestine”_
Un muro di coscienza attraversato da centinaia di persone in viaggio. Alcune si sono fermate a ringraziare, altre a chiedere informazioni.
Un volantino, una bandiera: il simbolo di chi oggi si oppone a ogni oppressione, ogni abuso, ogni colonialismo.
Solo alcune sioniste non hanno apprezzato: hanno reagito con minacce e intimidazioni… non ci hanno smosso, non ci hanno scalfito, siamo rimasti solidi e compatti, finché la polizia non li ha allontanati.
In aeroporto, tante e tanti hanno visto con i propri occhi cos’è il sionismo e cos’è la lotta per la giustizia in Palestina.
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ELMAS. Un presidio silenzioso per chiedere l’interruzione dei collegamenti diretti tra Cagliari e Tel Aviv: questa mattina una ventina di attivisti del Comitato sardo di solidarietà con la Palestina si sono ritrovati nell’area partenze dell’aeroporto di Elmas per una manifestazione organizzata nell’ambito del “Giovedì Bianco”, la giornata di mobilitazione promossa in diverse città italiane a sostegno della popolazione palestinese.
Vestiti di nero, disposti in fila con bandiere palestinesi e volantini distribuiti ai passeggeri, i manifestanti hanno dato vita a quello che hanno definito un “muro di coscienza”. Il presidio è stato accompagnato dall’esecuzione di brani al pianoforte e da slogan a sostegno della Palestina, nelle ore in cui era previsto l’arrivo e la successiva ripartenza del volo da e per Tel Aviv. “Noi siamo qui oggi per sensibilizzare tutte le persone sul fatto che questo aeroporto ha un collegamento diretto con Tel Aviv. Le persone che arrivano in questo aeroporto da Tel Aviv possono essere, e spesso lo sono, complici del genocidio in atto. Il genocidio che non si è mai fermato. Le persone forse non lo sanno, forse si sono distratte quando si è parlato di tregua, ma non è cambiato nulla. Il popolo palestinese è sotto attacco, vogliono sterminarlo e molte delle persone che passano da questo aeroporto possono essere coinvolte”, spiega Maria Elisabetta Pini del Comitato sardo di solidarietà con la Palestina.
L’obiettivo dell’iniziativa, spiegano gli organizzatori, è di chiedere la sospensione dei collegamenti aerei con Israele. “La nostra richiesta è di impedire l’arrivo di voli diretti da Israele. Vogliamo che ci si renda conto che non è normale avere dei collegamenti diretti con un paese che sta realizzando un genocidio oggi”.
Durante il presidio non sono mancate le contestazioni da parte di alcuni passeggeri in transito, che hanno espresso il proprio dissenso nei confronti della manifestazione. Gli organizzatori hanno spiegato di aver scelto di manifestare proprio nell’area partenze per lanciare un messaggio ai viaggiatori. “Abbiamo deciso di fare un muro di coscienza. Un muro attraverso cui le persone possono passare per pensare, ricordarsi, rendersi conto di quello che sta accadendo e anche decidere di agire, di chiedere, di chiedere l’interruzione di questi voli come segnale di non complicità con il genocidio che sta avvenendo adesso in Palestina”.
NoBavaglio, ‘no al ddl antisemitismo, stanno facendo un golpe estivo’
(ANSA) – ROMA, 24 LUG – “Forte preoccupazione e contrarietà rispetto al disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo, alle ultime battute dell’iter in Commissione Affari Costituzionale alla Camera, che rischia di essere approvato nel silenzio generale senza alcuna possibilità d’intervento rispetto al testo licenziato dal Senato lo scorso marzo”. E’ quanto afferma in una nota La Rete NoBavaglio, che parla di “golpe estivo che, introducendo di fatto una censura sul genocidio in Palestina e sulle critiche al governo d’Israele, restringerà ancora di più lo spazio civico in Italia e comprometterà la libertà d’espressione e di dissenso. Ci appelliamo a tutte le forze democratiche affinché intervengano per scongiurare l’ennesima legge bavaglio e un’ulteriore deriva autoritaria nel nostro Paese. Il provvedimento, nella versione attuale, recepisce integralmente la definizione di antisemitismo dell’Ihra, inclusi gli indicatori applicativi, introducendo un margine interpretativo così ampio da poter colpire non solo la libertà d’espressione, ma anche il lavoro di Bds, Amnesty International ed altre associazioni, Ong e gruppi della società civile, che documentano le violazioni dei diritti umani e criticano le politiche del governo israeliano. Una norma formulata in questo modo, e combinata con il rafforzamento dei poteri discrezionali dell’Agcom, rischia di trasformarsi in uno strumento di limitazione del dissenso, con effetti diretti sul giornalismo, sull’attivismo e sulla ricerca indipendente”.
