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La Bottega del Barbieri

Palestina: la situazione negli ultimi giorni, l’appello e il piano “di pace”


1 – notizie del 27 novembre da Radio Onda d’Urto;
2 – notizie del 28 da Anbamed;
3 – notizie del giorno 28 da Radio Onda d’Urto;
4 – notizie del 29 da Anbamed;
5 – appello per la liberazione di Marwan Barghouti e dei prigionieri palestinesi;
6 – iniziativa per i bambini di Gaza da Brescia Anticapitalista;
7 – una importante analisi sul piano di pace e sul silenzio internazionale da Invicta Palestina.

dalla newsletter di Radio Onda d’Urto – 27/11

PALESTINA – In 24 ore, 14 corpi sono arrivati ​​negli ospedali della Striscia di Gaza, tra cui 5 vittime dichiarate di recente e 9 i cui resti sono stati recuperati da sotto le macerie per precedenti attacchi. Dall’accordo di cessate il fuoco dell’11 ottobre, il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza è salito a 352, con 896 feriti e 605 corpi recuperati. In un mese e mezzo, Amnesty International ha censito oltre 500 violazioni israeliane del cessate il fuoco, mentre dal 7 ottobre ammazzati 69.799 palestinesi, oltre a 171mila feriti e migliaia di dispersi. Chi sopravvive, come nell’area costiera di Al Mawasi, fa i conti con pioggia costante, freddo invernalee e maree, che da qualche giorno spazzano le tende e i rifugi di fortuna, con gli aiuti bloccati ai valichi. Restano fuori beni essenziali come ripari, farmaci, cibo e acqua; entrano, invece, beni non essenziali ma su cui potere lucrare, come cellulari, cioccolatini, caffè solubile (di marca Usa), come denunciano i palestinesi.

Il tutto in aperta violazione del cessate il fuoco, un classico dell’occupazione sionista, che nel frattempo minaccia di nuova aggressione in Libano – se Hezbollah, di fatto, non si scioglierà entro il 31 dicembre – ma pure Hamas e le altre forze della Resistenza Palestinese, opponendosi alla mediazione Usa per garantire un corridoio di sicurezza ai combattenti ancora sotto i tunnel vicino a Rafah, rimasti al di là della cosiddetta Linea Gialla. “O si arrendono o muoiono”, la posizione di Tel Aviv, che poi è la stessa applicata di fronte a qualunque palestinese e a qualsiasi forma di resistenza, legittima anche secondo il diritto internazionale, di fronte a un occupante

Nella Cisgiordania occupata, invece, da 2 giorni prosegue l’aggressione militare su larga scala a Tubas, Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Centinaia i rapiti (168 solo a Tubas), a cui aggiungere una vittima, a sud di Nablus; 2 morti, due adolescenti, poco fa a Jenin. 32mila, in totale, gli sfollati forzati dall’esercito occupante in West Bank..

Ci sono poi i coloni, impuniti e indisturbati; oggi in 1138 hanno preso d’assalto – scortati dalla polizia la Spianata delle Moschee. Incendiata un’altra moschea a nord di Biddya, con slogan razzisti vergati sui muri. E ancora: decine di coloni hanno attaccato agricoltori palestinesi a est di Tulkarem e sradicato 100 alberi di ulivo a ovest di Ramallah, teorica capitale dell’Anp, dove oggi Abu Mazen ha incontrato una delegazione parlamentare italiana, guidata da Laura Boldrini, Pd.

Su Radio Onda d’Urto l’intervista a Leila Hassan, dottoranda alla Normale di Pisa ed esponente dei Giovani Palestinesi d’Italia.

 

estratto da Anbamed

Cisgiordania

A Jenin i crimini di guerra israeliani non si contano. L’ultimo è avvenuto ieri. Due giovani con le mani alzate, con le spalle al muro sono stati assassinati dai soldati a sangue freddo a bruciapelo. Un’esecuzione di piazza extragiudiziale, con la garanzia dell’impunità.

