Rileggendo Wislawa Szymborska

del «Centro di ricerca per la pace e i diritti umani» di Viterbo

Un incontro di lettura dell’opera poetica di Wislawa Szymborska, la poetessa polacca (1923-2012) premio Nobel per la letteratura nel 1996.  (*)  

 

Vietnam

Donna, come ti chiami? – Non lo so.

Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.

Perche’ ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.

Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.

Perche’ mi hai morso la mano? – Non lo so.

Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.

Da che parte stai? – Non lo so.

Ora c’e’ la guerra, devi scegliere. – Non lo so.

Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.

Questi sono i tuoi figli? – Si’.

 

Discorso all’Ufficio oggetti smarriti

Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,

e anche molti dei per via dall’Est all’Ovest.

Mi si e’ spenta per sempre qualche stella, svanita.

Mi e’ sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.

Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,

chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.

Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva

e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.

Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,

me ne uscivo di senno piu’ e piu’ volte.

Da tempo ho chiuso su tutto cio’ il mio terzo occhio,

ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

 

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’e’ volato.

Mi stupisco io stessa del poco di me che e’ restato:

una persona singola per ora di genere umano,

che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.

 

Sulla morte senza esagerare

Non s’intende di scherzi,

stelle, ponti,

tessiture, miniere, lavoro dei campi,

costruzione di navi e cottura di dolci.

 

Quando conversiamo del domani

intromette la sua ultima parola

a sproposito.

 

Non sa fare neppure cio’

che attiene al suo mestiere:

ne’ scavare una fossa,

ne’ mettere insieme una bara,

ne’ rassettare il disordine che lascia.

 

Occupata a uccidere,

lo fa in modo maldestro,

senza metodo ne’ abilita’.

Come se con ognuno di noi stesse imparando.

 

Vada per i trionfi,

ma quante disfatte,

colpi a vuoto

e tentativi ripetuti da capo!

 

A volte le manca la forza

di far cadere una mosca in volo.

Piu’ d’un bruco

la batte in velocita’.

 

Tutti quei bulbi, baccelli,

antenne, pinne, trachee,

piumaggi nuziali e pelame invernale

testimoniano i ritardi

del suo ingrato lavoro.

 

La cattiva volonta’ non basta

e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni

e’, almeno finora, insufficiente.

 

I cuori battono nelle uova.

Crescono gli scheletri dei neonati.

Dai semi spuntano le prime due foglioline,

e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

 

Chi ne afferma l’onnipotenza,

e’ lui stesso la prova vivente

che essa onnipotente non e’.

 

Non c’e’ vita

che almeno per un attimo

non sia stata immortale.

 

La morte

e’ sempre in ritardo di quell’attimo.

 

Invano scuote la maniglia

d’una porta invisibile.

A nessuno puo’ sottrarre

il tempo raggiunto.

 

La fine e l’inizio

Dopo ogni guerra

c’e’ chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

 

C’e’ chi deve spingere le macerie

ai bordi delle strade

per far passare

i carri pieni di cadaveri.

 

C’e’ chi deve sprofondare

nella melma e nella cenere,

tra le molle dei divani letto,

le schegge di vetro

e gli stracci insanguinati.

 

C’e’ chi deve trascinare una trave

per puntellare il muro,

c’e’ chi deve mettere i vetri alla finestra

e montare la porta sui cardini.

 

Non e’ fotogenico,

e ci vogliono anni.

Tutte le telecamere sono gia’ partite

per un’altra guerra.

 

Bisogna ricostruire i ponti

e anche le stazioni.

Le maniche saranno a brandelli

a forza di rimboccarle.

 

C’e’ chi, con la scopa in mano,

ricorda ancora com’era.

C’e’ chi ascolta

annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto li’ si aggireranno altri

che troveranno il tutto

un po’ noioso.

 

C’e’ chi talvolta

dissotterrera’ da sotto un cespuglio

argomenti corrosi dalla ruggine

e li trasportera’ sul mucchio dei rifiuti.

 

Chi sapeva

di che si trattava,

deve far posto a quelli

che ne sanno poco.

E meno di poco.

E infine assolutamente nulla.

 

Sull’erba che ha ricoperto

le cause e gli effetti,

c’e’ chi deve starsene disteso

con una spiga tra i denti,

perso a fissare le nuvole.

 

L’odio

Guardate com’e’ sempre efficiente,

come si mantiene in forma

nel nostro secolo l’odio.

