Per fortuna che il calcio alla fine è solo uno sport

Il 7 gennaio scorso il calciatore curdo Deniz Naki, schierato a sostegno della resistenza a Kobane e del Pkk, è stato vittima di un attentato.

di Filippo Petrocelli (*)

Deniz Naki non è un ninja, non bestemmia ubriaco, non è fidanzato con una wags, quindi non merita la prima pagina, ma appena un trafiletto sulla versione on-line di qualche giornale sportivo.

In Italia insomma il suo nome non fa notizia: e poco importa se nella storia recente del calcio turco è invece balzato diverse volte agli onori delle cronache.

Classe 1989, Deniz Naki è un attaccante tedesco di origine curda cresciuto nelle giovanili del Bayer Leverkusen, transitato per il Rot Weiss Ahlen, un paio di stagioni al FC St. Pauli, una stagione al SC Paderborn 07, poi un passaggio al Gençlerbirliği – una squadra di Ankara – e infine l’approdo alla Amed SK, la squadra di Diyarbakır (Amed appunto in curdo). Questo il suo curriculum.

Non è un fenomeno, non è il nuovo Messi, ma è comunque un discreto attaccante che ha decine di presenze nella nazionale tedesca giovanile (under 19 e under 20).

La prima volta in cui il giovane giocatore tedesco di origine curda “guadagna” la notorietà è quando nel novembre 2014 lascia il Gençlerbirliği in seguito ad attacchi di natura razzista. In quei giorni tre “tifosi” lo aggrediscono fisicamente e lo minacciano per il suo sostegno a Kobane e alla causa curda. Lui risponde facendo le valigie e denunciando l’accaduto.

Il 4 settembre del 2015 scrive un post sui social in cui omaggia due combattenti del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) originari della sua città, Dersim, morti in un’azione. E questo manda su tutte le furie la parte più nazionalista della società turca.

Nel febbraio del 2016 poi la ciliegina sulla torta: dopo la vittoria dell’Amed SK nella Coppa di Turchia contro il Bursaspor, Naki dedica il successo alle vittime curde della repressione statale turca con un semplice post su Facebook. Due giorni dopo unità dell’Antiterrorismo turco fanno irruzione nelle sedi della squadra e sequestrano diversi computer. Per Deniz però la pena più dura: la Federcalcio turca lo squalifica per 12 turni con una multa di circa 6.000 euro.

Nel 2017 una corte penale turca lo accusa di fare propaganda per il Pkk e gli infligge una pena detentiva, per il momento sospesa. Anche grazie a diverse interrogazioni parlamentari da parte del Hdp (Partito democratico dei popoli).

Poi ieri, 7 gennaio, un altro grave atto di intimidazione contro il calciatore.

Deniz Naki è in visita in Germania, dove nella notte di domenica la sua auto è affiancata sull’autostrada – nei pressi di Duren in Renania – da un van nero che esplode diversi colpi contro l’auto del calciatore. Uno colpisce il finestrino proprio all’altezza del guidatore, senza però ferirlo.

Naki dichiara a poche ore dell’attentato di temere per la sua vita, ma non ha paura di indicare pubblicamente i mandanti di questo agguato: secondo lui c’è la longa manus dello “stato profondo” turco o di militanti dell’estrema destra turca, comunque coperti dagli apparati dello stato. Anche perché sul suo braccio ha tatuato azadi, che in curdo significa libertà, e sulla mano destra ha il volto di Che Guevara.

(*) tratto da Sport popolare

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