Muntassir Abdallah, 26 anni, e Yussif Asa’asa, 35 anni, sono stati fermati all’uscita di un supermercato, messi alle spalle al muro e con le mani alzate. Dopo la perquisizione, che non aveva portato a nessun risultato, i soldati hanno iniziato a sparare. La scena è stata filmata da cittadini che assistevano ai fatti dai balconi, documentando una pratica che le truppe di occupazione hanno sempre condotto sicure dell’impunità.

È un’offensiva militare generalizzata in tutta la Cisgiordania occupata.  Coloni ebrei israeliani hanno appiccato il fuoco in una moschea a Badia, vicino a Salfit.

Genocidio a Gaza

Le operazioni militari israeliane continuano incessantemente in tutta la Striscia. È una tregua virtuale. Caccia, elicotteri, droni artiglieria e cecchini sono all’opera giorno e notte, per imporre un dominio sulla piccola porzione di terra dove sono ammassati i due milioni di palestinesi.

Parlare di piano di pace è una falsità, figlia del miglior uso della neolingua orwelliana. L’ultimo rapporto del ministero della salute parla di 10 persone uccise che i loro corpi sono arrivati in ospedale.

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Il nostro commento quotidiano fisso: Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

Ostaggi

È stata rilasciata ieri l’infermiera Tasneem Al-Homs, da due mesi in ostaggio nelle mani dell’esercito israeliano, che l’aveva prelevata il 2 ottobre dal suo posto di lavoro in ospedale. È la figlia dell’ex direttore dell’ospedale di Shuhadaa Al-Aqsa, Marwan Al-Homs, precedentemente preso in ostaggio.

È apparsa affaticata, non si reggeva sulle proprie gambe e camminava sorretta da due suoi parenti.  Il corpo esile a causa della fame sofferta in carcere. “Sono stata messa nello stesso carcere di mio padre, per fare pressioni psicologiche su di lui”, ha affermato appena fatta scendere dall’ambulanza.

Marwan Al-Homs era il direttore degli ospedali da campo a Rafah è stato preso in ostaggio il 21 luglio 2025 dal suo ospedale, mentre compiva il suo lavoro umanitario.

Organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno denunciato una pericolosa escalation nell’uso della tortura e di gravi abusi da parte di Tel Aviv contro i prigionieri palestinesi dall’inizio del genocidio a Gaza, tra cui il versamento sul corpo di acqua bollente, gli attacchi dei cani addestrati conto i detenuti e lo stupro.

 

dalla newletter di Radio Onda d’Urto 28/11

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PALESTINA – La Cisgiordania occupata è investita, in queste ore, da decine di attacchi – separati ma coordinati – di esercito, polizia e coloni. L’elenco è sterminato, a partire dalla vasta operazione di rastrellamento dell’esercito di occupazione contro la Resistenza palestinese e popolazione. Nel mirino intere città, in particolare Tubas, Aqaba, Tamoun, Tayasir; solo qui 45 rapiti e 10 feriti, di cui 4 ricoverati in ospedale. Tra loro anche un 85enne, in condizioni serie, a causa del pestaggio da parte degli israeliani. Un ferito pure nel raid contro il campo profughi di Shuafat, a nord di Gerusalemme occupata, dove nella Città Vecchia centinaia di coloni hanno fatto irruzione nella Spianata delle Moschee. A sud di Hebron, Masafer Yatta, nuovo assalto dei coloni con spranghe e bastoni; 3 feriti. Un altro ferito, grave, è un operaio che cercava di entrare in Israele per guadagnarsi il pane, aggirando muri, check point, militari. Su questo l’Onu denuncia: “l’economia dei Territori palestinesi occupati è al collasso per il colonialismo”.

Sulla situazione in Cisgiordania Occupata, oggi abbiamo raccolto:

A Gaza, intanto, raid israeliani tra Beit Lahia (2 morti e 2 feriti gravi), Bani Suheila (2 morti), Rafah e Khan Yunis, dove – nell’area costiera di Al Mawasi – decine di migliaia di persone cercano un qualche tipo di riparo, dopo le ennesime inondazioni di ieri, tra pioggia, vento e maree. Il tutto mentre il bilancio delle vittime dal 7 ottobre ha raggiunto quota 69.787, con 171mila feriti e migliaia di dispersi. In 24 ore, 12 corpi arrivati negli ospedali, tra cui 4 vittime appena dichiarate e 8 i cui resti sono stati recuperati sotto le macerie, oltre a 20 feriti. Dal cessate il fuoco dell’11 ottobre, 349 morti, 900 feriti, 600 corpi recuperati.

