Rosarno e Milano: razzismo istituzionale

Due denunce del Comitato lavoratori delle campagne e della CUB. In entrambi i casi le politiche discriminatorie, la negazione dei diritti più elementari, come il diritto alla casa e al permesso di soggiorno slegato da ogni altra condizione, o il diritto allo svolgimento dell’attività sindacale, tutto sono salvo che confinate ai soli lavoratori immigrati direttamente coinvolti.

a cura de “Il Cuneo rosso” (*)

Razzismo istituzionale in salsa rosarnese

Ora basta, dateci le case!

La notizia, per i media, è quella dell’arresto del sindaco di Rosarno per collusione mafiosa. Non è una notizia che chi raccoglie gli agrumi nella Piana di Gioia Tauro vive ancora in campi di lavoro – fatti di tende e container che somigliano sempre di più ad una baraccopoli, provvisti di servizi minimi ma sottoposti a sorveglianza costante – quando non in case fatiscenti senza nemmeno quei servizi. Non è una notizia nemmeno il fatto che negli ultimi mesi, dopo l’individuazione di alcuni soggetti positivi al COVID all’interno di queste quasi-carceri, tutti gli abitanti siano stati sottoposti a misure restrittive abnormi ed insensate, che poco o nulla hanno a che fare con la tutela della salute e molto con il razzismo istituzionale. Né è una notizia quello stesso razzismo istituzionale, nemmeno quando emerge in modo conclamato da un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha portato tra gli altri all’arresto del sindaco e di un consigliere comunale di Rosarno. Giuseppe Idà, intercettato, non ha avuto peli sulla lingua nell’ammettere quello che è sempre stato sotto gli occhi di chi voleva vedere, e cioè che la politica rosarnese ed i suoi padrini non potevano accettare di assegnare delle case popolari ai ‘niri’. Certo, gli africani non votano – ed anche questo è un aspetto del razzismo istituzionale.

Ma ora che la verità è stata messa nero su bianco, che cosa cambierà per chi lavora senza tutele, nella precarietà più estrema, rischiando ogni giorno un’aggressione che potrebbe costargli la vita? Da prima dello sgombero in grande stile di una delle precedenti incarnazioni della Tendopoli di San Ferdinando, nel marzo 2019, i lavoratori africani chiedono che vengano loro assegnate quelle case, finanziate da fondi europei espressamente per alloggiare gli stagionali stranieri. Neanche questa è mai stata una notizia. Giornalisti, ONG e ‘società civile’ hanno preferito girare la testa dall’altra parte, arrampicandosi sullo specchio delle ‘case sfitte’. In questi anni, i lavoratori africani hanno più volte e coraggiosamente denunciato il razzismo istituzionale e quello quotidiano, sia sotto forma di leggi che li ricattano per un pezzo di carta, o di affari fatti dall’apparato emergenziale-umanitario sulla loro pelle, o ancora di violenze ed aggressioni, anche mortali, da parte delle forze dell’ordine o di privati cittadini.

E’ ora che le loro lotte autorganizzate vengano riconosciute, e che a chi vive in campi e baraccopoli venga garantito almeno un tetto degno di questo nome. Le palazzine di Serricella sono dei lavoratori delle campagne! Case, documenti e contratti per tutt*!

Milano, giovedì  14 gennaio – perquisizione di digos e ufficiali di polizia a casa di un rider, militante della CUB, lavoratore immigrato

Il militante della CUB, nonché dirigente di Cub Immigrazione e Trasporti, è un Rider molto apprezzato nella città di Milano grazie ai suoi continui sforzi nella lotta per i diritti di questa categoria. Ecco perché ciò che ha subito, il materiale sequestratogli dalle forze dell’ordine e le accuse mosse non possono essere una questione personale ma diventano una questione politica. INFATTI, NON ABBIAMO MAI VISTO COSI’ TANTA ATTENZIONE PER I DIRITTI DEI/DELLE RIDERS, cosi come ha ricevuto il nostro sindacalista settimana scorsa. Nessun’attenzione per  l’ultimo anello della catena produttiva  – quello della consegna –  perché mancano regole chiare e lo stato delle cose privilegia odiose forme e nuove modalità di caporalato. Il rider è una persona che lavora ma senza contratto e quindi senza diritti; è una persona precaria, isolata socialmente per renderla più produttiva e meno consapevole.

A Milano non c’è nessun mito dello studente che fa il rider per arrotondare ma, come il nostro militante, la maggior parte sono persone straniere che non hanno il privilegio di scegliere quale lavoro fare. Ecco che quando qualcuno rompe l’isolamento e inizia ad organizzarsi, arriva l’attacco repressivo. La perquisizione in casa di un nostro compagno non può passare inosservata né può far credere che accettiamo questa provocazione in silenzio. Non possiamo accettare tutto ciò, né la strumentalizzazione del colore della sua pelle, delle sue origini e del suo interesse – unico ed esclusivo – per i diritti delle persone migranti nella categoria dei rider. La gravità di questo fatto ci porta a stringerci in maniera più serrata intorno al nostro militante, e a portar avanti in maniera più compatta la lotta per i diritti dei/delle riders e delle persone migranti.

Ci mobiliteremo presto per non lasciare nessuno da solo.

Uniti vinciamo, divisi cadiamo.

CUB

(*) Fonte:  https://pungolorosso.wordpress.com/

La “bottega” raccomanda questa lettura:

Piana di Gioia Tauro: allarmanti le condizioni dei braccianti agricoli tra sfruttamento e pandemia

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Nella notte di capodanno non ci sono stati solo i fuochi d’artificio ma anche quelli della vergogna: un incendio – l’ennesimo – si è sviluppato nella tendopoli di Rosarno mettendo a rischio la vita di più di mille immigrati.
    Solo per un caso fortuito, questa volta non ci sono vittime. ma le fiamme che hanno distrutto tende e baracche ci ricordano che in Italia non si garantisce un alloggio dignitoso e sicuro a lavoratrici e lavoratori che si spaccano la schiena nei campi.
    In Calabria, Basilicata e in Puglia, più in generale in tutte le aree rurali in cui la raccolta è affidata a manodopera sottopagata e al nero, non si è proceduto a un piano per garantire il diritto all’abitare agli immigrati che lavorano nell’agricoltura.
    E’ una vergogna che nell’alternarsi dei governi regionali e nazionali non viene affrontata ed è inaccettabile il fatto che i tanti ghetti esistenti in quelle aree, vengano sgomberati quando le stagioni dei raccolti terminano. A chi svolge un lavoro tanto duro vanno garantiti alloggio dignitoso, salario decente e un contratto di lavoro. Di questo dovrebbero occuparsi le Regioni e il governo nazionale.

    Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Stefano Galieni, responsabile immigrazione del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.