Scor-data: 2 ottobre 1959

Ma dove sono i confini della realtà?

di Fabrizio Melodia (*)  

«Lassù, c’è l’immensità dello spazio, il senso dell’infinito. Lassù c’è un nemico che si chiama solitudine, se ne sta lì con le stelle, e aspetta, aspetta con la pazienza dell’eternità, impassibile, ai confini della realtà»: questo è l’incipit della prima puntata della serie televisiva «Ai confini della realtà», scritta da Rod Serling, trasmessa il 2 ottobre 1959.

Vi svegliate una mattina come queste. Siete ancora intontiti dal sonno, accendente la luce, nessuno è vicino a voi, anche se il letto è matrimoniale. Vi sembrava di avere una moglie, qualche tempo addietro, ma non ne siete più tanto certi. A fatica, con un mal di testa che rimbomba, andate in bagno, prendete le vostre poche cose e vi lavate automaticamente, con movimenti precisi e misurati. Indossate una divisa, probabilmente dell’aeronautica, forse siete un pilota, ma nemmeno questo ricordate tanto bene. Uscite in strada, vi accoglie il silenzio. Non c’è anima viva, nessuna auto che strombazza spazientita, niente ingorghi, non ci sono pedoni intenti a correre per un ritardo, nessun negozio aperto, nemmeno locali dove la gente affollata cerca di consumare la colazione. Camminando lungo la strada, il dubbio diviene certezza: siete soli. Totalmente e completamente soli. Siete l’ultimo essere umano su questa parte di mondo e non siete del tutto certi di non essere l’ultimo sulla Terra.

Continuate a passeggiare, la paura inizia a prendere corpo, il silenzio si trasforma in una lama sottile che sfiletta con precisione la pelle della vostra anima razionale, la quale tenta in tutti i modi possibili di mantenersi saldamente ancora a terra. I semafori vanno alla perfezione, persino i bar sono funzionanti, potete farvi un caffè e mangiare tutte le ciambelle che volete, potreste anche farvi una pasta o prendere un aperitivo confezionato dalle vostre mani. Le banche sono disabitate, non ci sono guardie o impiegati a impedire di entrare e far man bassa di tutto quello che c’è nelle casseforti, solamente che il denaro, in un mondo del tutto spopolato, perde qualunque tipo di significato. Esattamente come voi.

La perdita di senso è totale, siete soli in rapporto a un mondo perfettamente funzionante come un orologio svizzero, ma non potete interagire in nessun altro modo. Non pote scambiare una parola con qualcuno, nemmeno litigare per uno sgarbo. La città funziona ma ci siete solo voi. Il panico penetra prepotente e subdolo, vi manca l’aria, il cuore batte come un martello pneumatico, le mani sudano copiose come tutto il corpo e dopo poco, non ci siete più, tutto diventa nero. Vi risvegliate in un letto d’ospedale, attaccato a tubi e a macchine per monitorare il vostro corpo.

Alcuni infermieri si avvicinano insieme ai dottori, il sollievo s’impadronisce di voi, mentre le voci calme e professionali vi informano che eravate le cavie di un esperimento governativo, condotto con lo scopo di testare sperimentalmente gli effetti della solitudine totale sugli esseri umani, in vista dei futuri viaggi interstellari.

Questa puntata fenomenale trasmessa dalla CBS apre la serie televisiva «Ai confini della realtà» – in originale «The twilight zone» – ideata e scritta da Rod Serling, con il quale si alterneranno autori quali Richard Matheson e Ray Bradbury.

In Italia sarebbe stata trasmessa a partire dal 14 aprile 1962 sulla rete RAI, catturando immediatamente l’interesse; per molto tempo sarà una delle serie più amate e ricercate non solo dagli appassionati di fantascienza e fantastico. Oggi la serie completa si può trovare in dvd.

