Qatar 2022: aggiornamenti (e oltre) / 15

Una riflessione-ricordo di Andrea Sylos Labini e preziosi materiali dalla rivista Zapruder: la “bottega” continua a denunciare i mondiali della vergogna (64 partite e 6500 morti) e sollecita una discussione più generale.

 

NOTA DELLA “BOTTEGA”

I mondiali continuano nel loro squallore e i media ovviamente insistono nei silenzi. La discussione qui in “bottega” sta prendendo due pieghe forse inaspettate ma certamente interessanti: c’è chi sostiene che il Qatar è “fra i Paesi meno brutti” (noi non condividiamo ma ovviamente vale la pena ragionarne) da una parte; e dall’altra il discorso che si allarga a tutto lo sport (come auspicava ieri Daniele Barbieri) e come in qualche modo si muove l’articolo qui sotto – grazie a chi ce lo ha linkato – e le segnalazioni della rivista «Zapruder».

 

 

QUATTRO STRONZI

di Andrea Sylos Labini

Me lo ricordo quel pomeriggio.

Doveva essere sabato pomeriggio; un sabato pomeriggio di metà anni novanta, con noi poco più che diciottenni che facevamo cose da poco più che diciottenni degli anni novanta: stavamo a casa di chi aveva “casa libera”, bevevamo, fumavamo, cazzeggiavamo.

Non c’erano gli smatphone, né i pc. Non c’era nemmeno internet, né you tube; però in qualche modo -parrà strano- ci divertivamo lo stesso. C’erano le sigarette che facevano ridere, e c’erano le videocassette.

E quel pomeriggio P. aveva tirato fuori una videocassetta tipo “Top 20 punizioni della storia del calcio” e buttati sul divano ci godevamo una serie di prodezze balistiche in bassa definizione, o addirittura in bianco e nero, con un sottofondo di una musichetta improbabile. Ad un certo punto le immagini si fanno sgranate, e una didascalia con pixeloni enormi spiega che siamo ai mondiali del ‘74, partita Brasile – Zaire. 

Punizione a favore del Brasile poco fuori area, appena decentrata sulla sinistra. Il 10 del Brasile (che scopriremo poi essere Rivellino) si appresta a calciare; di fronte a lui il muro verde della barriera dello Zaire. L’arbitro fischia, ci aspettiamo tutti l’ennesimo capolavoro che aggira la barriera e si infila nell’angolino. E invece a sorpresa un difensore si stacca dalla barriera, corre come un pazzo sulla palla, la colpisce con ignoranza e la scaglia lontanissimo. I Brasiliani sono increduli, e mentre noi impazziamo sul divano, l’arbitro lo ammonisce. 

Abbiamo riso fino alle lacrime, abbiamo rivisto la scena decine di volte, avanti, indietro, a rallentatore, poi una pietosa citofonata della mamma di P. ci ha costretti ad aprire le finestre e ripulire in tuta fretta le tracce del nostro vizioso pomeriggio, per poi salutare la padrona di casa e ritirarci con la coda tra le gambe, ancora sghignazzando per la prodezza dello Zairese.

E nei mesi successivi “l’africano che non sapeva le regole” è stato un leitmotiv di battute e scherzi, poi pian piano la cosa è passata nel dimenticatoio.

Fino a qualche tempo fa, quando nel giocare a tirare le punizioni con mio figlio Fabrizio mi sono ricordato dell’episodio e gliel’ho raccontato, per farlo ridere. Naturalmente -essendo lui un nativo digitale- mi ha chiesto di vedere il video, e in effetti dopo una breve ricerca ho ritrovato su you tube quel filmato che avevo visto l’ultima volta in VHF quasi trent’anni fa.

E insieme al video ho trovato la storia.

