Perù: l’acqua è vita, l’oro è morte

di David Lifodi

“La terra si ribella contro secoli di saccheggio e contaminazione. La coscienza si ribella contro inganni e veleni. E l’acqua vale più dell’oro, dei profitti e di effimeri piaceri”: queste parole sono di Pino Solanas, conosciuto cineasta argentino di movimento che, nel suo documentario Tierra Sublevada, racconta i disastri ambientali compiuti dall’estrazione mineraria a cielo aperto. Solanas parla dell’Argentina, ma la sua riflessione può benissimo essere adottata per il Perù, dove il 1 Febbraio centinaia di contadini della città di Celendin, Cajamarca, hanno dato inizio alla Gran Marcha Nacional del Agua, giunta a Lima il 10 Febbraio scorso.

La regione di Cajamarca si trova nel nord del paese e l’omonima città dista non più di 50 chilometridalla miniera Yanacocha, installatasi venti anni fa in questa zona grazie all’Empresa Minera Yanacocha. In un paese come il Perù, dove sono tuttora in corso decine di conflitti ambientali, la miniera Yanacocha è la più grande dell’America Latina per quanto riguarda l’estrazione di oro e rame. Tutto è cominciato nel Novembre 2011, quando un paro a tempo indefinito lanciato dal Frente de Defensa Ambiental de Cajamarca ha paralizzato per giorni la regione. Lo scopo era quello di bloccare il progetto minerario Minas Conga, fortemente voluto dalla multinazionale statunitense Newmont con l’appoggio della peruviana Buenaventura. Il presidente Hollanta Humala, che pochi mesi prima in campagna elettorale si era schierato in maniera inequivocabile contro le multinazionali minerarie, con una rapida giravolta decide di mandare la polizia a reprimere la popolazione in sciopero e  proclama lo stato d’assedio per due mesi in tutta la regione. Non solo: nomina come nuovo Presidente del Consiglio Oscár Váldez, che a Settembre, in qualità di ministro degli interni, aveva provveduto a stroncare con violenza un’altra protesta, a Tacna (sud del paese) contro un altro progetto di estrazione mineraria. La miniera Yanacocha avrà effetti pesantissimi sull’ambiente e sulla popolazione, dall’intossicazione da mercurio e cianuro per le persone all’inquinamento dei fiumi, fino alla sparizione delle cosiddette cabeceras de cuencas hídricas, le lagune adagiate sulle sorgenti da cui sgorga l’acqua. E’ in questo contesto che è nata l’idea della marcia: il grido “Acqua si, Conga no” è risuonato per giorni e giorni durante il percorso che ha condotto i marciatori da Cajamarca a Lima. La marcia ha chiesto con forza la proibizione dell’utilizzo di cianuro e mercurio nell’estrazione mineraria, lo stop all’attività estrattiva nelle cabeceras de cuencas, ma soprattutto il riconoscimento dell’acqua come diritto umano. In generale, la marcia ha inteso aprire un dibattito nel paese sul diritto di accesso all’oro blu, sui tentativi di privatizzazione in atto e su alternative sostenibili che tengano conto delle necessità della popolazione ed evitino di svendere le risorse del paese alla multinazionale di turno: per questo, da Arequipa a Tacna, passando per Iquitos, sono state numerose le manifestazioni di solidarietà e appoggio in tutto il paese ai caminantes che hanno percorso800 chilometri prima di arrivare a Lima. Anche in Italiala Gran Marcha ha riscosso una vasta eco: il 10 Febbraio, in concomitanza con l’arrivo dei manifestanti nella capitale, la comunità peruviana della Lombardia ha organizzato un presidio presso il consolato peruviano di Milano chiedendo che l’accesso all’acqua sia un diritto umano fondamentale, protetto e  rispettato. In questa circostanza, le associazioni Todo Cambia, Chispa, Conapi, Paradigma e Studio 3R,  hanno rivolto un appello all’Unione Europea affinché pretenda dal governo peruviano il rispetto dei diritti umani in occasione dell’imminente ratifica di un accordo commerciale tripartito tra Ue, Colombia e Perù. Al console, che ha ricevuto alcuni attivisti durante il presidio, è stato ricordato il diritto dei popoli a vivere in pace nei propri territori e a veder rispettate le tradizioni, le culture e le forme di vita. Di tutto ciò Newmont, Buenaventura e Hollanta Humala non si sono mai interessati seriamente, tanto che l’Observatorio de Conflictos Mineros de America Latina (Ocmal) ha riconosciuto il diritto alla resistenza delle comunità indigene e contadine, da cui è nata l’idea della marcia su proposta di Marco Arana, un sacerdote ambientalista peruviano che negli anni scorsi ha dovuto subire pesanti intimidazioni da un’impresa di sicurezza vicina alle multinazionali dedite all’estrazione a cielo aperto. E’ stato lui, tra i primi, a smascherare le vere intenzioni del progetto Minas Conga, e a dare anche una scossa alla sinistra peruviana, che intravedeva in Hollanta Humala un cambiamento reale rispetto alle politiche neoliberiste di Toledo e Alan García, il presidente che aveva concesso alla Newmont l’autorizzazione a sfruttare un nuovo giacimento d’oro. Il suo movimento, Tierra y Libertad, si è dedicato a sostenere i diritti dei minatori e a difendere le comunità dai soprusi dello sfruttamento minerario, fino ad ottenere un importante risultato: travolto dai fatti di Cajamarca dello scorso Novembre, Humala si era impegnato a sospendere il progetto estrattivo di oro e rame, previsto a partire dal 2015, ma Newmont e Buenaventura sono due giganti a cui è difficile dire di no, e dopo la repressione violenta dello sciopero di alcuni mesi fa non si fida più nessuno.

Se l’obiettivo era quello di sensibilizzare la popolazione e l’opinione pubblica su un tema così importante quale è l’acqua, la marcia ha sicuramente raggiunto l’obiettivo, ma difficilmente il progetto Minas Conga sarà messo in un cassetto, per cui non è stata esclusa, al termine del corteo, la convocazione di un nuovo sciopero, questa volta su base nazionale, per obbligare il governo a sospendere una volta per tutte l’estrazione mineraria.

NOTA: un ringraziamento a Paolo Buffoni Damiani, Edda Pando e l’associazione Todo Cambia per tutte le informazioni sulla marcia e le notizie sul presidio di Milano di fronte al Consolato peruviano.

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