Il primo episodio-manifesto della serie (il “pilot”) – appunto «La barriera della solitudine» (in originale «Wher’s everybody?») – fu scritto da Rod Serling , interpretato da Earl Holliman e Mike Ferris, diretto da Robert Stevens: illustra egregiamente l’idea di fondo del ribaltamento operato nella zona limite del fantastico, come si può leggere nel saggio «La letteratura fantastica» di Tzetan Todorov.

Il limite è tenuto fino alla fine, quando il finale ribalta completamente la prospettiva, scardinando le certezze e i peggiori incubi dello spettatore.

Fu una serie di rottura in tutto il panorama filmico di allora, soprattutto nel nuovo media televisivo che andava imponendosi nelle case degli statunitensi. Una serie che non incontrò subito il favore del pubblico, per le tematiche e le atmosfere particolarmente oscure e allucinate calate spesso in una realtà quotidiana alla portata di tutti.

Molti gli episodi memorabili: vorrei ricordare «Time enough at last», con Burgess Meredith nei panni dell’ultimo uomo rimasto sulla Terra dopo un disastro nucleare: amante dei libri, pensa che si consolerà con la lettura, ma rompe i suoi occhiali e non c’è proprio nessuno che glieli possa riparare. Per lo scrivente, un episodio tremendo, essendo occhialuto e appassionato lettore come il protagonista dell’episodio.

Sempre negli episodi della prima stagione (in totale 36) vale ricordare «Third from the Sun» e «People Are Alike All Over», due classici giocati sul ribaltamento di prospettiva finale, e «The after hours», in cui la protagonista scopre di non essere ciò che pensava.

La serie ottenne finalmente un grande successo di pubblico, oltre a numerosi premi della critica. Rod Serling, Richard Matheson e Charles Beaumont scrissero tutte le sceneggiature, tranne una, e si ripeterono negli anni seguenti, con 127 dei 156 episodi della serie classica.

Nonostante il clima di avversità in cui visse la serie, anche la seconda stagione produsse i suoi classici, fra i quali uno dei più famosi finali a sorpresa della storia del telefilm, l’episodio «The eye of the beholder». Un giovanissimo William Shatner fu preda dell’euforia di conoscere il futuro in «Nick of time», mentre Richard Matheson giocò ancora col cambio di prospettiva finale in «The Invaders», in cui i bellicosi invasori non sono altro che gli esseri umani atterrati in un pianeta di giganti del tutto simili a noi. E ancora: «The Rip Van Winkle Caper» o «Will the real Martian please stand Up» dove si ipotizza la presenza di nuovi nemici per la Terra.

La terza stagione vide la sempre minore presenza di Rod Serling, spossato per il troppo lavoro e la cura maniacale a cui sottoponeva tutti gli episodi.

Memorabili comunque «It’s a good life», la storia di un bambino con tremendi poteri psichici che tiene in ostaggio un intero villaggio, e «Kick the can», in cui un gioco da ragazzi, calciare la lattina, avrà poteri miracolosi su un gruppo di anziani.

Ricordo inoltre «To serve man», in cui troppo tardi i protagonisti si accorgono che il significato letterale delle cose può essere pericoloso; «The dummy», classica storia di un pupazzo che improvvisamente si anima; e «Dead man’s shoes», in cui certe scarpe rischiano di portare la persona che le ha trovate su un sentiero di morte. L’episodio numero 100 della serie, «I sing the body electric» fu scritto da Ray Bradbury.

La quarta stagione vide la scomparsa o quasi di Rod Serling, chiamato a insegnare presso l’università in cui si era laureato, anche per certi casini con gli sponsor e la scarsa lungimiranza della CBS, che volle a tutti i costi dilatare gli episodi dai 25 minuti a un’ora, andando contro le veementi proteste delle stesso Serling, il quale sapeva perfettamente i rischi della diluizione della suspense, come ampiamente insegnato dallo scrittore americano Edgar Allan Poe (nel suo famoso «Saggio sulla composizione»).