di Anna Maria Selini
Chi è davvero Benjamin Netanyahu, detto “Bibi”? Qual è il suo passato e come è arrivato a essere uno dei leader più potenti e spietati al mondo? Perennemente a caccia di nemici da combattere, per salvarsi o entrare definitivamente nella grande storia. La quarta stagione del podcast “Palestina-Israele” realizzato da Anna Maria Selini e prodotto da Altreconomia, con il sound design di Luca Bozzoli. Sei episodi, prima uscita il 3 luglio 2026
È il politico israeliano rimasto più a lungo al potere, attraversando la storia nazionale e internazionale, spesso determinandola. Hanno predetto più volte la sua fine politica ma nonostante tutto -incluso il trauma e il fallimento del 7 ottobre- Benjamin Netanyahu è ancora il “re di Israele”, un “sovrano” per alcuni decaduto ma deciso a ripresentarsi e vincere anche le elezioni nell’autunno del 2026. Capace di adeguarsi ai tempi ma in fondo sempre coerente con se stesso e con la sua brama di potere, in pochi dividono come lui, dentro e fuori Israele, nel mondo ebraico e nel panorama internazionale.
Di che cosa parla “Bibi. Le sei vite di Benjamin Netanyahu”
Lo chiamano “l’americano”, il “re” di Israele, ma anche il “traditore”. Hanno predetto più volte la sua fine politica, ma nonostante tutto -incluso il trauma e il fallimento del 7 ottobre- Benjamin Netanyahu è ancora al potere, deciso a ripresentarsi e vincere anche le elezioni nell’autunno del 2026.
È il leader politico israeliano più longevo di sempre, capace di adeguarsi ai tempi, ma in fondo sempre coerente con se stesso e la sua brama di potere. In pochi dividono come lui, dentro e fuori Israele, nel mondo ebraico e nel panorama internazionale.
Ma chi è davvero Benjamin Netanyahu? Qual è il suo passato e come è arrivato a essere uno dei leader più potenti e spietati al mondo? Cerca di rispondere a queste e altre domande il nuovo podcast scritto e realizzato da Anna Maria Selini, con il montaggio e sound design di Luca Bozzoli, e prodotto da Altreconomia.
Si tratta della quarta stagione della serie podcast “Palestina Israele”, dopo “Oslo 30. L’illusione della pace”, “La guerra dei giornalisti” e “Bambini senza pace”.
Questa volta Selini è tornata in Israele per raccogliere testimonianze e dettagli sulle sei vite di Benjamin Netanyahu: una per puntata (della durata di circa 30 minuti), in uscita sul sito di Altreconomia e tutte le piattaforme, dal 3 luglio a fine ottobre 2026, ovvero all’appuntamento elettorale forse più importante nella vita di Netanyahu.
Nel podcast parlano, tra gli altri, Massimo D’Alema, i giornalisti italiani Elena Testi, Eric Salerno e Umberto De Giovannangeli, la storica Anna Foa, il direttore del Centro israeliano per gli Affari pubblici Ofek, Yehuda Shaul, i giornalisti israeliani Anshel Pfeffer e Nurit Canetti, la deputata arabo-israeliana Aida Touma, l’ex generale e collaboratore di Netanyahu David Agmon e Barak Medina, ex rettore dell’Università ebraica di Gerusalemme.
