Patto generazionale? Che casino

Era il 2004 e mio figlio (12 anni) era già una figurina: intendo dire che si trovava in un album con tanti-e giovani sportivi-e della ridente Imola. Un minimo di imbarazzo per un padre nel sentire un paio di ragazzini dire per strada: “mi manca Jan Barbieri, che vuoi in cambio?”. Parlando un filino più sul serio, che lui fosse tanto diverso da me (bravo a calcio, per esempio) mi imbarazzava. Ho tanto aspettato e “studiato” per fare il padre e – dite che dovevo supporlo? – mi sento comunque impreparato.

Quando era il momento di discutere seriamente con lui andavo a indossare la maglietta adatta (una delle mie preferite) con codesta frase di Bertold Brecht: «Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore». Il figliuolo era/è sveglio così quando gli dicevo «aspetta che mi cambio la maglietta» era lesto a ribattere: «resta pure così, tanto lo so che sei impegnato a preparare il tuo prossimo errore».

Nonostante l’aiuto di Brecht e/o per colpa di Edipo-Freud, il mio unico genito (o unico gemito… come la famosa battuta di chissà-chi-fu-il-primo) cresce convinto che sono poco auto-critico e troppo certo di aver sempre ragione. Che io spesso abbia trovato più facile ascoltare i suoi amici (e parlar con loro di serissime faccende) credo faccia parte di un antichissimo gioco di ruolo, roba quasi Neandhertal-Cromagnon. Il babbo del vicino è (quasi) sempre più verde, cioè meno palloso?

Però…

Se devo essere sincero mi provoca un sottile dispiacere che il figliuolo – con padre e madre assai militanti (o “mili-tonti”, fate voi) – dai 12 ai 17 anni sia stato quasi un professionista del pallone e ora comunque mooooolto concentrato sullo sport e le sottili arti del vagabondare-oziare. Capace di ragionare oh sì; abbastanza informato e soprattutto con una buona empatia verso gli altri esseri umani. Neppure sessista, come molti. Abbastanza felice. Ma che voglio di più? Non vedo come e perchè costringerlo ad amare la scuola di Gelmini (ma sarò franco anche quella di Berlinguer era una schifezza) o la politica dove pare si possa scegliere solo la minore fra le 3 dis-grazie (un piduista, un pd-inetto e forse Casini maiuscolo). Se mio figlio non vede in giro la bellezza e/o urgenza di altri saperi, se non sente la spaventosa necessità di un’altra politica sarà colpa sua, un po’ mia o di chi? Ed esiste una proiezione paterna (e/o materna?) che diffida dei figli e delle figlie se non sono un pochino cloni dei genitori?

 

Pensieri che mi ronzano spesso in testa. E che vorticano più forte in certe occasioni. Per esempio se la rivista «Cem Mondialità» (alla quale collaboro) mi costringe a ripensare ai «patti generazionali».

Nella mia formazione (o deformazione, tanto per continuare sul versante delle battute) se cerco padri-figli inquietanti e/o interessanti non vado sul classico, tipo Dedalo-Icaro oppure Anchise-Enea. Sono abbastanza ignorante di questioni religiose: arrivo ad Abramo-Isacco (con il lieto fine) ma quando Brunetto Salvarani – il direttore del Cem (Centro educazione alla mondialità) – mi ha riassunto la biblica vicenda del giudice Yese e della sua figlia (senza nome) stavo quasi per svenire. Non mi occupo di horror per cui nulla potrei dire a esempio su Silvio-Piersilvio oppure su Silvio (sempre lui, quello con la tessera P2 numero 1816) e la figlia Marina.

Però sono appassionato/spaventato di scienze e di fantascienza; dunque, se devo riflettere su parentele e generazioni, partirei parafrasando uno scrittore di science fiction  (Philip Josè Farmer) e dichiarando: «mio babbo è un orango, mia mamma una dea» (con tutti i doppi e tripli sensi che ci volete vedere) «e ovviamente mio figlio è un mutante, un alieno». Tanto per ampliare la parafrasi e/o provocazione andai a una manifestazione – mi piace fare il bipede sandwich – con un gran cartello al collo così pennarellato: «mio padre è uno scimmione, mia madre una divinità e fin qui va bene; ed è bellissimo che nel mondo siamo tutti fratelli e sorelle; ma come sopportare che Bossi e Fini siano miei cugini?». Quella volta mi fu espressa molta solidarietà anche da immigrate/i che compresero il mio non piccolo dramma; un po’ come quando i “nativi” di Treviso portavano lo striscione con l’invocazione, poi diventata famosa, «migranti, per favore non lasciateci soli» (sottinteso: con il sindaco Gentilini).