Purtroppo fu lasciato solo, essendo anche l’altro autore, Charles Beaumont costretto a mollare la serie per una grave malattia che lo avrebbe divorato dall’interno e per il fatto che il produttore Herbert Hirschman, che sino ad allora lo aveva sostenuto e difeso, venne spostato a un altro spettacolo televisivo.

Pur in queste condizioni va segnalata la nuova, geniale sigla di apertura, girata proprio da Hirschman: presentava una porta, un occhio e una finestra i cui vetri si rompono, in un’ambientazione che richiamava le opere di René Magritte e sarebbe stata poi ripresa anche nel film dedicato alla serie. Almeno due dei diciotto episodi son degni di nota: «No time like the past», sui paradossi dei viaggi nel tempo, e «I dream of Genie», in cui un uomo non sa decidersi su cosa chiedere a un genio della lampada.

Funestata da troppi problemi, compreso uno scontro violento con il produttore, la serie sarebbe stato chiusa, anche se la ABC aveva avanzato una proposta d’acquisto, ponendo la condizione di muoversi verso un versante più gotico ma ottenendo il rifiuto netto di Serling.

Nel corso dell’ultimo anno, torna protagonista William Shatner che in «Incubo a 20.000 piedi» si ritrova nei panni del passeggero di un aereo che fa un incontro ravvicinato con un gremlin. Altri episodi interessanti sono «Number 12 looks just like you» che denuncia i rischi dell’omologazione a un sistema totalitario, e «Night call» dove un’anziana riceve una telefonata da molto, molto lontano.

In questa ultima stagione, per problemi di sforamento del budget previsto, fu trasmesso l’unico episodio non prodotto appositamente per la serie, «Una ricorrenza sul ponte di Owl Creek», tratto da un celebre racconto di Ambrose Bierce, adattamento del cortometraggio francese «La Rivière du hibou», del regista Robert Enrico, già vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, e che successivamente si aggiudicò anche il Premio Oscar (1964).

Il 19 giugno 1964 andò in onda «The Bewitchin’ Pool», episodio 156 e ultimo della serie.

Nel suo saggio sull’orrore «Danse macabre» – tradotto da Frassinelli nel 1981 e ristampato nel 2000) – Stephen King dedicò un’intera sezione a parlare dell’amata prima serie di «Ai confini della realtà», scrivendo fra l’altro: «Di tutti i programmi di ispirazione drammatica mai trasmessi nelle tv americane, è sicuramente quello che si presta con maggiore difficoltà a una classificazione. Non era un western o un poliziesco (anche se certi episodi furono girati nel West o trattarono di guardie e ladri); non era fantascienza (anche se la guida televisiva lo considerò tale); non era commedia (eppure certi episodi fecero ridere); non trattava dell’occulto (anche se spesso vi furono storie d’occulto, girate nel singolare modo proprio del programma), non era una trasmissione sul soprannaturale».   

(*) Chi volesse saperne di più cerchi il volume «Ai confini della realtà» – con il sottotitolo «La guida ufficiale agli episodi della serie classica» – di Marc Scott Zicree, tradotta nel 2007 da Hobby & Work (480 pagine per 16 euri). Tutti i 156 episodi sono disponibili in 5 cofanetti da Dell’Angelo Picuteres per 60 ore circa. Alcuni episodi sono stati riscritti per piccole antologie, tradotte anche da Urania: per esempio in «L’umanità è scomparsa» (numero 1193 del 29 novembre 1992) vi sono 6 storie: una è quella qui raccontata da Melodia ma egualmente inquietante è «Arrivano i mostri in via degli Aceri».

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. Ma qualche volta ci sono argomenti più leggeri che… ogni tanto sorridere non fa male.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 2 ottobre fra l’altro avevo ipotizzato: 1869: nasce Gandhi; 1904: ordine di sterminio per gli Herero; 1928: nasce l’Opus Dei; 1935: invasione dell’Etiopia; 1937: massacro a Santo Domingo; 1944: si conclude la rivolta di Varsavia; 1968: Messico, massacro in piazza delle Tre Culture; 2008: si uccide Adolfo Parmaliana.E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

Redazione
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