Ancora Palestina, ma lasciando il Medio Oriente. L’Associazione della stampa estera torna a denunciare l’impossibilità di documentare cosa accade a Gaza. Finora, il mondo ha potuto avere notizie del genocidio israeliano grazie al lavoro dei giornalisti palestinesi di Gaza, presi sistematicamente di mira dall’Idf che ne ha massacrati 250. L’Ase ha presentato una petizione all’Alta Corte di Gerusalemme per l’accesso indipendente alla Striscia. Il governo di Tel Aviv ha però chiesto e ottenuto un rinvio al 4 dicembre. Con ogni probabilità il divieto verrà rinnovato.

 

da Anbamed 29/11

Genocidio a Gaza

Stamattina, l’ospedale Nasser di Khan Younis ha informato che due minorenni sono stati assassinati da droni israeliani ad est della città.

Per tutta la giornata di ieri e dall’alba di oggi i caccia israeliani hanno bombardato sulla linea di demarcazione, la cosiddetta linea gialla. Sono state colpite anche Rafah e Hay Tuffah a Gaza città. L’artiglieria israeliana ha lanciato obici contro Jebalia.

Nella giornata di ieri, i corpi di palestinesi uccisi dall’esercito israeliano sono stati 9. Il numero delle vittime dall’entrata in vigore del falso cessate il fuoco è di oltre 400 palestinesi.

Situazione umanitaria a Gaza

Secondo l’Unicef, “la malnutrizione persistente con l’avvicinarsi dell’inverno minaccia la vita e la salute dei bambini nella Striscia di Gaza.  L’inverno aggrava la diffusione delle malattie e aumenta il rischio di morte tra i bambini più vulnerabili di Gaza”, annuncia un rapporto dell’organizzazione internazionale per l’infanzia. Il rapporto rileva che:

“Le analisi nutrizionali hanno dimostrato che circa 9.300 bambini di età inferiore ai cinque anni a Gaza hanno sofferto di malnutrizione acuta durante il mese di ottobre”. L’Unicef esorta Israele ad aprire i valichi di frontiera verso la Striscia di Gaza per consentire il passaggio degli aiuti umanitari attraverso tutte le possibili vie di rifornimento.

Cisgiordania

Continua da una settimana l’incursione israeliana a Toubas. La cittadina è assediata, l’esercito ha imposto il coprifuoco e continua operazioni di rastrellamento e distruzioni. È la sorte quotidiana di molte città e villaggi palestinesi. A Jenin, l’esercito ha demolito ieri 40 case e edifici. A Tammoun sono stati presi in ostaggio 100 abitanti e 20 famiglie hanno ricevuto l’ordine di evacuazione delle proprie case, da trasformare in basi dell’esercito o da demolire, per allargare le strade e consentire il passaggio dei veicoli militari.

Nella provincia di el-Khalil, l’esercito ha vietato ai contadini di Tarqumiyah di raggiungere i propri campi agricoli. Una manifestazione di protesta dei nativi è stata repressa nel sangue. Sono rimasti feriti anche tre giornalisti e due osservatori civili di pace internazionali.

I coloni ebrei israeliani continuano in modo sistematico, con il supporto dell’esercito, a colpire le comunità di pastori palestinesi nella valle del Giordano, per impossessarsi delle terre e sorgenti di acqua e costringere così i nativi alla deportazione. Sono 40 le comunità di pastori costretti a traslocare nell’ultimo anno.

Gli attacchi israeliani in Cisgiordania in due anni hanno causato l’uccisione di oltre 1.083 palestinesi, il ferimento di oltre 11.000 persone e l’arresto di oltre 20.500.

ALLA FINE DEL MESSAGGIO CLICCA PER INFORMAZIONI

Libertà per Marwan Barghouti

È in corso la campagna italiana in favore della liberazione dei prigionieri politici palestinesi e in particolare per mettere fine alle torture e maltrattamenti. Al centro di tale campagna vi è l’obiettivo di salvare il Mandela palestinese, Marwan Barghouti, da 23 anni in carcere.  La campagna viene lanciata alla vigilia della giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall’ONU: Appello: clicca!

