Sai cosa ti metti addosso?

Introduzione al monografico sul tessile della rivista «Pollicino Gnus» (*)

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La composizione di questo numero monografico di “Pollicino” non è stata facile: le realtà menzionate in questi articoli non sono le uniche esistenti in Italia (per fortuna!), né tantomeno ho la presunzione di ritenerle migliori di altre che non ho avuto modo o spazio di citare. La mia scelta è ricaduta su esperienze particolari, che sono emblematiche del cambiamento in atto, legato ad una nuova visione della produzione tessile: da un lato meno impattante, dall’altro coriacemente ancorata alle tradizioni che stanno scomparendo e che soltanto chi lavora in una simile direzione – ostinatamente contraria al consumismo – può traghettare verso le nuove generazioni, portandole così fuori dal cono d’ombra della crisi, dove le alternative ai lavori convenzionali alienanti sono tante.

Eleonora Mariotti

LA FILIERA DEL TESSILE: SAI COSA TI METTI ADDOSSO?

di Eleonora Mariotti, coordinatrice de Il GAS “Vi cambia-Vignola” (MO) e attivista del Gruppo Tessile

Se entrate in uno dei tanti punti vendita di un marchio low cost per dare un’occhiata e vedete un capo che vi piace è molto probabile che la settimana dopo non lo troviate più…puff! È sparito! Non è necessariamente stato acquistato, è interesse di chi vende portare il compratore a dire: “Se non lo compro oggi probabilmente non lo troverò più in vendita” e così lo si compra.

È il fast fashion, la moda usa e getta che si consuma in fretta e costa così poco che quasi tutti possono permettersela. I marchi low cost contemporanei riproducono i trend di stagione visti sulle passerelle delle sfilate di moda più importanti per venderli a prezzi accessibili. Basti pensare che le collezioni di un brand low cost in un anno possono arrivare ad essere 10 o 12: fast!

Negli ultimi dieci anni qualcosa è cambiato nel commercio internazionale: si è registrata una forte crescita della fast fashion a causa della fine, a partire dal 1° gennaio 2005, dell’Accordo Multifibre, che fu introdotto nel 1974. Quest’ultimo regolava il commercio dei prodotti tessili in tutto il mondo, imponendo restrizioni alle quantità che i Paesi in via di sviluppo potevano esportare verso i Paesi sviluppati; in tal modo si consentiva ai secondi di prepararsi alla gestione delle importazioni provenienti dai primi, che nel tessile godono, com’è noto, di un vantaggio concorrenziale determinato dal basso costo del lavoro.

Il 1º gennaio 2005 ha segnato la fine dell’Accordo e la fine di tutte le restrizioni quantitative al commercio di tessile ed abbigliamento, provocando una forte crescita delle esportazioni dalla Cina, il che equivale a dire: prezzi bassi per il consumatore, ma altissimi in termini di impatto ambientale e sociale.

Le trame aziendali e il fatturato

I grandi marchi della moda, anche sportiva, non producono più in Italia; hanno delocalizzato quasi tutta la produzione all’estero. Le piantagioni di cotone, la tessitura dei filati, la lavorazione dei pellami, la colorazione, il taglio, la cucitura: tutto è realizzato all’estero, dall’altra parte del mondo, ma l’altra faccia della medaglia mostra migliaia di imprese che qui in Italia hanno chiuso, sotto i colpi dell’imbattibile concorrenza internazionale.

La grande ditta d’abbigliamento, i grandi marchi della moda generalmente si avvalgono di intermediari specializzati del settore (in genere con base ad Hong Kong), che sono in grado di trovare la fabbrica che offre il costo più basso per produrre un determinato capo o calzatura.

E non importa dove essa sia e in che condizioni lavorino le persone al suo interno. I margini di guadagno devono essere altissimi perché sul prezzo finale del capo, la remunerazione di chi lo ha prodotto effettivamente, di chi lo ha lavorato manualmente incide in misura minima, ovvero al massimo il 3% sui costi totali; mentre il 60-65% è rappresentato da costi e profitti del distributore, ed il 18% da costi e profitti del marchio.