 

Alcune/i di voi che state leggendo (vi vedo, anzi vi leggo nel pensiero) vorrebbe costringermi a parlare sul serio e dunque sbottano così: «Oh Barbieri, guarda che chi pensa figli-figlie come alieni è fuori di zucca». Se vogliamo discuterne son pronto… suppergiù. Veramente le nuove creature, spesso così diverse, non vi inquietano? Davvero siete tranquilli – questa frase è riservata ai soli maschi (non fatevi sentire da donne, pur se non streghe e/o femministe) – nel riconoscere come “carne-della-vostra-carne” creature uscite da un ventre altrui, pur se con la vostra partecipazione biologica? Alla faccia della freudiana invidia del pene mi pare che metà circa dell’umanità sia affetta da «invidia del ventre fecondo». Con tutte le conseguenti paure, non facili da superare. In sardo (se fossi un pignolo linguista dovrei dire: in molte varianti della lingua sarda) il bimbo appena nato è definito proprio così: un alieno. E molte culture parlando di figli-figlie usano variazioni di un detto che suona «alleva corvi e ti beccheranno gli occhi».

 

Così nel mio immaginario il «patto generazionale» non mi pare semplice. Quando compii 20 anni (toh: era il 1968) era proprio il momento di “divorare” i padri e pure qualche madre; se la società italiana-mondiale ha percorso sentieri interessanti a me pare che sia stato anche perchè eravamo «ragazze/i inquietanti» e beccavamo gli occhi ai genitori. «Non fidarti di chiunque abbia più di 30 anni» consigliava Jerry Rubin. Dieci anni dopo rettificò la frase: «non fidarti di chiunque abbia più di 40 anni» ma insomma ci siamo capiti. Non era chiaro se avremmo potuto fidarci almeno di noi stessi… dopo i 30 o i 40 o perfino i 50. E se i nostri figli poi avrebbero potuto fidarsi almeno in parte di noi che avevamo ucciso (nota per il direttore del Tg-1, caso mai passasse di qui: è una metafora) la generazione precedente, salvo qualche “grande vecchio/a” (anche questa è una metafora) così saggio/a da non controllare l’età.

Ma se il Cem mi chiama a discutere di un nuovo patto generazionale va bene, mi impegno. Immagino che ci vogliano un sogno, un progetto, un nuovo impegno. Intanto un convegno (ad agosto) e un anno di lavoro (con la rivista). E magari pure una discussione su codesto blog. Faccio un ruttino – per digerire, dopo tanti anni, i miei genitori “divorati” – mi vado a mettere quella famosa maglietta e arrivo.

PICCOLA NOTA

La versione “pulita” di questo mio articolo uscirà sul prossimo numero della rivista Cem Mondialità. Se volete saperne di più – sul Cem o sul convegno – andate sul sito oppure…. chiedete. (db)

 

Redazione
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2 commenti

  • Marco Pacifici

    Mi fai viver dal ridere e poi mi fai pure cogitare… Grande Daniele.

  • Reduce da una mini vacanza (poco mare marchigiano, riscoperta di 2 anziani parenti di mia moglie e visita allo splendido museo di Verucchio) come non leggere e riflettere sul “patto generazionale”?
    Ogni esperienza é, a suo modo, unica ed irripetibile e sulla genitorialità convengo con mio padre (classe 1898): sentenziava che “quelli bravi di allevare i figli non sono ancora nati”. Come esperienza scolastica di “genitore democratico” ho dovuto scoprire sia l’aura docente (“che ha sempre ragione”) sia il peso che ha il “pre-sapere” sullo stesso curriculum formativo. E molto del “pre-sapere” non é famigliare ma “dagli amici”.
    E’ per questo che ognuno si trova plasmato un suo rapporto infra-generazionale. L’importante é che conoscano il passato, che ne abbiano un’idea chiara e ben “periodizzata”. Diversamente, diceva Konrad Lorenz, il gap generazionale finirebbe per trasformarsi in evoluzione casuale, anziché affermazione fondata.

    Giorgio

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