Ognuno aggiunge un tassello della biografia e della storia di Netanyahu, a partire dall’infanzia e dalla grandissima influenza del padre Benzion e del fratello Yoni, eroe nazionale, morto in un’operazione di salvataggio di ostaggi israeliani esattamente cinquant’anni fa, il 4 luglio 1976.
L’autrice Anna Maria Selini, giornalista professionista, ha realizzato, tra gli altri, reportage scritti e filmati in Israele, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Regista di “Gaza guerra all’informazione” e autrice di “Vittorio Arrigoni, ritratto di un utopista” (Castelvecchi, 2019), collabora dal 2020 con Altreconomia. Ha realizzato per Altreconomia il podcast “Palestina-Israele”.
Gaza eleva a 1.191 i morti dal cessate il fuoco del 2025, dopo sei deceduti e 37 feriti in nuovi attacchi israeliani nelle ultime 48 ore.
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Le autorità della Striscia di Gaza, sotto il controllo del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), hanno comunicato questo sabato che almeno sei palestinesi hanno perso la vita e altri 37 hanno subito ferite in una serie di attacchi effettuati dall’Esercito di Israele durante le ultime 48 ore sull’enclave palestinese.
Il Ministero della Salute ha segnalato che il numero totale di deceduti è già salito a 1.191 e quello dei feriti a 3.853 a causa degli attacchi registrati dal cessate il fuoco concordato nell’ottobre del 2025, nel quadro della proposta degli Stati Uniti per il futuro del territorio.
Allo stesso tempo, l’organismo ha sottolineato che in questo periodo sono stati recuperati 803 corpi in aree da cui si sono ritirate le forze israeliane, che attualmente si trovano dispiegate nella cosiddetta “linea gialla”, una striscia che copre più della metà della Striscia di Gaza.
D’altra parte, ha precisato che dall’inizio dell’offensiva israeliana dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 — che hanno causato circa 1.200 morti e quasi 250 sequestrati, secondo il conteggio ufficiale israeliano — sono stati contabilizzati 73.317 deceduti e 173.961 feriti. Tuttavia, ha avvertito che ci sono ancora corpi sparsi per le strade e sotto le macerie in zone inaccessibili, quindi il bilancio potrebbe continuare ad aumentare.
Coloni israeliani sabotano per la terza volta in una settimana i pozzi di Ein Samia, aggravando la crisi idrica che colpisce circa 20 comunità palestinesi.
Le autorità palestinesi hanno informato che coloni israeliani hanno nuovamente attaccato venerdì scorso i pozzi di Ein Samia, in Cisgiordania, in quello che rappresenta il terzo sabotaggio in appena una settimana. Questo nuovo assalto compromette gravemente l’approvvigionamento idrico per circa 20 località della zona, dove risiedono circa 100.000 palestinesi.
L’Autorità dell’Acqua di Gerusalemme ha spiegato all’agenzia ufficiale palestinese WAFA che almeno sei popolazioni —Jifna, Dura al Qara, Ein Sinya, Birzeit, Al Mazra’a Al Gharbiya, Kobar e Abu Shkheidem— hanno già subito le conseguenze dirette di questa azione e ha diffuso immagini dell’incidente. Nelle fotografie si vede un individuo mascherato che distrugge una delle tubazioni principali di distribuzione.
La stazione di pompaggio di Ein Samia, situata a nord-est di Ramallah, è diventata dall’inizio dell’anno un obiettivo ricorrente per i coloni, che l’hanno sabotata in più di una dozzina di occasioni. Questa infrastruttura è considerata chiave nella disputa per le risorse idriche in Cisgiordania, essendo un punto nevralgico per l’approvvigionamento della regione.
Crisi strutturale dell’acqua nel territorio palestinese
Un rapporto rilevante del Parlamento Europeo avvertiva già nel 2016 della grave scarsità d’acqua nel territorio palestinese. Secondo quel documento, circa l’80% delle riserve idriche si trova sotto controllo israeliano in virtù degli accordi di Oslo II, mentre la popolazione palestinese è aumentata in modo significativo e l’espansione degli insediamenti israeliani riduce costantemente la capacità di approvvigionamento disponibile.