La storia della Repubblica Democratica del Congo, che dopo un colpo di stato militare propiziato dalla Cia si è trasformata in Zaire, guidata dal Colonnello Mobutu;

La storia di Mobutu, passato alla Storia come uno dei dittatori più sanguinari e corrotti della tormentata Africa, tanto da assurgere ad emblema del tipico “dittatore africano” e da far definire per la prima volta il suo governo col poco lusinghiero epiteto di “cleptocrazia”, o governo della corruzione;

La storia della prima squadra di calcio dell’Africa nera a partecipare ad un Mondiale di calcio, partita nel 1974 dallo Zaire alla volta della Germania con aspettative propagandistiche da parte del suo dittatore, e sconfitta per 2-0 all’esordio contro la Scozia, e addirittura 9-0 alla seconda partita contro la Jugoslavia, e che alla terza ed ultima partita del girone avrebbe dovuto affrontare il Brasile;

La storia di un jet privato atterrato in Germania con a bordo le guardie private di Mobutu, che hanno preteso un incontro a porte chiuse con la squadra e hanno detto senza mezzi termini ai giocatori che le loro famiglie rimaste in Africa erano ostaggio dell’esercito, e che una sconfitta contro il Brasile per più di 3 a 0 sarebbe costata la vita ai giocatori stessi e ai loro familiari, così come qualunque tentativo di fuga o di denuncia;

La storia di undici uomini terrorizzati che hanno giocato un’intera partita contro i Campioni del Mondo uscenti del Brasile (che per qualificarsi doveva vincere con almeno tre gol di scarto) lottando su ogni palla; undici uomini che con la forza della disperazione sono riusciti a mantenere il punteggio sul tre a zero fino all’85 minuto, quando venne assegnata quella punizione dal limite a Junino;

La storia di Joseph Mwepu Ilunga, numero 2 dello Zaire, che all’85 minuto è in barriera e sa che per salvare la sua vita e quella dei suoi cari da una morte atroce deve resistere per altri cinque minuti, cinque maledetti minuti; e vede sulla palla Rivellino con la maglia del Brasile e il numero 10 sulle spalle, e sa che quel pallone può essere la sua condanna a morte, e ha paura, ha una fottuta paura, e sa che deve fare qualcosa, che Rivellino con i suoi piedini fatati quel pallone non lo deve toccare. E quando sente il fischio dell’arbitro si lancia su quel pallone e lo colpisce con tutta la forza del suo terrore e della sua disperazione, per mandarlo il più lontano possibile.

La storia dei giocatori del Brasile, che da quel gesto apparentemente folle rimangono spiazzati e, ormai qualificati, praticamente smettono di giocare fermando il risultato sul 3-0.

La storia di tutto il mondo che per anni ha riso di Mwepu, l’africano che giocava al Mondiale senza sapere le regole, e che ha celebrato il momento come “la punizione battuta al contrario”.

La storia di un giornalista, che nel 2002, dopo la morte di Mobutu e la caduta della dittatura, ha ricostruito l’intera vicenda, rivelando una delle pagine più drammatiche della storia del calcio consumatasi sotto gli occhi ignari di tutto il mondo.

La storia di noi quattro, che eravamo davvero quattro stronzi.

La Storia del mondo, che è fatta dalle storie degli uomini, e in queste trova un senso e un compimento.

Storie drammatiche, ridicole, tragiche, miserabili, nel loro piccolo meravigliose.

#StorieDaCaffè

Vecchie glorie (*)

Deve essere quasi impossibile che non abbiate sentito dei mondiali in Qatar. Mondiali discussi per i loro lati oscuri, per usare un eufemismo. Per affrontare la questione pensiamo sia utile riproporvi non una vecchia gloria, bensì due numeri interi di vecchie glorie: Identità in gioco e Tifo. Conflitti identità trasformazioni, rispettivamente il numero 4 e il numero 48 di «Zapruder», che affrontano il tema dello sport e del tifo.
DUE ESTRATTI:
«La natura politica dello sport cominciò ad emergere a metà dell’Ottocento, connettendosi fin dal principio a ragioni patriottiche e militari, oltre che a preoccupazioni di carattere pedagogico e sanitario. Benchè ancora lontano da forme di coinvolgiment popolare, lo sport legò la propria storia a quella del nazionalismo in un intreccio che, cresciuto in coincidenza della prima guerra mondiale, raggiunse la massima compenentrazione negli anni trenta, quando, tra l‘altro, si ebbe una diffusione socialmente universale dello sport, oramai fatto proprio anche dai partiti e dai movimenti della sinistra in una versione solidaristica ed antimilitarista».
tratto da “Credere, gareggiare, combattere” di Carmelo Adagio e Chiara Giorgi per Identità in gioco, il numero 4 di «Zapruder» maggio-agosto 2004.

