«Poema pedagogico» di Anton Makarenko

di Raffele Mantegazza. Libri da recuperare: terza puntata (*)

Perché rileggere e ristampare il «Poema pedagogico» di Anton S. Makarenko?

Anzitutto perché è un testo unico nella storia della pedagogia. Fondatore tra l’altro della Comune Dzerginskij e della Colonia Gorkij, Makarenko lavora con ragazzi “traviati” che immediatamente identifica come prodotti di processi educativi faliti. Almeno quattro sono i capisaldi di questo testo (mai scissi, costituendo così uno straordinario esempio pedagogico dell’unità di teoria e prassi sottolineata dal materialismo storico).

a) l’importanza del collettivo; al di là del fatto che l’operare in collettività costituisce un fattore di responsabilizzazione del ragazzo, che riscopre la propria utilità e la funzione positiva all’interno di una dialettica di ruoli sociali, è importante il fatto che il collettivo non è mai inteso da Makarenko come staccato da una dimensione di lotta; qui si tratta di lotta per la sopravvivenza della Comune ma poi, nella vita, per i ragazzi si tratterà di lottare contro il nemico di classe per il mantenimento delle conquiste rivoluzionarie; il collettivo non è dunque uno strumento di mero condizionamento perché viene messo a confronto, giorno dopo giorno, con le richieste della prassi concreta, nei confronti della quale impegnarsi appunto in una dimensione agonistica e conflittuale; inoltre, il collettivo in Makarenko non viene mai sottolineato a scapito dell’attenzione per il singolo ragazzo; qualunque lettore anche occasionale di Poema pedagogico serba limpidi in mente gli straordinari ritratti degli adolescenti makarenkiani, con tutte le loro differenze e con l’irriducibilità dei loro caratteri: sono i Burun, gli Zadorov, i Karabanov, con tutta la vivacità con la quale emergono dal testo dello scrittore sovietico, i migliori contraltari alla stucchevole critica secondo la quale il collettivismo comunista deprimerebbe le soggettività e livellerebbe le differenze indivuali;

b) la centralità dell’organizzazione, che per Makarenko sembra costituire un operatore pedagogico eccezionale in sè; la disciplina di stile militare, la suddivisione in reparti, la formazione di squadre, il processo decisionale che avviene attraverso assemblee: tutti elementi che non vengono programmati in anticipo dall’educatore ma che vengono mano a mano raffinati; di essi si scopre la portata educante e le loro ricadute pedagogiche vengono integrate a un progetto che, nonostante alcuni elementi di rigidità, si costruisce “in itinere”: l’organizzazione non è allora una risorsa esterna al processo educativo ma ne costituisce l’anima, e l’educatore socialista sa di dover strutturare una organizzazione educativa alternativa rispetto a quelle incarnate nelle istituzioni scolastiche borghesi – che con i ragazzi “traviati” hanno fallito il loro compito;

c) il problema del lavoro; certo, nelle comuni i ragazzi lavorano e producono; ma qui il lavoro non viene visto, come nella pedagogia borghese, come un fattore di interiorizzazione di un ordine morale e dunque in ultima analisi di alienazione: è proprio la produttività del lavoro nel collettivo che salvaguarda i ragazzi dall’ alienazione; il lavoro improduttivo come strategia educativa è una pericolosa finzione borghese: anche attraverso il lavoro produttivo (Makarenko non è così ingenuo da non accorgersene) i ragazzi interiorizzano un ordine di valori (una “psicologia” avrebbe detto Gramsci): ma si tratta di valori coerenti a una società di liberi lavoratori, a una libera organizzazione di uomini liberi, una psicologia da produttori in una società in cui ognuno produce a seconda delle sue possibilità e riceve a seconda dei suoi bisogni.

d) la dimensione utopico/prospettica, infine: centrale nel progetto educativo makarenkiano, certamente concreto e tutto immanente alle attività che si svolgono giorno per giorno nel collettivo ma al tempo stesso proiettato verso la dimensione progettuale di una società libera e disalienata con l’Utopia concreta e presente di una associazione di lavoratori uguali nei diritti e nella dignità

Una lettura entusiasmante per chiunque si occupi di educazione, cioè in fin dei conti per ogni adulto degno di questo nome.

(*) L’idea di questa rubrica è nata da un messaggio di Giuliano Spagnul: «… una serie di recensioni, coinvolgendo una lista di persone per spingere alla ristampa (o verso una nuova casa editrice) di libri fuori catalogo, preziosi, da recuperare». Siamo partiti il 2 aprile (con Giuliano ovviamente) a raccontare Gunther Anders: «Essere o non essere». Poi L’epica latina: Daniel Chavarrìa (il 14 aprile) di Pierluigi Pedretti. Ci siamo dati una scadenza quattordicinale, all’incirca. Si annunciano: «Il signore della fattoria» di Tristan Egolf, «Chiese e rivoluzione nell’America latina» a cura della Fondazione Lelio Basso … e altre promesse meno definite. Se qualcuna/o vuole inserirsi ovviamente troverà le porte aperte. Ma una rubrica deve avere un titolo? Ne abbiamo discusso e sono uscite queste proposte «Pagine perdute», «Salviamoli dal macero», «Libri da ri-animare» oppure (rubacchiando l’idea al quotidiano «Le Monde») «Ripescaggi» ma anche «La biblioteca da salvare», «Libri recuperati» (come le fabbriche che gli operai portano avanti in modo autogestito…) e «il classico da riscoprire». Voi che dite? C’è anche un’ipotesi di logo – quello che vedete qui sopra – che sarà democraticamente votato … se arriveranno alternative. [db per la “bottega”]

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Valeria Taraborelli

    Un libro da riproporre sempre a tutti quelli che pensano che la vera educazione sia buonismo ed accondiscendenza

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