La fascia compresa tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo è caratterizzata inoltre da una limitata disponibilità di risorse idriche. Fenomeni climatici come le siccità ricorrenti, la riduzione delle precipitazioni e l’elevata evaporazione dell’acqua piovana ampliano ulteriormente la distanza tra l’offerta e la domanda d’acqua nella zona.
L’Autorità dell’Acqua di Gerusalemme sottolinea che questi attacchi contro le infrastrutture di approvvigionamento rappresentano un’aggressione diretta ai servizi di base e violano il diritto della popolazione palestinese all’accesso all’acqua potabile.
Cisgiordania: scontri tra coloni e palestinesi, diversi morti
L’ufficio del premier Netanyahu: accelerazione di ulteriori insediamenti di Israele nella zona – Negli ultimi mesi forte aumento degli attacchi dei coloni israeliani ai villaggi palestinesi
Cisgiordania, scontri tra coloni e palestinesi
Di: Reuters/ANSA/M. ANG.
Tensione alle stelle in Cisgiordania dopo una giornata di sangue. Sabato le forze israeliane hanno arrestato decine di palestinesi in Cisgiordania, dopo che almeno 4 palestinesi e 2 soldati israeliani sono stati uccisi venerdì in una sparatoria quando coloni israeliani armati si sono avvicinati a un villaggio palestinese.
Le dinamiche degli scontri
Le autorità palestinesi in Cisgiordania hanno dichiarato che gli spari di venerdì sono stati provocati dai coloni che intendevano attaccare gli abitanti di Tal, a sudovest di Nablus. L’esercito israeliano inizialmente ha descritto i civili israeliani coinvolti nell’incidente come “escursionisti”, ma in seguito ha riconosciuto che alcuni erano armati e ha affermato che entrambe le parti avevano aperto il fuoco prima dell’intervento delle truppe.
Le reazioni di Netanyahu
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso di intraprendere “azioni decise” in risposta a quanto accaduto, tra queste misure la demolizione della casa della famiglia di uno dei palestinesi coinvolti. L’ufficio di Netanyahu ha dichiarato che accelererà l’approvazione della costruzione di ulteriori insediamenti israeliani nella zona.
“Le perquisizioni nelle case continuano”
Walid Zidan, il sindaco di Tal, ha riferito che circa 70 persone del villaggio sono state fermate e interrogate in un centro di interrogatorio allestito in una casa del villaggio. Finora ne sono state rilasciate circa 10-12, ha detto a Reuters per telefono. “Le perquisizioni nelle case continuano, le pattuglie dell’esercito percorrono le strade e non c’è movimento di persone per le strade”, ha affermato.
Altri scontri e morti palestinesi nella zona
Lo scontro di venerdì fa seguito ad altri scontri tra coloni e palestinesi avvenuti giovedì, sempre nel nord della Cisgiordania, tra Nablus e Jenin, scontri nei quali 2 israeliani sono rimasti feriti da accoltellamenti e 3 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano.
Quasi tutti i Paesi e gli organismi ONU: illegali gli insediamenti israeliani
Centinaia di migliaia di coloni israeliani vivono tra milioni di palestinesi in Cisgiordania. Quasi tutti i Paesi e gli organismi dell’ONU considerano tali insediamenti illegali secondo il diritto internazionale. Israele contesta questa posizione, citando legami biblici e storici con la terra.
Negli ultimi mesi si è registrato un forte aumento degli attacchi dei coloni israeliani ai villaggi palestinesi.
L’incidente di venerdì si è verificato nella cosiddetta “area A” della Cisgiordania, dove le autorità palestinesi hanno il controllo amministrativo e ai civili israeliani è vietato entrare secondo la legge israeliana. L’area A comprende meno di un quinto della Cisgiordania.