Quindi meno si spende per la produzione di un capo, più denaro resta da investire in promozione pubblicitaria, nei testimonial o per altre voci che fanno parte del processo che porta i capi d’abbigliamento, con o senza marchio famoso, nelle vetrine delle nostre città.

Parliamo dell’abbigliamento in genere, dall’Alta Moda alla grande distribuzione: le grandi o grandissime società hanno tutte lo stesso sistema di produzione con un giro d’affari mastodontico; per fare un esempio dell’ordine di grandezza cui ci riferiamo, il fatturato del 2009 di uno dei leader mondiali della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), Wal-Mart è pari al PIL (Prodotto Interno Lordo) della Norvegia.

È quindi possibile che le imprese di moda di grandi dimensioni non sappiano esattamente dove siano stati prodotti i loro capi perché, se si rivolgono ai grandi intermediari, saranno questi ultimi a dare l’ordine di produzione o commessa alla fabbrica che offre il prezzo più basso, ovunque essa sia collocata nel mondo. A volte ci sono persino ulteriori passaggi, da grandi a medi e poi piccoli intermediari; ciò non toglie che comunque la responsabilità morale del processo produttivo rimane in capo all’impresa committente.

Chi produce ciò che indossiamo e come

Tra i Paesi in cui si produce di più nel campo tessile troviamo: Sri Lanka, Pakistan, India, Cina, Thailandia, Filippine, Turchia. Qui le condizioni lavorative sono ben lontane dagli standard europei, i sindacati sono inesistenti, i costi della manodopera sono bassissimi, l’età delle lavoratrici e dei lavoratori è spesso inferiore ai 15 anni, i turni di lavoro di 10-12 ore al giorno, a volte anche 6 giorni su 7, per un compenso che difficilmente arriva a 30-40 dollari al mese.

Non capita di rado che avvengano degli incendi in queste fabbriche a causa delle scarse condizioni di sicurezza, rappresentate da palazzi pluripiano contenenti tonnellate di macchinari ai quali lavorano migliaia di persone.

Sono luoghi altamente insicuri in cui si lavora e purtroppo capita che, per garantire il raggiungimento degli obiettivi produttivi, le porte di sicurezza vengano bloccate e le finestre abbiano sbarre: in queste condizioni anche un piccolo incendio può trasformarsi in una tragedia.

È accaduto in Bangladesh a Dacca nel 2013, il crollo della fabbrica multipiano Rana Plaza in cui morirono 1129 persone e 2500 circa rimasero ferite; i sopravvissuti hanno raccontato che nel momento in cui sono state notate delle crepe sull’edificio, i piani inferiori sono stati chiusi, mentre il divieto di utilizzare l’edificio è stato ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili, ai lavoratori fu ordinato di tornare a lavorare il giorno successivo, giorno in cui l’edificio ha ceduto collassando strutturalmente. E accaduto e purtroppo continua ad accadere.

Questo uso della forza lavoro è di una dannosità insostenibile ed eticamente inaccettabile. A tutto ciò va aggiunto che la maggioranza delle piantagioni di cotone sono condotte in regime di agricoltura convenzionale e l’uso di pesticidi è massiccio: si stima che il 25% degli antiparassitari di origine sintetica, venduti in tutto il mondo, venga usato per questo tipo di coltivazioni; chi vi lavora, dall’altra parte del Pianeta, spesso non indossa mascherine o altri sistemi di protezione ed è quindi soggetto ad ammalarsi.

Sin da piccoli pensavamo al cotone come ad un prodotto sano e morbido sulla pelle, ma poi apprendiamo da una stima dell’UNICEF che il 70% viene raccolto a mano con il lavoro minorile forzato: ogni bambino raccoglie 1,5 kg di fiocchi di cotone al giorno, ricevendo in cambio il corrispettivo di 10 centesimi di euro. Le autorità dei Paesi interessati da queste inaccettabili pratiche in parte negano il ricorso al lavoro minorile, e in parte spiegano che si tratta di lavoro volontario di “bambini animati da spirito patriottico, pronti a dare il proprio contributo per il bene del proprio Paese”.