 

da Assopace Palestina

Comitato Italiano Campagna Internazionale “Free Marwan Barghouti”

Comunicato Stampa

NASCE IL COMITATO NAZIONALE PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI DETENUTI NELLE CARCERI ISRAELIANE

29/11/2025 – Lancio della campagna internazionale – In occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, sabato 29 novembre prende avvio la Campagna Internazionale per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri militari israeliane, tra cui minori, operatori sanitari, giornalisti, donne e persone con disabilità.

Organizzazioni della società civile italiane, impegnate nella tutela dei diritti umani e nel rispetto del diritto internazionale, hanno aderito alla mobilitazione globale istituendo un Comitato Nazionale per garantire un’azione coordinata sul territorio.

La campagna si propone di promuovere iniziative pubbliche finalizzate a chiedere:

1. la liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane,

2. la liberazione del leader politico palestinese Marwan Barghouti,

3. la chiusura dei centri di tortura israeliani,

4. la tutela dei diritti umani e dei diritti dei detenuti,

5. il rispetto della Terza e la Quarta Convenzione di Ginevra (1949) e il diritto internazionale umanitario,

6. l’accesso del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) alle carceri e ai detenuti palestinesi in Israele.

Si invitano associazioni, reti e realtà locali ad aderire alla campagna e coordinarsi per promuovere iniziative territoriali a partire dal 29 novembre e durante tutto il periodo della campagna. La liberazione di Marwan Barghouti e dei prigionieri palestinesi rappresenta un passo essenziale verso un percorso di giustizia, pace e libertà.

PER INFORMAZIONI E ADESIONI:

Luisa Morgantini, presidente AssoPacePalestina: tel. +39 3483921465

Per adesioni scrivere a: freemarwanitalia@proton.me

RACCOLTA FIRME ONLINE [Petizione online aperta a cittadini e personalità pubbliche]:

https://www.change.org/p/libert%C3%A0-per-marwan-barghouti-il-nelson-mandela-palestinese

ADESIONI INIZIALI: Assopacepalestina, ANPI, ANBAMED, AOI ETS Rete Associativa – Cooperazione e Solidarietà internazionale, ARCI, AVS, ATTAC, CENRI, Centro Ricerche ed elaborazione della Democrazia (CRED), Comitato per la Democrazia Costituzionale, Comunità Palestinesi in Italia, Il Coraggio della Pace DISARMA, Gaza Freestyle, Gaza Fuori Fuoco, Giuristi Democratici Modena, Global Movement to Gaza, MERA25 Italia, No al Ponte, Ponti e non muri per la Palestina di Pax Christi Italia, PRC, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Trasform! Italia, Veglie contro le morti in mare, Un Ponte Per.

 