I video degli scontri
Filmati circolati sui social media su quanto accaduto venerdì sembravano mostrare un confuso confronto tra una folla di abitanti del villaggio e un grande gruppo di israeliani, alcuni dei quali armati, con soldati anch’essi visibili. A un certo punto, si vedono almeno due israeliani spingere e colpire palestinesi con i calci dei loro fucili, prima che uno dei palestinesi afferri una delle armi e venga poi apparentemente ucciso. Sullo sfondo, si sentono voci gridare in ebraico “Allontanatevi”, “Sta cercando di strappargli l’arma. Gli ha strappato l’arma” e “Sparategli!”. Si sente la voce di un bambino gridare “Vendetta!”. Reuters non è stata in grado di autenticare i filmati in modo indipendente.
Le versioni contrapposte
Il capo dell’esercito israeliano, tenente generale Eyal Zamir, ha dichiarato che l’operazione di sicurezza lanciata dopo le sparatorie era intesa a “sventare il terrorismo, garantire la sicurezza dei civili israeliani e prevenire un’ulteriore escalation”.
Zidan, il sindaco, ha affermato che l’incidente è stato innescato da coloni israeliani che hanno deliberatamente assalito il villaggio. “I coloni non stavano seguendo un percorso o un sentiero, come sostengono. Intendevano attaccare le case”, ha detto Zidan. “La gente non è andata lì cercando un confronto con loro; stava semplicemente difendendo le proprie case, niente di più e niente di meno”.
L’escalation della violenza
Il forte aumento degli attacchi dei coloni ai villaggi palestinesi in Cisgiordania registrato negli ultimi mesi ha suscitato la condanna di agenzie internazionali e Paesi europei.
La situazione è incandescente. Tra gli analisti c’è chi paventa il potenziale innesco di una Terza Intifada. Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che, a fronte dell’intensificarsi degli attacchi dei coloni, in circa 70 villaggi palestinesi in Cisgiordania si sono auto-costituiti comitati di difesa civile armati.
Il contesto regionale e la guerra contro l’Iran
Un’ulteriore polveriera in un clima crescente di escalation sul fronte iraniano, che, a campagna elettorale israeliana avviata, distrae dal dibattito politico interno. Netanyahu ha annunciato che martedì incontrerà alla Casa Bianca il presidente statunitense Donald Trump, mentre la tensione regionale è alle stelle: l’ambasciata USA in Israele ha emesso un’allerta rispetto a possibili cancellazioni di voli e chiusura dello spazio aereo, mentre alcuni sindaci nel centro d’Israele hanno riaperto i rifugi pubblici.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Sanità palestinese, 1.127 palestinesi sono stati uccisi e 3.643 feriti dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre, oltre al ritrovamento di 800 corpi nello stesso periodo.
Attivisti palestinesi, giornalisti e sostenitori internazionali hanno lanciato un’ampia campagna sui social media con l’hashtag #TheyLiedToYou (#ViHannoMentito), con l’obiettivo di evidenziare le continue operazioni militari a Gaza e contestare le affermazioni secondo cui la guerra sarebbe finita o si sarebbe significativamente attenuata.
Gli organizzatori della campagna affermano che l’iniziativa mira a presentare la realtà che i palestinesi affrontano nella Striscia di Gaza, documentando gli attacchi in corso e le condizioni umanitarie sul campo. Sostengono che l’obiettivo sia contrastare le narrazioni fuorvianti che suggeriscono un ritorno alla calma dopo l’annuncio del cessate il fuoco.
Documentazione di prima mano da Gaza
La campagna si basa su video, fotografie e testimonianze dirette condivise da giornalisti e residenti all’interno di Gaza.
Secondo gli organizzatori, il materiale documenta la continuazione degli attacchi israeliani contro aree civili e quartieri residenziali, nonostante l’accordo di cessate il fuoco annunciato il 10 ottobre 2025.
Centinaia di attivisti, creatori di contenuti e giornalisti provenienti da tutta Gaza partecipano alla campagna, insieme a sostenitori arabi e internazionali. Gli organizzatori affermano che i contenuti vengono pubblicati in diverse lingue per raggiungere un pubblico più ampio e contrastare le restrizioni digitali che limitano la libertà di espressione dei palestinesi su internet.