Il costo reale dei prodotti tessili

Le tinture, i coloranti e i fissanti, che vengono usati per modificare il colore originario dei tessuti, contengono spesso sostanze proibite da tempo perché tossiche, ma che ancora vengono usate per tingere i capi che noi indossiamo, aumentando i casi di dermatiti irritative e da contatto in coloro che li indossano.

Solo i più attenti ed informati tra questi ultimi riescono a ricondurre i problemi riscontrati agli indumenti indossati. Dopo la tintura infatti segue un’operazione chiamata finissaggio, che è una delle parti più inquinanti del processo tessile: si usa il laser, la CO2 o il ghiaccio secco, che servono a “nobilitare” il tessuto e a conferirgli effetti differenti a seconda delle varie mode.

L’Associazione Tessile e Salute ha eseguito, nel corso del 2009 per conto del Ministero della Salute, un’indagine sui tessuti circolanti sull’intero territorio nazionale da cui è emerso che il 15% degli articoli sono sprovvisti di etichetta di composizione e il 34% indica dati sbagliati. Inoltre i test di laboratorio effettuati hanno evidenziato che il 29% dei campioni presenta un pH fuori dai limiti e la presenza di sostanze pericolose: ammine cancerogene (4%), coloranti allergenici (4%), metalli pesanti (6%) e formaldeide (4%).

I problemi nascono non dalle fibre ma da ciò che viene utilizzato per colorarle, sbiancarle, ammorbidirle e trattarle, cioè dalle sostanze chimiche che vengono impegnate per questi trattamenti sul tessuto.

L’origine delle patologie quindi è spesso legata alla presenza sui capi di sostanze da tempo vietate in Italia ed in Europa ma i prodotti di importazione risultano talvolta trattati ugualmente con sostanze chimiche non a norma.

Anche la tecnica denominata sandblasting o sabbiatura, quella che permette di schiarire il tessuto dei jeans – che viene usata dalla maggior parte dei marchi internazionali del mondo della moda – è insostenibile e dannosissima perché eseguita dai lavoratori senza dispositivi di sicurezza individuale.

La sabbiatura è un processo abrasivo che alliscia le superfici, attraverso la sabbia sparata ad alta pressione; la lavorazione dovrebbe essere effettuata soltanto con adeguate protezioni e preferibilmente attraverso macchinari a norma. Invece spesso viene affidata alle mani nude di giovani abitanti dei Paesi del Sud-est asiatico come il Bangladesh, i quali, senza alcuna protezione, si servono di pistole manuali ad aria compressa che sparano sabbia contenente fino all’80% di silice, assicurandosi così una morte prematura.

Infatti, la silice contenuta nella sabbia è altamente tossica e, se inalata, causa una patologia inguaribile e mortale: la silicosi, una malattia un tempo strettamente legata al lavoro in miniera e ai lavoratori dell’industria pesante che compromette la funzionalità dei polmoni, dando luogo a gravi difficoltà respiratorie che alla lunga portano alla morte.

A differenza dei minatori, nei quali la malattia tendeva a cronicizzarsi nel tempo, gli operai addetti alla sabbiatura dei jeans contraggono la malattia nella sua forma acuta, e la sviluppano in tempi brevi, quasi fulminanti.

Questo perché ai lavoratori non è fornita l’attrezzatura basilare necessaria a proteggersi (tute, guanti, mascherine) e a volte questi lavorano perfino scalzi e per di più costretti a dormire nello stesso luogo di lavoro a contatto diretto con le polveri. Certo, esistono altre tecniche per decolorare il denim, come il lavaggio con la pietra, la spazzolatura, la carta vetrata, ma, oltre ad essere meno precise (la sabbiatura permette di sparare la sabbia appunto direttamente in porzioni di tessuto localizzate), risultano anche notevolmente più costose e quindi difficilmente vengono prese in considerazione dalle aziende.