«Ci sono molti modi di vivere il tifo e alcuni degli elementi che hanno un peso in questa scelta risultano difficili da decifrare. Per esempio, l’elezione di una squadra o di un atleta da tifare avviene raramente in un modo razionale ed è spesso ispirata da elementi familiari, territoriali o anche del tutto estranei a ragionamenti intuibili dall’esterno. Risulta poi complicato delimitare l’ambito dei tifosi da prendere in esame: si può essere tifosi tanto restando sempre in una dimensione privata quanto scegliendo di condividere la propria passione con altre persone, arrivando al punto di seguire i propri beniamini anche a costo di dover spendere cifre consistenti e di dover impiegare parecchio tempo per assistere alle gare, agli incontri o alle partite».
tratto da “Tra gradinate, spalti, strade: tifosi e tifose” di Alice Corte, Lidia Martin, Alessando Stoppoloni per Tifo. Conflitti identità trasformazioni, il numero 48 di «Zapruder» gennaio-aprile 2019.

(*) ripreso da Newsletter del progetto «Storie in Movimento» 17, del novembre c/o Archivio storico della nuova sinistra “Marco Pezzi”

NOTA DELLA “BOTTEGA”

Da quando la FIFA ha assegnato al Qatar i mondiali almeno 6500 lavoratori sono morti mentre costruivano le infrastrutture per le gare.

In Qatar i diritti umani sono quotidianamente calpestati. Ma il Qatar è così schifosamente ricco che i grandi media italiani (schifosamente servi) vedono solo tiri, parate, gol. Problemi? Sangue? Giustizia? Dignità umana?

Lo spettacolo a ogni costo.

Questo piccolo blog ha scelto di stare contro ogni fascismo e questi Mondiali ne sono parte. Abbiamo scritto Boicottare (ogni giorno) i mondiali di calcio in Qatar e così faremo fino al 18 dicembre. Grazie a chi ci segnalerà riflessioni, notizie e iniziative ma anche le punte massime dello “schifezzario” che passa per giornalismo.

 

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Alberto Campedelli da Correggio tel 3207958924

    E’ evidente che siamo giunti al limite della terza guerra mondiale quella che spazzarà l’uomo dalla terra che ricomincerà piano piano a riprendersi dalla catastrofe con gli esseri immuni alle radiazioni. PER ORA SONO CONOSCIUTI SOLTANTO I RAGNI. Ma, come dice il proverbio “chi e’causa del suo mal pianga se stesso”, e’ l’umanità cieca e sorda che lascia fare i massacratori a capo dei vari governi la stanno preparando perche’ nessuno vuol fare un passo indietro per aprire le trattaive con l esempio fra Russia ed Ucraina, che hanno tutte e due delle responsabilità di quanto accaduto. Fermo restando la responsabilità maggiore alla Russia che ha scatenato l’inferno resta da considerare la richiesta dell’Ucraina di far perte della NATO cosa inccettabile per Putin. Ma resto sempre del parere che se tutti i giovani chiamati alle armi si rifiuterebbero di combattere, le guerre si fermerebbere di colpo. Ma si vede che l’umanità delega il proprio cervelli ai potenti di turno che , come i cani nel gregge ne bastano pochi per far rigar e dritto tutta la mandria. E l’umanità si comporta come un gregge di pecore che, inconsapevoli vanno dritte al macello. Ma delegare e’ troppo comodo e lor signori sono liberi di fare il brutto e il cattivo tempo. Bi sognere una volta ul mese si recasse a render conto di quello che ha fatto per il bene della comunitàbbe invece, che ciascun deputato eletto. Ma la mamma degli stupidi e’ sempre incinta e allora abbiamo quello che ci meritiamo. AL mondo ci sono fra guerre di varia natura, anche le guerre civili. 59 conflitti in atto. Quindi il problema della supremazia di un uomo sull’altro continuerà fino alla distruzione dell’umanità, che se non per guerre ci penserà il disastro ambientale, IN ogni caso: “Hasta la victoria de l’amor, siempre…!”

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