Scor-data: 30 dicembre 1997

Muore Danilo Dolci

di d. b. (*)  

Poche righe sulle enciclopedie nostrane per Danilo Dolci, solitamente con due secche qualifiche: «sociologo e poeta». In molti Paesi del Nord Europa è invece un punto di riferimento pedagogico e politico da mezzo secolo. Di lui scrisse Erich Fromm: «Se la maggioranza degli individui nel mondo occidentale non fosse così cieca davanti alla vera grandezza, Dolci sarebbe ancora più noto di quello che è». L’Italia «sempre bocciata in storia e sempre promossa in latino» (così polemizzava una vecchia canzone) ama poco – e solo dopo il Nobel o la morte – i suoi figli ribelli, cioè migliori: figurarsi un sovversivo gandhiano che nel ’52 lascia la carriera d’architetto per andare in Sicilia a lottare contro la mafia, l’ingiustizia e la Dc. Una campagna di calunnie (non sempre la sinistra ne fu esente) lo accompagnerà; lo Stato lo perseguiterà con processi assurdi e interminabili. L’allora cardinale Ernesto Ruffini, in un’omelia pasquale, spiegò: «La mafia, Il gattopardo e Danilo Dolci sono le cause che maggiormente hanno contribuito a disonorare la Sicilia»; quando si dice… le idee chiare dei vertici ecclesiastici.

Dolci fu un raro esempio di persona capace di coniugare lavoro intellettuale e di base (anche manuale: non si vergognò di fare il manovale quando servì). Di lui si ricordano le iniziative clamorose, meno si parla del suo quotidiano fare. Invece l’università popolare di Trappeto o le 100 iniziative pedagogiche (compresa una radio “clandestina” nel marzo ’70) sono pratiche altrettanto feconde delle marce, dei digiuni, degli scioperi “a rovescia”. Dal 1954 l’università popolare ospita corsi, incontri, discussioni spesso con intellettuali, sindacalisti, educatori (da Paul Baran a Johan Galtung, da Ernesto Treccani a Paulo Freire) seduti ad ascoltare operai, contadini, braccianti, artigiani e pescatori che insegnano, non solo imparano; per favore rileggete la frase e pensateci su: vi vengono in mente molte situazioni in italia dove l’ascolto è reciproco? Al proposito vale recuperare in una buona biblioteca almeno «Conversazioni contadine» edito da Mondadori nel ’62.

A gennaio ’68 iniziano i lavori per il «Centro di formazione per la pianificazione organica» a Tappeto: subito si interrompono per far fronte al terremoto nella valle del Belice – e opporsi alla vergogna dei soccorsi dirottati ai mafiosi – ma poi riprendono, mettendo al primo posto proprio un piano di sviluppo organico per le zone terremotate. Il 23 novembre ’70 Dolci si presenta al notaio con due milioni e mezzo di lire (si impegna a trovarne 30 in un anno): si possono acquistare 10 ettari per edificare il nuovo «Centro educativo» a Partinico che sarà inaugurato con un concerto il 3 giugno ’73. In realtà le ruspe spuntano solo nel febbraio ’74 ma da quel luogo ancora in costruzione già sono decollate decine di iniziative e persino una manifestazione nazionale antifascista. A gennaio ’75 comincia la sperimentazione educativa con gruppi di bambini. Nel frattempo autorità locali e regionali disattendono le promesse di rendere sicuri ponticello e strada che portano al Centro e poi – con la scusa della sicurezza – cercano di bloccare l’iniziativa: pentole e coperchi, in perfetto stile fascista e mafioso. Ancora nel 1981 il progetto educativo a Trappeto si regge sulle collette, nonostante le tardive e inapplicate indicazioni del ministero della Pubblica istruzione; bisognerà arrivare al 1989 perché la Regione Sicilia spenda soldi a Trappeto per scuole, campo sportivo, locali comunitari.