MANIFESTANDO COL MIO NIPOTINO

Stamattina ho partecipato all’ennesima manifestazione. Non so se sia la millesima o la decimillesima della mia vita. Ho perso il conto, anche se, in 56 anni di attivismo politico (pari a circa 20 mila giorni) posso stimare che il numero sia intorno alla metà tra quelle due cifre. Però stavolta era una manifestazione particolare: perché l’ho fatta tenendo per mano il mio nipotino, che ha poco più di tre anni, e che era, ovviamente, alla sua prima manifestazione. Insieme a lui c’erano molti dei suoi amici della scuola dell’infanzia (oltre a maestre e maestri, genitori, nonni, fratelli e sorelle un po’ più grandi). Era l’iniziativa di solidarietà con i bambini (ed in genere i minori) vittime del genocidio a Gaza, di cui abbiamo dato notizia alcuni giorni fa sul blog. Iniziata in Piazza Rovetta, e continuata con un corteo per le vie del centro storico, è terminata al Mo.Ca., dove era esposta l’opera collettiva “un nome un bambino, un nome una bambina”, costituita da migliaia di fascette bianche, sospese per aria, coi nomi dei piccoli assassinati dalle forze d’occupazione sioniste. Qualcosa che ricordava da vicino un’analoga installazione, di trent’anni prima, organizzata dal gruppo Stalker (di cui facevo parte) in Piazza Vittoria. Quella volta i nomi erano quelli degli ebrei deportati ed assassinati ad Auschwitz. La stessa barbarie, gli stessi carnefici (indipendentemente da quale nazionalismo professassero) e le stesse vittime (anche qui, indipendentemente dalle presunte “nazioni” d’appartenenza). Una semplice manifestazione di solidarietà umana, da parte degli esseri umani che amo di più (i piccoli e piccolissimi, non ancora rovinati da questa società, o almeno rovinati molto meno degli adolescenti o degli adulti), aiutati dagli adulti che li amano, li educano, li proteggono. Politicamente forse non paragonabile alle nostre, “adulte”, che dovrebbero avere parole d’ordine ed obbiettivi più “approfonditi”, che sappiano andare alla radice del problema (anche se spesso, purtroppo, non è così). Ma sentire la piccola voce del mio nipotino e dei suoi amichetti dire “No alla guerra” mi ha commosso più di quanto accade quando, con i miei compagni, urlo contro il sionismo e per una Palestina laica e socialista. Ovvio, direte voi, i nonni si inteneriscono guardando i loro nipoti. Sicuramente è vero. Ma c’era anche la sensazione mista e contraddittoria di tristezza e di speranza. La tristezza legata alla sconfitta epocale che abbiamo vissuto negli ultimi decenni (anzi, in un certo senso nell’ultimo secolo) e che mi fa scendere in piazza con la paura per il futuro del mio piccolino e dei suoi coetanei (cosa che non mi sarei mai aspettato quando ero in piazza cinquanta o quaranta anni fa!). La speranza (a dire il vero poca) che ci sia ancora qualche possibilità di fermare il mostro scaturito dal purtroppo sempre fecondo ventre del capitalismo. E guardavo, tenendolo in braccio e stringendolo forte, le fascette bianche che ondeggiavano in aria. E pensavo ai piccoli Aisha e Mohamed, ma anche ai piccoli Hannah e Daniel, Dmytro e Olena, Aleksandr e Olga, Manal e Sami, Kofi e Nzuri, Min e Sun*, ecc.. Spero solo che il mio piccolo impari a disertare il più rapidamente possibile, sputando in faccia a tutti i nazionalisti e i “patrioti” del mondo intero, e che lui e quelli della sua età possano davvero essere “della nazione umana i precursori“.

FG

*Nomi arabi, ebraici, ucraini, russi, sudanesi, congolesi, birmani.

 

 

Linee gialle e zone verdi: la divisione di fatto di Gaza

Crescono i timori che il nuovo mosaico di zone diverse di Gaza, separate da una Linea Gialla, possa consolidarsi in una partizione permanente del territorio.

 

La scorsa settimana, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano del presidente Donald Trump per Gaza , instaurando di fatto la supervisione americana sul futuro postbellico del territorio palestinese.

La risoluzione, che prevede un’amministrazione di transizione e una forza internazionale di stabilizzazione, è stata duramente respinta da diverse fazioni palestinesi, che hanno avvertito che avrebbe minato la volontà nazionale.

La roadmap degli Stati Uniti delinea un percorso futuro verso uno Stato palestinese, sebbene la sua formulazione poco chiara e la mancanza di dettagli concreti su come dovrebbe apparire mettano in dubbio qualsiasi impegno reale verso l’autodeterminazione palestinese.

Mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contempla un “possibile” percorso verso uno Stato palestinese indipendente, il governo israeliano ha fermamente respinto la creazione di uno Stato palestinese, definendola una “minaccia esistenziale”.

Il voto è avvenuto nel contesto dei piani americani di dividere la Striscia di Gaza in due zone. L’accordo prevede una divisione potenzialmente indefinita dell’enclave devastata dalla guerra lungo la Linea Gialla tracciata da Israele , creando una “zona verde” sotto il controllo militare israeliano – dove inizierebbe la ricostruzione – e una “zona rossa”, che rimarrebbe di fatto sotto il controllo di Hamas.