Etica nei nostri armadi

L’idea che i vestiti debbano essere così economici e disponibili in fretta è uno dei problemi maggiori. La moda economica è creata con materiali economici, che sono i più dannosi per l’ambiente e per gli esseri umani perché la loro produzione si avvale di una manodopera a basso costo e, come già detto, priva di tutele minime in termini di sicurezza.

Queste produzioni costano molto all’ambiente e agli esseri umani in termini di salute; il loro risultato è rappresentato da abiti, spesso di scarso valore, che vengono buttati via da chi li ha acquistati dopo averli indossati solo un paio di volte, come se niente fosse.

Si è soliti comprare abiti all’ultimo grido a prezzi bassissimi, ma non tutti capiscono perché dovremmo invece pagarli di più. Quindi il primo passo è educare i consumatori, facendo loro comprendere cosa c’è dietro ad un vestito, le implicazioni etiche che si nascondono dietro all’acquisto di una maglia da 5 euro… Si deve comprendere che una maglietta da 30 euro, prodotta in maniera etica, vale tutti quei soldi perché è un prezzo equo, mentre un prezzo troppo basso nasconde dei costi occulti e degli sfruttamenti inaccettabili.

Da alcuni anni, per fortuna, si sta formando una nuova coscienza tra i consumatori e vediamo non di rado che la società civile si organizza per difendere e promuovere i diritti del lavoro perché oggi i consumatori rappresentano una categoria forte in quanto numerosa e le buone pratiche del consumo critico si stanno diffondendo al punto che in Italia i GAS (gruppi d’acquisto solidale), composti da consumatori critici e consapevoli organizzati, sono circa 1500 e possono indirizzare verso le scelta etiche e realmente sostenibile per tutte e tutti.

Per conciliare etica ed estetica nel nostro guardaroba si possono seguire alcune buone pratiche come lavare gli abiti a temperature basse e asciugarli all’aria, evitando loro lo stress termico eccessivo dell’asciugatrice; riciclare il più possibile quelli che abbiamo e/o organizzare uno swap-party in cui è possibile scambiare i vestiti dismessi con quelli di amici e amiche. Queste sono solo poche delle mille idee che possiamo attuare per essere ecosostenibili anche nei confronti di un campo, quello tessile, che dopo l’alimentazione, ci induce a spendere i nostri soldi più di frequente.

La composizione fibrosa

Se poi invece si decide di acquistare una gonna, dei pantaloni o una maglietta, è meglio prendere in considerazione dove e come sono stati prodotti, la fibra di cui sono fatti, anche se spesso l’etichetta non basta per capire l’impatto che la produzione di quel capo ha sull’ambiente o a volte, come già detto, è incompleta o contiene dati sbagliati. L’etichetta per la Direttiva 96/74/CE del 1996 e la Direttiva 97/37/CE del 1997 deve esplicitare con quali fibre è stato fatto il capo che trovi nei negozi e sulle bancarelle.

Oltre all’origine, alla produzione di una fibra e quindi di un tessuto, bisogna tenere conto delle tinture che vengono usate per colorarlo (di queste solo pochissime sono naturali).

Esistono dei disciplinari, per esempio il GOTS (Global Organic Textile Standard), che le aziende devono rispettare se desiderano ricevere la propria certificazione da apporre sull’etichetta: il GOTS garantisce che la fibra sia biologica, che siano stati rispettati standard sociali ed ecologici, quali la tutela dell’ambiente e il rispetto per il lavoratore. Inoltre Ecolabel è il marchio europeo di qualità ecologica che premia i prodotti e i servizi migliori dal punto di vista ambientale. Ma se su un capo non troviamo questi marchi possiamo scegliere di acquistare almeno prodotti realizzati in Italia e in Europa perché il loro impatto ambientale è più controllato e regolato da normative.

Le fibre, che daranno origine al filo – che sarà a sua volta tessuto – possono essere sia di origine naturale che artificiale, cioè fatte dagli esseri umani: le NATURALI si dividono in animali (seta, lana, cashmere, angora, alpaca, vicuña, cammello, etc.) e vegetali (cotone, lino, canapa, kapok, ginestra, ramiè). Quelle invece MAN MADE, prodotte in maniera artificiale e sintetica, sono: viscosa, acetato, lyocell, bamboo, poliestere, poliammide, acrilico, ingeo, etc.