Con quanta facilita’ supera gli ostacoli.

Come gli e’ facile avventarsi, agguantare.

 

Non e’ come gli altri sentimenti.

Insieme piu’ vecchio e piu’ giovane di loro.

Da solo genera le cause

che lo fanno nascere.

Se si addormenta, il suo non e’ mai un sonno eterno.

L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

 

Religione o non religione –

purche’ ci si inginocchi per il via.

Patria o no –

purche’ si scatti alla partenza.

Anche la giustizi va bene all’inizio.

Poi corre tutto solo.

L’odio. L’odio.

Una smorfia di estasi amorosa

gli deforma il viso.

 

Oh, quegli altri sentimenti –

malaticci e fiacchi.

Da quando la fratellanza

puo’ contare sulle folle?

La compassione e’ mai

giunta prima al traguardo?

Il dubbio quanti volenterosi trascina?

Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

 

Capace, sveglio, molto laborioso.

Occorre dire quante canzoni ha composto?

Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso

su quante piazze, stadi?

 

Diciamoci la verita’:

sa creare bellezza.

Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.

Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.

Innegabile e’ il pathos delle rovine

e l’umorismo grasso

della colonna che vigorosa le sovrasta.

 

E’ un maestro del contrasto

tra fracasso e silenzio,

tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai

il motivo del lindo carnefice

sopra la vittima insozzata.

 

In ogni istante e’ pronto a nuovi compiti.

Se deve aspettare, aspettera’.

Lo dicono cieco. Cieco?

Ha la vista acuta del cecchino

e guarda risoluto al futuro

– lui solo.

 

La veglia

La veglia non svanisce

come svaniscono i sogni.

Nessun brusio, nessun campanello

la scaccia,

nessun grido ne’ fracasso

puo’ strapparci da essa.

 

Torbide e ambigue

sono le immagini nei sogni,

il che puo’ spiegarsi

in molti modi.

La veglia significa la veglia

ed e’ un enigma maggiore.

 

Per i sogni ci sono chiavi.

La veglia si apre da sola

e non si lascia sbarrare.

Da essa si spargono

diplomi e stelle,

cadono giu’ farfalle

e anime di vecchi ferri da stiro,

berretti senza teste

e cocci di nuvole.

Ne viene fuori un rebus

irrisolvibile.

 

Senza di noi non ci sarebbero sogni.

Quello senza cui non ci sarebbe veglia

e’ ancora sconosciuto,

ma il prodotto della sua insonnia

si comunica a chiunque

si risvegli.

 

Non i sogni sono folli,

folle e’ la veglia,

non fosse che per l’ostinazione

con cui si aggrappa

al corso degli eventi.

 

Nei sogni vive ancora

chi ci e’ morto da poco,

vi gode perfino di buona salute

e ritrovata giovinezza.

La veglia depone davanti a noi

il suo corpo senza vita.

La veglia non arretra d’un passo.

 

La fugacita’ dei sogni fa si’

che la memoria se li scrolli di dosso facilmente.

La veglia non deve temere l’oblio.

E’ un osso duro.

Ci sta sul groppone,

ci pesa sul cuore,

sbarra il passo.

 

Non le si puo’ sfuggire,

perche’ ci accompagna in ogni fuga.

E non c’e’ stazione

lungo il nostro viaggio

dove non ci aspetti.

 

Le tre parole piu’ strane

Quando pronuncio la parola Futuro,

la prima sillaba gia’ va nel passato.

 

Quando pronuncio la parola Silenzio,

lo distruggo.

 

Quando pronuncio la parola Niente,

creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

 

Contributo alla statistica

Su cento persone:

 

che ne sanno sempre piu’ degli altri

– cinquantadue;

 

insicuri a ogni passo

– quasi tutti gli altri;

 

pronti ad aiutare,

purche’ la cosa non duri molto

– ben quarantanove;

 

buoni sempre,

perche’ non sanno fare altrimenti

– quattro, be’, forse cinque;

 

propensi ad ammirare senza invidia

– diciotto;

 

viventi con la continua paura

di qualcuno o qualcosa

– settantasette;

 

dotati per la felicita’

– al massimo poco piu’ di venti;

 

innocui singolarmente,

che imbarbariscono nella folla

– di sicuro piu’ della meta’;

 

crudeli,

se costretti dalle circostanze

– e’ meglio non saperlo

neppure approssimativamente;

 

quelli col senno di poi

– non molti di piu’

di quelli col senno di prima;

 

che dalla vita prendono solo cose

– quaranta,

anche se vorrei sbagliarmi;

 

ripiegati, dolenti

e senza torcia nel buio

– ottantatre’

prima o poi;

 

degni di compassione

– novantanove;

 

mortali

– cento su cento.

