Recensione a «Metamorfosi penitenziarie»

di Vincenzo Scalia

L’acuirsi della recessione, iniziata nel 2008, manda in soffitta l’agenda securitaria. Alla scomparsa delle proposte di legge e ordine dai programmi dei partiti, si accompagnano le sentenze di svariati organi di giurisdizione, in Italia, in Europa e negli Usa, che dichiarano illegale e illegittimo il sovraffollamento penitenziario, in quanto misura che contrasta coi diritti che il detenuto non cessa di disporre in quanto persona.

La crisi della penalità come regolatore dei rapporti sociali si trascina un vuoto progettuale e prospettico che si rende necessario colmare per affrontare sia le questioni relative alla sfera penale (pene alternative, depenalizzazione) sia quelle inerenti ai diritti fondamentali nella loro accezione più ampia. Stefano Anastasia nel suo ultimo lavoro «Metamorfosi penitenziarie. Carcere, pena e mutamento sociale» (Ediesse, Roma, 2013, 150 pagine, 10 euri) cerca di rispondere a queste questioni, avvalendosi della duplice competenza che gli deriva non soltanto dallo studio dei fenomeni, ma anche dall’esperienza sul campo, dal ruolo prominente che da anni svolge all’interno dell’Associazione Antigone.

Mantenendo sullo sfondo la dialettica fra i cicli penitenziari e l’andamento dei flussi della produzione-distribuzione, Anastasia dipana il filo intrecciato della funzione materiale e simbolica della penalità, portando alla luce le analogie sussistenti fra gli Usa e l’Europa. E’ proprio dall’altra parte dell’oceano che comincia la storia del securitarismo, quando il reaganismo rampante, sin dagli anni ottanta, cancella le proposte degli anni precedenti di riservare il carcere soltanto al 10% dei serious offenders. Da qui in poi si innesca un discorso punitivista che – attraverso varie tappe (dalla guerra alle droghe alla tolleranza zero, per finire al three strikes and you are out) – finirà per decuplicare il numero dei detenuti e ampliare sensibilmente la cerchia delle persone sottoposte a vigilanza da parte del sistema penale.

In Italia è Craxi a importare il punitivismo statunitense, preparando il terreno, con la Iervolino-Vassalli, a un sovraffollamento carcerario che le leggi in materia di immigrazione (dalla Turco-Napolitano in poi) faranno schizzare a oltre 60.000 persone imprigionate dalle 25.000 del 1990. Quest’impennata della “criminalità” non è la conseguenza di un aumento dei reati, bensì il prodotto del diritto alla sicurezza, inteso come la protezione dei beni individuali, richiesto da gran parte dell’opinione pubblica per compensare la perdita della sicurezza dei diritti, che scaturisce sia dalle trasformazioni economiche prodotte dalla globalizzazione, sia dalla crisi delle grandi narrazioni prodottasi in seguito al crollo del Muro di Berlino. Una società sempre più sfrangiata, incapace di elaborare e di implementare finalità collettive, si rivolge alla sfera penale per supplire al proprio deficit progettuale. Ovviamente, l’oggetto della comunità di complici che si viene a formare sono i gruppi sociali marginali, che dispongono di risorse simboliche ridotte e scontano più di altri l’assenza di una soggettività alternativa. Tuttavia, l’uscita dallo Stato penale si trova proprio nella decadenza del securitarismo. In assenza di prospettive di trasformazione politica, al centro della scena ritorna la nuda vita, intesa come il corpo del detenuto spogliato da ogni status e specificazione, ma titolare di una gamma di bisogni, primari e secondari, riconducibili direttamente ai diritti umani, la vivibilità delle celle come il diritto a non essere abusati dalle forze di polizia penitenziaria, espongono la contraddizione fra diritto e punizione, evidenziando l’esistenza di sfere vitali indisponibili al potere e declinabili a partire dall’habeas corpus. Probabilmente è da qui che bisogna ripartire, per tentare una nuova declinazione collettiva dei diritti. E’ una porta stretta, ma forse è il caso di scommettere di oltrepassarla.

(*) Questa recensione è stata pubblicata sul quotidiano «il manifesto» di ieri: il libro di Anastasia è importante e varrà riparlarne qui. E’ forse il caso di aggiungere una spiegazione per chi non è esperto delle più recenti “perversioni” del sistema giudiziario statunitense: la cosiddetta legge «three strikes and you areout» significa che negli Usa le corti possono imporre, a chiunque ha commesso tre reati,unapena che va da un minimo di 25 anni all’ergastolo. Colgo questa occasione per invitare Scalia – che è un esperto davvero, non uno dei tanti contaballe in circolazione – a essere presente in blog, ogni volta che vorrà, con le sue riflessioni e analisi (db)

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