Ogni fibra ha la sua ragione di essere nel mercato così vasto del tessile: ragioni estetiche, economiche, di comfort e funzionali; spesso le fibre naturali sono abbinate a quelle sintetiche nello stesso capo (per es. 50% acrilico, 50% lana). Sull’etichetta i nomi delle fibre sono indicati per intero o in sigla. Qui di seguito quelle più diffuse: CO cotone, PC acrilico, PL poliestere, LI lino, PA poliammide o nylon, WO lana, PC acrilico, SE seta, PP polipropilene, VI viscosa, EL elastan ecc…

Fibre naturali

Il cotone: nel mercato globale delle fibre tessili rappresenta il 30% e la sua scarsa sostenibilità è dovuta al consumo di territorio elevatissimo e alla discreta quantità d’acqua necessaria dalla germinazione all’emissione dei bottoni floreali. La sua certificazione biologica si riferisce solo alla coltivazione e non ai processi successivi. La fibra se non è pura non è riciclabile, infatti il cotone una volta riciclato si usa solo insieme ad una metà di cotone “normale”. In Italia si usa il cotone già filato importandolo; non esistono perciò sul nostro territorio nazionale laboratori di filatura del cotone.

Il lino: non è la fibra più sostenibile perché non è indenne dalla piaga della chimica. Viene coltivato per lo più nei Paesi Bassi (Fiandre) e in Francia, con qualche piccolissima realtà anche in Italia.

La canapa si ottiene dal fusto della pianta lasciato macerare nell’acqua. La Cina attualmente è la più grande produttrice, anche se in Italia qualcuno sta ricominciando a coltivarla (benché la sua stretta “parentela” con la marijuana la vincoli ancora ad un tabù immotivato), mentre del tutto scomparsa è la sua filatura ormai delocalizzata completamente nei Paesi Asiatici.

La lana: l’Italia non ne è produttrice anche se è il primo Paese produttore di tessuti di lana; per l’80% viene dalla Nuova Zelanda (lana Merinos) dove la tosatura delle pecore è quasi totalmente automatizzata, vista la grande quantità. Questo tipo di tosatura, impostata su misure standard, non rispetta la varietà della natura e quando la pecora è “fuori misura”, le lame che hanno il compito di tagliare tutta la lana, tagliano anche lembi di carne dell’animale: per questo motivo è molto poco sostenibile a meno che non si pratichi una tosatura a mano più rispettosa dell’animale. Può però essere riciclata: il termine che viene usato è lana rigenerata.

La produzione del cashmere è meno dolorosa per l’animale in quanto non viene tosato, ma pettinato e ciò che rimane nel pettine si fila. Un lato poco sostenibile è tuttavia rappresentato dall’alto numero di animali presenti negli allevamenti poiché le capre da cashmere mangiano l’erba strappandone anche le radici, tanto che alcune zone della Mongolia e della Cina stanno diventando aride per questo motivo.

La seta: i bachi per lo più della specie Bombyx mori fanno il bozzolo e poi vengono uccisi per poter mantenere intatto il lungo filo di seta che verrà filato; esiste una versione solidale che si chiama Peace silk o ‘seta non violenta’ perché non viene ucciso il baco (che diventando farfalla rompe il bozzolo) e da tanti pezzettini di filo, filandoli, se ne crea uno unico. È quella che si dice venisse usata dal Buddha ed attualmente è indossata dai monaci buddhisti; per la sua produzione si utilizzano comunque tantissima acqua, tanta energia ed occorrono tante operazioni manuali.

La bourette di seta è invece ottenuta filando non la fibra lunga della seta, bensì il cascame della pettinatura della seta; si tratta quindi di un filato più economico rispetto ai prezzi della seta “classica”, che comunque conserva tutte le caratteristiche termoregolanti della seta.