Ragazzi e adulti alla ricerca di una società libera, di un’educazione alla pace e alla giustizia. Quel che si fa a Trappeto è riproposto da Dolci in seminari (soprattutto in Calabria e Sardegna) e poi in molti libri. Fra questi uno dei più preziosi è «Dal trasmettere al comunicare» edito da Sonda nel 1988. Si tratta di appunti sul «virus del dominio» e sulla «struttura creativa»: con Dolci a interrogare pregi e limiti di San Francesco, Mao, Gandhi, Di Vittorio, Einstein, Levi-Strauss, Maria Montessori, Engels…. mentre dialoga con Noam Chomsky, Luigi Cavalli-Sforza, Joseph Weizenbaum, Elisa Nivola, Pier Paolo Pasolini. Curioso di tutto si fa spiegare gli ideogrammi cinesi e i virus; cerca l’origine di parole come «masse» o «intellettuali» per capirne il senso originario. Soprattutto ascolta bambini e proletari, esperienze di base, persone pretese “qualunque” (e che hanno spesso visioni del mondo meno distorte dei presunti leader). E’ invece «la gente che via via si avvezza al linguaggio ripetitivamente ipnotizzante e narcotico che trasale se incontra un linguaggio creativo: sia esso di un contadino che di Ernst Bloch o di Paul Celan». Ironizza sui sofismi di certi intellettuali, citando Brecht, a che non si indugi «a miniare le pareti di una nave che sta affondando».

Con l’urgenza – sempre – di impegnarsi contro la violenza delle strutture, armata ma anche mediatica. Perché «comunicare» ci ricorda Dolci «significa avere in comune, condividere, sopportare insieme […] concertare, mettersi d’accordo».

In un convegno del «Centro psico-pedagogico per la pace» [www.cppp.it] veniva ricordato così. «Dolci usava il metodo socratico, maieutico sia con adulti che con ragazzi» spiega Daniele Novara, animatore del Cppp: «Tutti in cerchio, in una situazione di reciprocità. La natura sociale della conoscenza era evidente nel porre una domanda e poi cercare le risposte in gruppo; non c’era chi sapeva fin dall’inizio l’unica risposta esatta come accade a scuola». Novara conobbe Dolci nel 1982, con un gruppo di giovani che come lui aveva scelto l’obiezione di coscienza: «Per due ore ci ha ascoltato» rammenta «e quella sua attenzione a noi fu un grande insegnamento».

Fu uno dei pochi che fece davvero paura alla mafia. «Nessuno come Dolci» insiste Novara «ha mostrato, nell’agire come nel processo educativo, che la mafia si batte solo se si svelano i suoi intrecci con il potere politico… Anche oggi quando arrivano davvero in alto i tribunali si arenano».

(*) Questo mio ricordo di Dolci uscì (al solito parola più parola meno) un anno dopo la morte, se la memoria non mi tradisce,  in un dossier pubblicato dal quotidiano «Liberazione».

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 30 dicembre avevo anche queste ipotesi: 1890: nasce Victor Serge; 1943: eccidio nazista a Francavilla; 1992: il Vaticano «riabilita» Galilei; 1996: Cile, la fuga del secolo. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

 

Redazione
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  • CHI CI AIUTA?
    Mi è arrivato questo messaggio – da Chiara – a proposito di Danilo Dolci:
    «Quando ero ancora una ragazzina (sedici anni o giù di lì), lessi una raccolta
    di poesie di Danilo Dolci, e mi rimase impresso un verso: “Intellettuali:
    mostri senza mani”. Poi, il libro fu risucchiato nelle centinaia che ho perso
    tra una vicenda e l’altra, e mai più ho potuto ricomprarlo (fuori catalogo?),
    così col tempo mi è maturato un dubbio: il verso che ricordo è davvero di
    Danilo Dolci, oppure ho inguacchiato qualche passaggio della memoria?».
    Una definizione bellissima, genialmente cattiva – ho pensato – come in effetti sapeva essere il nonviolento Dolci, per quel poco che l’ho conosciuto. Ho provato a vedere se la trovavo: prima nei miei pochi libri (molti li ho regalati nel tempo) poi in rete. La mia ricerca però non è stata premiata, così chiedo aiuto a chi legge: aiutate Chiara a verificare? Grazie.
    In cambio trascrivo qui sotto due bellissime frasi dolciane che ho incontrato poco fa nella mia ricerca.
    «C’è chi insegna
    guidando gli altri come cavalli
    passo per passo:
    forse c’è chi si sente soddisfatto
    così guidato.
    C’è chi insegna lodando
    quanto trova di buono e divertendo:
    c’è pure chi si sente soddisfatto
    essendo incoraggiato.
    C’è pure chi educa, senza nascondere
    l’assurdo ch’è nel mondo, aperto a ogni
    sviluppo ma cercando
    d’essere franco all’altro come a sé,
    sognando gli altri come ora non sono:
    ciascuno cresce solo se sognato».

    «Se l’occhio non si esercita, non vede.
    Se la pelle non tocca, non sa.
    Se l’uomo non immagina, si spegne».

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