I dati evidenziano le continue violazioni
Gli organizzatori della campagna hanno anche condiviso le statistiche ufficiali diffuse dall’Ufficio Stampa del Governo di Gaza, affermando che i dati illustrano il continuo impatto delle operazioni militari sin dall’annuncio del cessate il fuoco.
Secondo i dati, le forze israeliane hanno commesso 3.689 violazioni del cessate il fuoco, causando la morte di 1.122 palestinesi e il ferimento di altri 3.599, molti dei quali donne e bambini.
I dati indicano inoltre che gli aiuti umanitari, le forniture mediche e il carburante giunti a Gaza hanno soddisfatto solo circa il 35% del fabbisogno stimato del territorio, contribuendo al peggioramento dell’insicurezza alimentare e all’aggravarsi della crisi sanitaria.
Appelli per una maggiore attenzione internazionale
Gli organizzatori esortano i media internazionali e le organizzazioni per i diritti umani a esaminare attentamente gli sviluppi sul campo e a verificare le condizioni all’interno di Gaza attraverso documentazioni sul territorio.
Affermano che limitare le risposte internazionali a dichiarazioni politiche generiche, senza concentrarsi sugli eventi che si stanno verificando all’interno del territorio, permette alla crisi umanitaria di continuare a ricevere un’attenzione globale insufficiente.
Giornalisti: la guerra non è mai finita, è semplicemente scomparsa dai titoli dei giornali
Lo scrittore e giornalista Youssef Al-Damouki afferma che Gaza ha continuato a soffrire senza interruzione dall’inizio della guerra, sostenendo che i residenti sono stati spinti “al limite tra la vita e la morte”.
In un articolo su X, Al-Damouki ha affermato che la responsabilità si estende non solo a coloro che promuovono l’affermazione che la guerra sia finita, ma anche a coloro che accettano tali narrazioni senza metterle in discussione. Ha aggiunto che mantenere l’attenzione internazionale su Gaza potrebbe non porre fine alla guerra, ma può contribuire a far emergere la portata della crisi umanitaria, ad aumentare la pressione dell’opinione pubblica e a promuovere una maggiore consapevolezza globale.
Anche il giornalista Ahmed Hamdan ha affermato che la campagna #TheyLiedToYou è stata lanciata per sottolineare che la guerra non è finita, ma è semplicemente scomparsa dai titoli dei giornali internazionali, poiché l’attenzione globale si è spostata su altri eventi.
Nuovi appelli per l’attenzione internazionale
Il ricercatore Ali Abu Rizq ha affermato che Gaza ha recentemente vissuto una delle notti di bombardamenti più intense da quando è stato annunciato il cessate il fuoco, con attacchi israeliani che hanno colpito diverse città e quartieri, uccidendo e ferendo civili e distruggendo case.
Scrivendo su X, Abu Rizq ha affermato che il lancio della campagna #TheyLiedToYou è coinciso con un’intensificazione delle operazioni militari, un crescente numero di morti giornalieri e nuovi appelli a manifestazioni ed eventi pubblici volti a riportare Gaza al centro dell’attenzione dei media internazionali.
Una semplice speranza in mezzo alla guerra che continua
Abu Rizq ha affermato che oltre 1.000 giorni di guerra hanno lasciato profonde cicatrici psicologiche e umanitarie sulla popolazione di Gaza, con molti residenti che hanno perso la fiducia nel fatto che i soli appelli internazionali possano portare a un cambiamento significativo.
Ha aggiunto che molti abitanti di Gaza non chiedono più soluzioni straordinarie, ma sperano semplicemente di poter trascorrere una notte senza bombardamenti o sfollamenti, e un giorno senza la notizia di altre persone uccise o intere famiglie Cancellate dal registro civile.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Sanità palestinese, 1.127 palestinesi sono stati uccisi e 3.643 feriti dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre, oltre al ritrovamento di 800 corpi nello stesso periodo.
Il Ministero afferma che il bilancio complessivo delle vittime dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, è salito a 73.250 palestinesi uccisi e 173.751 feriti.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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