Fibre artificiali

Il poliestere riciclato ha origine dal PET (bottiglie e contenitori) e si può riciclare solo due volte in quanto composto da tanti polimeri.

La viscosa, usata principalmente per tessuti in maglina, è una fibra cellulosica ricavata dalla polpa del legno; la sua produzione è energivora: si mette in un bagno chimico la polpa di legno che distrugge la fibra al punto da non poter più risalire all’albero d’origine.

Il Bamboo è viscosa e, pertanto, come sopra, energivora e non eco-sostenibile; è sbagliato ritenerla una fibra ecologica o naturale (Wall-Mart, il colosso della grande distribuzione americana ha pagato milioni di risarcimento perché la etichettava come sostenibile).

Il Lyocell è una fibra prodotta dalla cellulosa e può essere definito una viscosa sostenibile perché deriva da un processo chimico a ciclo chiuso (dove cioè gli scarti o sono pochissimi o si usano anch’essi), e i solventi utilizzati sono atossici; in questo caso ciò che si scarta è lo xilitolo che viene usato in campo alimentare.

L’Ingeo è un bio-polimero, lavorato dall’amido del mais, che in base alla lavorazione assume le somiglianze del cotone, della seta o di altri tessuti; può essere completamente riciclato e riutilizzato come materia prima e, in caso di mancato riciclo, si dissolve come il Mater-Bi, con un impatto ambientale pari a zero.

Dobbiamo quindi rinunciare allo shopping?

La moda, in conclusione, può essere ecologica ma dobbiamo dedicare maggiore attenzione a quello che compriamo privilegiando materie prime di sicura provenienza, il più possibile biologiche o da riciclo e modalità produttive che non prevedano sfruttamenti di ogni sorta, a basso consumo di energia, acqua, carburante; vestirsi in maniera consapevole è possibile ma sicuramente più faticoso perché richiede attenzione e costante informazione… ma in questo modo svuotiamo i nostri armadi dalle ingiustizie senza rinunciare al nostro look.

Si pensa che la moda ecosostenibile sia “una cosa da hippie”, ma ormai non è più così, gli stilisti che lavorano in questo campo ormai sono tanti e, sapendo dell’esistenza di questi pregiudizi, lottano per eliminarli. Alcune aziende, artigiani/e e designer stanno facendo da tempo grandi passi avanti verso la ecosostenibilità nel campo del tessile senza trascurare la linea dei capi d’abbigliamento ed il variare delle mode; ci sono anche esempi di grandi stilisti che cominciano ad interessarsi al tema come per es. Vivienne Westwood che porta avanti la sua campagna di educazione ambientale da alcuni anni e si è impegnata nel 2011 in un progetto di ethical fashion insegnando alle donne di una comunità marginale africana a creare riusando materiali riciclati, devolvendo poi parte del ricavato alla lotta contro la deforestazione dell’area.   

(*) Questo è l’INDICE dell’ultimo numero di «Pollicino Gnus», mensile reggiano.

Il Monografico sul tessile
  1. La filiera del tessile: sai cosa ti metti addosso?
  2. Quanto è vivibile l’abbigliamento in Italia?
  3. Progetto Sigillo
  4. Hòferlab_projects e Ànticasartoriaerrante_laboratori
  5. Gruppo tessile intergas fiorentino
  6. INvestiRE
  7. Cooperativa La Terza Piuma
  8. Esperienze di tintura ecologica naturale
  9. Esperienze di tessitura manuale
  10. Una mappa orientativa
Le Rubriche
  1. 11 novembre 2009 – una «scor-data» di Daniela Pia
  2. La strategia della violenza ha fallito - Pasquale Pugliese
  3. Di lavoro si continua a morire - Michele Michelino
  4. Reportage dall’Ungheria - Detjon, Francesca e Stefano
  5. Scivolando verso la catastrofe armata – recensione di Daniele Barbieri
  6. Note a Margine del monografico sulla Matematica - Ottavio Tarabelloni
  7. Archivio Storico dei Movimenti a Reggio Emilia
  8. «Pollicino» chiude?

 

Redazione
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