In base all’accordo di cessate il fuoco raggiunto in ottobre, mediato dagli Stati Uniti e ripetutamente violato da Tel Aviv, i palestinesi sono stati relegati in una piccola zona costiera che costituisce meno della metà di Gaza, con le forze israeliane che controllano dal 53 al 58 percento della Striscia.

L’esercito israeliano mantiene circa 40 posizioni militari attive nell’area che si estende oltre la Linea Gialla, il confine di demarcazione militare invisibile stabilito durante la prima fase della tregua, dove le truppe israeliane dovettero ritirarsi.

Un mix di milizie armate e clan, alcuni dei quali sostenuti da Israele, è emerso nelle aree di Gaza ora sotto il controllo israeliano, sfidando l’autorità di Hamas. Molti abitanti di Gaza, compresi quelli delusi dal gruppo, sono preoccupati per l’ascesa di questi piccoli gruppi frammentati.

La maggior parte dei due milioni di abitanti di Gaza è stipata in una massa di terra angusta e soffocante, vivendo tra macerie e tende di fortuna, con aiuti salvavita limitati e nessuna assistenza medica operativa.

“La prima fase del piano statunitense ha ulteriormente frammentato Gaza e costretto la popolazione sopravvissuta in un territorio ancora più piccolo, trasformandone meno della metà in un campo di concentramento senza alcun mezzo di sopravvivenza”, ha dichiarato al The New Arab il giornalista e scrittore statunitense-palestinese Ramzy Baroud .

Khaled Elgindy, analista senior e autore con esperienza in Medio Oriente, ha rilasciato commenti simili a TNA , descrivendo Gaza come divisa tra un settore governato indefinitamente da Israele e un enorme campo di concentramento. “Questa è la realtà che il Consiglio di Sicurezza ha normalizzato”, ha affermato, criticando l’ultima risoluzione delle Nazioni Unite.

Per l’esperto del Medio Oriente, il cosiddetto piano di pace per Gaza ha creato nuovi fatti sul campo che probabilmente diventeranno “realtà permanenti”, con il rischio di un accordo in stile Cisgiordania caratterizzato da un ampio controllo israeliano.

Tende improvvisate affollano un campo profughi a Gaza, il 18 novembre 2025

Secondo quanto riferito, l’amministrazione Trump starebbe lavorando alla costruzione di “comunità alternative sicure” all’interno della parte di Gaza sotto il controllo israeliano. Queste comunità dovrebbero fornire alloggi temporanei, scuole e ospedali fino a quando non sarà possibile una ricostruzione a lungo termine. Si dice che i nuovi siti residenziali facciano parte di un progetto volto a reinsediare i cittadini di Gaza dalle aree sotto il controllo di Hamas.

I critici avvertono che l’iniziativa potrebbe consolidare la frammentazione di Gaza, minare la sovranità palestinese e comportare uno sfollamento forzato.

Rami Abu Zubaydah, un ricercatore palestinese specializzato in questioni israeliane, ha tuttavia  dichiarato al Palestinian Information Center che il progetto americano è irrealistico, poiché il denso tessuto urbano e familiare di Gaza “non è una terra che può essere spartita”. In effetti, ha aggiunto, Israele non è stato in grado di controllare pienamente l’enclave, né prima del suo ritiro né durante i due anni di conflitto.

Baroud, nato e cresciuto a Gaza, ha spiegato che il progetto è una versione “molto più brutta” di qualsiasi precedente politica israeliana nei confronti dei palestinesi, in quanto ora alle persone viene detto che la loro posizione politica potrebbe determinare se la Striscia tornerà o meno a un genocidio su vasta scala.

“La nuova tattica di Israele è quella di dividere Gaza e lasciare che i palestinesi che non sono legati alla resistenza si aggirino nella zona ricostruita”, nella speranza di istituire lì una struttura di governo alternativa, ha sostenuto.

L’analista ritiene che il tentativo di Israele di formare “due Gaza” difficilmente avrà successo tra la gente, affermando che il forte senso di unità ha reso a lungo quasi impossibile creare divisioni all’interno della società di Gaza. “Non credo che Israele possa fare questo tipo di ingegneria sociale a Gaza, non importa quanto disperata sia la situazione”, ha affermato.

