Paraguay: l’informazione negata

Il caso del giornalista Paulo López

di David Lifodi

In Paraguay la libertà d’informazione non esiste: i principali quotidiani del paese, i filogovernativi Abc Color, Última Hora e La Nación, sono gestiti da un oligopolio mediatico che fa capo al deus ex machina Aldo Zuccolillo, amico del presidente Horacio Cartes e noto per violare il diritto d’espressione e i diritti sindacali dei suoi giornalisti. Ne sa qualcosa Paulo López, reporter di Abc Color, da cui si è poi licenziato per passare al quotidiano online indipendente e di controinformazione E’a, arrestato e torturato dalla polizia nel gennaio 2014 per essersi recato alla Comisaría Tercera Metropolitana di Asunción, dove voleva indagare sulla situazione di alcuni manifestanti arrestati al termine di un corteo di protesta contro l’aumento del biglietto del trasporto pubblico. La persecuzione contro Paulo López è proseguita per tutto l’anno, fino ad un nuovo arresto, lo scorso dicembre, con la generica accusa di rebeldía.

Il Paraguay è sotto la presidenza Cartes, ma i metodi utilizzati sono quelli tipici dello stronismo, la dittatura più longeva del continente latinoamericano. La giudice Patricia González, che ha emesso il mandato di cattura su ordine del fiscal Emilio Fuster, ha fatto arrestare Paulo López al suo rientro dall’Argentina, dove si era recato per seguire un corso post-laurea di comunicazione presso l’Universidad Nacional de La Plata durato quattro mesi. Alla difesa del giornalista, che, per quanto possa sembrare paradossale, si trova in stato d’accusa per aver opposto resistenza alla polizia in occasione dell’arresto risalente al gennaio 2014, non era stata consegnata alcuna notifica per la sua uscita dal paese: addirittura, i suoi legali, Gustavo Noguera e Dante Leguizamón, avevano informato González e Fuster sui suoi spostamenti e sulla sua residenza argentina. La battaglia di Paulo López, però, non è delle più semplici: diverso tempo dopo l’accaduto era emerso infatti un referto medico che segnalava alcune lesioni subite da un agente da parte del giornalista, oltre ad una denuncia della stessa polizia nei suoi confronti per aver cercato di introdursi all’interno della Comisaría Tercera Metropolitana con la forza. Adesso López si trova con due processi a suo carico e con imputazioni surreali, tanto che lo stesso giornalista ha denunciato a sua volta Edgardo Galeano, commissario della Tercera Metropolitana per averlo minacciato e torturato: a seguito della detenzione, infatti, il comunicatore di E’a ha accusato problemi alla vista ed una costante infiammazione ad un occhio. L’ulteriore provocazione nei confronti di López, con l’arresto a Puerto Falcón, alla frontiera tra Argentina e Paraguay, rappresenta una chiara minaccia nei suoi confronti per indurlo a ritirare la denuncia nei confronti della polizia per tortura e detenzione arbitraria. “Ciò che sta accadendo è il segnale di un chiaro ritorno alla dittatura, non si tratta soltanto di un attacco alla libertà di stampa, ma al diritto di manifestare liberamente”, ha commentato il giornalista, che gode dell’appoggio della Coordinadora de Derechos Humanos del Paraguay (Codehupy) e del Sindicato de Periodistas del Paraguay (Spp). È stato proprio Santiago Ortiz, segretario generale del Spp, a tracciare un quadro preoccupante sulla libertà di stampa in Paraguay, dove nel 2014 sono stati assassinati quattro giornalisti che avevano lavorato ad inchieste sulla narcopolitica. Non si tratta di casualità: pare che lo stesso presidente Cartes abbia strettissimi legami con i narcotrafficanti, tanto da essere definito dai movimenti sociali come un narcopresidente. A farne le spese, tra gli altri, Pablo Medina, corrispondente di Abc Color messosi da tempo sulle tracce dei narcos, fino ad ottenere prove schiaccianti sui rapporti tra questi ultimi e gli alti vertici della politica paraguayana. Inoltre, sono proseguite le intimidazioni e le minacce nei confronti delle radio comunitarie, ma anche di alcune commerciali talvolta non proprio fedeli alla linea di Horacio Cartes, mentre non è stato fatto alcunché per tutelare i diritti dei giornalisti o metter fine alla concentrazione dei media nelle mani di un oligopolio che ha tutto da guadagnare da quello che nel vicino Brasile sarebbe definito come latifondo mediatico. Più in generale, da quando Fernando Lugo è stato letteralmente cacciato dalla presidenza attraverso un vero e proprio golpe, il Paraguay è tornato a ciò che è sempre stato, un paese dove il delitto principale è quello di essere poveri. Uno degli avvocati di Paulo López, Gustavo Noguera, è il legale anche di Rubén Villalba, uno dei campesinos che al termine di un tortuoso iter giudiziario era riuscito ad ottenere assieme agli altri suoi compagni gli arresti domiciliari per il massacro di Curuguaty del 12 giugno 2012 (quando i sin tierra che avevano occupato i duemila ettari di terra di Marina Cue furono attaccati dai militari e dalle guardie armate del Grupo Riquelme, che rivendicava la proprietà del terreno e da cui poi ebbe origine la destituzione di Lugo), ma che si trova ancora nel carcere di Tacumbu per aver opposto resistenza ad uno sgombero seguito ad un’occupazione della terra in cui era stato coinvolto nel 2010 nella zona di Yasi Cañi: in quella circostanza il contadino aveva partecipato ad una protesta contro la monocoltura della soia transgenica e per questo è oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria, come lo sono stati gli altri suoi compagni per il caso Curuguaty. E ancora, solo pochi mesi è finito agli arresti anche Julio López, segretario generale della Confederación de la Clase Trabajadora che aveva condiviso e appoggiato attivamente le rivendicazioni di dodici operai portuali: attualmente sono tutti ai domiciliari.

Il caso di Paulo López è solo uno dei molteplici episodi che caratterizzano il Paraguay come una democrazia autoritaria dove informazione, diritti sindacali, umani e civili sono gestiti, e annullati, a piacimento da poche famiglie che gestiscono il paese come se fosse di loro proprietà: sotto Fernando Lugo, che pure non era riuscito a far niente di particolarmente rivoluzionario proprio per la forza delle destre e la debolezza del suo governo, la borghesia aveva perso il controllo del Paraguay: adesso se lo è ripreso con gli interessi.

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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