Scor-data: 3 aprile 1877

 La scintilla di San Lupo

di Massimo Ortalli (*)  

Ancora ispirati dall’esempio di Mazzini e Pisacane, dell’ardito «colpo di mano» in grado di sovvertire gli assetti istituzionali, ma ora reso attuale nella proposta della rivoluzione sociale che superasse la proclamazione della Repubblica universale vagheggiata dall’Esule, i giovani anarchici assertori dell’Internazionale, sono convinti che «il fatto insurrezionale, destinato ad affermare con delle azioni il principio socialista, sia il mezzo di propaganda più efficace ed il solo che, senza ingannare e corrompere le masse operaie e contadine, possa penetrare nei più profondi strati sociali ed attrarre le forze vive dell’umanità nella lotta che l’Internazionale sostiene».

Ci avevano già provato alcuni anni prima, nel 1874, quando duecento giovani romagnoli, in gran parte imolesi, avevano mosso alla volta di Bologna, armati di coltelli, mannaie e vecchi fucili, per portare la rivoluzione sociale nella città felsinea, e da lì estenderla al resto della nuova Italia. Ma fermati alle porte della città, ai Prati di Caprara, dopo un breve scontro a fuoco con i carabinieri, solo parte di loro riuscì a mettersi in salvo, mentre molti altri, e fra questi Andrea Costa, furono catturati e condotti, tra due ali di folla – ora plaudente, ora solidale – a San Giovanni in Monte.

Ma questa volta si erano organizzati meglio, avevano preparato con cura la spedizione, scegliendo una meta selvaggia e arretrata, i monti del Matese, fra Benevento e Campobasso, dove le masse contadine, soffocate da una miseria atavica, vivevano ora la nuova oppressione dello Stato sabaudo. Una miscela esplosiva, dunque, dove la ribellione sociale che si era sempre espressa con il brigantaggio e il sanfedismo, ora poteva trovare nei princìpi di libertà e solidarietà la strada per la vera emancipazione.

E fu così che una quarantina di ardimentosi, fra questi Errico Malatesta, Carlo Cafiero e Cesare Ceccarelli, si radunarono nel paese di San Lupo per salire la montagna e raggiungere gli sperduti paesini nei quali portare il verbo rivoluzionario. Una quarantina, dunque, e ancora una volta tanti romagnoli, anzi, tanti imolesi, Mezdé, Zuda, Flema, Bavaresa, Celoni, Ginnasi, Titon, Sbuzema, Gagliardi, Bertazzini, Gualandi, e poi Napoleone Papini di Fano, Florido Matteucci di Città di Castello … e Krawcinskij, il mitico Stepnjak, il teorico della «guerra per bande». Si mossero in una gelida notte di primavera, dopo un primo scontro a fuoco nel quale rimasero feriti due carabinieri (uno di loro morirà più tardi per le ferite riportate), e salirono sulle montagne alla volta del paese di Letino, il primo dove dimostrare ai miserabili contadini del luogo la possibilità del riscatto.

Qui giunti infatti, accolti da una popolazione che aveva sostituito all’iniziale diffidenza l’entusiasmo per la novità (il parroco li aveva descritti come i portatori del vero Vangelo), sciolsero il consiglio comunale (che non vedeva l’ora di essere sciolto) e dal balcone del municipio gettarono le carte che attestavano i debiti, le tasse, le proprietà del latifondo. Insomma i simboli del potere e gli strumenti della sottomissione. Il ritratto di Vittorio Emanuele, più volte accoltellato, fece la stessa fine e il tutto fu bruciato sulla piazza del paese. Ma non bastava. Recatosi ai mulini, sabotarono i contatori delle macine, grazie ai quali lo Stato calcolava gli importi dell’aborrita tassa sul macinato.

Un delirio di gioia. E quando da Letino si portarono a Gallo, paese vicino altrettanto misero e arretrato, l’accoglienza, e la «propaganda del fatto» furono identici, e ancora una volta Vittorio Emanuele, anche se solo in effigie, dovette sorbirsi la sua dose di coltellate.

Ma purtroppo le cose non potevano continuare e infatti lo Stato, terrorizzato dalla forza dell’esempio che quelle poche decine di uomini erano in grado di trasmettere, circondò con dodicimila uomini l’intero massiccio del Matese rendendo in breve tempo impossibile il proseguo dell’impresa. Ci si mise anche il maledetto maltempo di una primavera ritardata, con neve e incessante gelida pioggia che resero inutile, avendo reso inutilizzabili le armi, qualsiasi resistenza. Da non dimenticare la fame, perché era quasi impossibile “requisire” a quelle popolazioni stremate il cibo necessario. Quando provarono a portare via una pecora a un ignaro pastore, il pianto del figlioletto di questi, che vedeva sottrarsi l’amato animale, li convinse a lasciar perdere: meglio patire la fame che compiere un atto indegno.

Si fecero quindici mesi di carcere preventivo, con accuse gravissime quali omicidio, banda armata, insurrezione contro i poteri dello Stato. Roba da ergastolo se non da pena capitale. Ma la lunga detenzione non fu inutile: Malatesta inviò una relazione dei fatti alla Commissione di Corrispondenza dell’Internazionale, Cafiero scrisse il «Compendio del Capitale di Carlo Marx», Krawcinskij imparò l’italiano, altri, chi più chi meno, si dedicarono agli studi. Caduta una parte delle accuse per sopravvenuta amnistia regia (muore Vittorio Emanuele e gli succede Umberto) inizia il processo a Benevento, dove uno stuolo di valenti avvocati guidati da Saverio Merlino e il sostegno della popolazione rendono quanto mai difficile e arduo il lavoro del Pubblico ministero Eugenio Forni che, nonostante ce la mettesse tutta, non riuscirà a convincere la giuria della colpevolezza degli imputati. Questa, infatti, mossa dalla forte valenza sociale del fatto, manderà tutti assolti, inficiando il progetto governativo di far passare il tentativo insurrezionale come un volgare atto di criminalità comune.

La popolazione di Benevento accoglierà in festa gli Internazionalisti all’uscita dal tribunale e un cronista napoletano avrà a scrivere: «un processo di questi per provincia e il governo si sarebbe ucciso con le proprie mani». E quei giovani compagni, tornati alla libertà, potranno riprendere il proprio posto nella lotta per una nuova umanità.

 

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, come oggi – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi, magari solo una citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

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