Baroud ha sottolineato che la segmentazione di Gaza è un’idea vecchia, citando il piano “cinque dita” dell’ex Primo Ministro israeliano Ariel Sharon del 1971, che divideva la Striscia in aree separate attraverso zone militari e insediamenti. Ma ha anche osservato che gli abitanti di Gaza vi si opposero per molti anni, il che spinse Sharon a ritirare i coloni e le truppe israeliane dall’enclave costiera nel 2005.

Oltre alle emergenti divisioni territoriali, Tel Aviv aveva precedentemente istituito il Corridoio di Netzarim, una rotta militare est-ovest attraverso la Striscia di Gaza centrale che divide la Striscia in due e conferisce a Israele il controllo delle principali autostrade. Aveva inoltre fortificato il Corridoio di Filadelfia, una zona cuscinetto lungo il confine tra Gaza e l’Egitto.

La Linea Gialla, originariamente concepita come un accordo militare temporaneo per segnare il primo ritiro di Israele nell’ambito del cessate il fuoco, viene ora consolidata nonostante i piani di schierare una forza di stabilizzazione internazionale e ridurre la presenza diretta dell’esercito israeliano nel territorio dopo la prima fase.

Il piano in 20 punti di Trump ha sostanzialmente creato una divisione geografica a Gaza che rischia di diventare permanente. Molti palestinesi temono che il risultato sarà una divisione di fatto tra l’est occupato da Israele, con una parte della ricostruzione concentrata lì, e l’ovest controllato da Hamas, dove la maggior parte della popolazione rimane ammassata in aree devastate con poche ricostruzioni.

Un soldato israeliano prende posizione vicino alla recinzione di confine tra Israele e Gaza il 30 ottobre 2025. (Foto di JACK GUEZ/AFP tramite Getty Images)

Secondo la proposta, Israele si ritirerebbe gradualmente entro un “perimetro di sicurezza”, mantenendo però il controllo militare su questa zona cuscinetto, supervisionata da un organismo amministrativo internazionale. I critici avvertono che ciò perpetuerebbe l’effettivo controllo di Israele su gran parte del territorio e confinarebbe i palestinesi in una Gaza più piccola e ristretta rispetto a prima della guerra.

Nel frattempo, i negoziati per la seconda fase della tregua rimangono in stallo, poiché Hamas detiene ancora i resti di tre ostaggi. Una sospensione prolungata non farebbe altro che prolungare le sofferenze dei palestinesi ed esporre i civili a ulteriori violenze.

Le forze israeliane hanno continuato a effettuare attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria e demolizioni quasi quotidiani dall’inizio della tregua, il 10 ottobre. Solo nel primo mese, Israele ha violato il cessate il fuoco quasi 500 volte, uccidendo più di 340 palestinesi e ferendone centinaia, con alcuni degli episodi di violenza più gravi verificatisi vicino o oltre la Linea Gialla.

“Ogni giorno che passa, il cessate il fuoco sembra sempre più una farsa”, ha affermato Elgindy, criticando il silenzio del Consiglio di sicurezza di fronte alle quotidiane violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele.

Le autorità israeliane hanno continuato a limitare i flussi di aiuti verso Gaza anche dopo più di un mese dall’inizio del cessate il fuoco, lasciando quasi 1,5 milioni di persone senza un riparo di emergenza e centinaia di migliaia di persone che vivono in tende prive di servizi di base.

I dati delle Nazioni Unite mostrano che ogni giorno entrano nell’enclave assediata poco più di 100 camion di aiuti umanitari, ben al di sotto dei 600 camion al giorno concordati nell’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Elgindy ha aggiunto che se il mondo continua a fingere che la guerra sia finita mentre i bombardamenti continuano, gli aiuti sono ancora bloccati e la ricostruzione è in stallo, la tregua diventerà insostenibile e la situazione esploderà di nuovo.

“È solo questione di tempo prima che si assista a una risposta palestinese, che dia a Israele il pretesto per riprendere un assalto su vasta scala”, ha affermato.

Alessandra Bajec è una giornalista freelance attualmente residente a Tunisi

Traduzione a cura di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”

 

Enrico Semprini

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