Numero al momento invariato.

 

Fotografia dell’11 settembre

Sono saltati giu’ dai piani in fiamme –

uno, due, ancora qualcuno

sopra, sotto.

 

La fotografia li ha fissati vivi,

e ora li conserva

sopra la terra verso la terra.

 

Ognuno e’ ancora un tutto

con il proprio viso

e il sangue ben nascosto.

 

C’e’ abbastanza tempo

perche’ si scompiglino i capelli

e dalle tasche cadano

gli spiccioli, le chiavi.

 

Restano ancora nella sfera dell’aria,

nell’ambito di luoghi

che si sono appena aperti.

 

Solo due cose posso fare per loro –

descrivere quel volo

e non aggiungere l’ultima frase.

 

Tutto

Tutto –

una parola sfrontata e gonfia di boria.

Andrebbe scritta fra virgolette.

Finge di non tralasciare nulla,

di concentrare, includere, contenere e avere.

E invece e’ soltanto

un brandello di bufera.

 

Esempio

Una bufera

di notte ha strappato tutte le foglie dell’albero

tranne una fogliolina,

lasciata

a dondolarsi in un a solo sul ramo nudo.

 

Con questo esempio

la Violenza dimostra

che certo –

a volte le piace scherzare un po’.

 

Vermeer

Finche’ quella donna del Rijksmuseum

nel silenzio dipinto e in raccoglimento

giorno dopo giorno versa

il latte dalla brocca nella scodella,

il Mondo non merita

la fine del mondo.

 

(*) Si e’ svolto nel pomeriggio del 7 luglio 2013 a Viterbo (presso il «Centro di ricerca per la pace e i diritti umani») un incontro pere ricordare Wislawa Szymborska, poetessa, premio Nobel per la letteratura 1996. Bata a Bnin, in Polonia, il 2 luglio 1923, deceduta a Cracovia il primo febbraio 2012. Ha studiato lettere e sociologia a Cracovia; dal 1953 al 1981 collaboro’ alla rivista «Vita letteraria», nel 1980, sotto lo pseudonimo di Stancykowna, alle riviste «Arka» e «Kultura». Oltre al Nobel ha ricevuto per la sua opera poetica altri importanti riconoscimenti: nel 1954 il Premio per la letteratura Citta’ di Cracovia, nel 1963 il Premio del ministero della cultura polacco, nel 1991 il Premio Goethe, nel 1995 il Premio Herder e la laurea ad honorem dell’Universita’ di Poznan “Adam Mickiewicz”, nel 1996 il Premio Pen – Book of the Month Club Translation Prize.

Fra le opere di Wislawa Szymborska in edizione italiana: «La fiera dei miracoli», Scheiwiller, Milano 1994; «Gente sul ponte», Scheiwiller, Milano 1996; «La fine e l’inizio», Scheiwiller, Milano 1997; «Trittico: tre poesie di Wislawa Szymborska, tre collage di Alina Kaczylska», Scheiwiller, Milano 1997; «25 poesie», Mondadori, Milano 1998; «Vista con granello di sabbia», Adelphi, Milano 1998; «Taccuino d’amore», Scheiwiller, Milano 2002; «Discorso all’Ufficio oggetti smarriti», Adelphi, Milano 2004; «La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009)», Adelphi, Milano 2009. All’indomani della morte di lei fu scritto: «Tradusse in poesia la nonviolenza».

Queste poesie sono estratte da «La gioia di scrivere», a cura di Pietro Marchesani.

Il «Centro di ricerca per la pace e i diritti umani» è in strada S. Barbara 9/E a Viterbo: e-mail: nbawac@tin.it , web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • clelia pierangela pieri

    Bellissimo regalo in questo sabato mattina. Grazie, Daniele.
    c.

  • Ho il libro con ‘tutte’ le sue poesie ma ne avrò lette una ventina. Somma poetessa che apre il cuore, encomio a Barbieri per averla evocata. Leggete ‘La mappa’. Buon luglio a tutti

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