Scor-data: 31 marzo 1984

Chi ha ucciso Renata Fonte, ragazza del Sud?

di Gianluca Ricciato (*)  

«È strano come un piccolo paese con un pezzetto di mare

e quattro casette bianche addormentate al Sole

bastino a placare un animo inquieto e a dissolverne le pene.

È per questo che qui mi precipito da anni, ormai,

quando mi pare di non reggere più alle continue prove della vita,

alle disillusioni, alla tristezza.

Qui sono al sicuro, mi ripeto, fuori dal mondo,

protetta quasi come ai tempi in cui erano gli altri

a decidere per me, a difendermi dalle contrarietà»

Renata Fonte

(inedito – ora riportato in «Nostra Madre Renata Fonte»,

di Ilaria Ferramosca e Gian Marco De Francisco, 001 Edizioni, 2012)

 

Alla fine degli anni Ottanta, «Telefono Giallo», la famosa trasmissione condotta da Corrado Augias, dedicò una puntata intera al caso dell’omicidio di Renata Fonte, 33 anni, assessora alla cultura del comune di Nardò, provincia di Lecce – in quota Partito Repubblicano – assassinata il 31 marzo 1984 da due sicari per conto del suo compagno di partito Antonio Spagnolo, «per motivi futili e abietti», come scrisse la Corte durante la sentenza del processo.

Oggi, al contrario di allora, la prospettiva storica post-Tangentopoli ci permette di dire con una certa dose di probabilità che fu un omicidio di mafia, poiché la Fonte si batteva contro l’approvazione di un piano regolatore che avrebbe distrutto la zona di Porto Selvaggio (oggi Parco Naturale, in territorio di Nardò) a favore della speculazione edilizia che avrebbe portato un sacco di miliardi di lire a un imprenditore locale, attraverso la distruzione della macchia mediterranea e la costruzione di un villaggio turistico. Il nome di questo imprenditore ancora oggi non si conosce e la verità giudiziaria si è dovuta fermare a questa soglia o, come si dice, a questo livello. Una cosa che salta subito agli occhi sono infatti i livelli, cioè la struttura piramidale utilizzata per commettere questo omicidio: il primo livello dei due sicari, il secondo livello dei due intermediari, il terzo livello del politico “di fiducia” Spagnolo, il quarto livello, e forse anche il quinto e il sesto, che rimangono avvolti nel mistero. Tutti uomini, maschi, abituati a ragionare per interesse personale e con il linguaggio della sopraffazione e delle pistole, abituati alla gerarchia, che è il linguaggio della mafia, ma anche del fascismo e delle forme di potere in generale.

Tutti contro una donna, Renata, che ragiona in termini di collettività, si fa in quattro a casa per portare avanti la vita quotidiana, il marito, le figlie, lavora a scuola, ha vissuto per anni fuori dal Salento e quando legge chiaramente gli attacchi al suo territorio, da parte del torbido letamaio di interessi politico-mafiosi, torna e si fa in quattro anche nella società, fa informazione su Radio Nardò1, si iscrive al Pri dove militava il suo prozio, Pantaleo Ingusci, il primo che riuscì a tutelare negli anni Sessanta la zona di Porto Selvaggio, in quel periodo passata da proprietà feudale a luogo pubblico di frequentazione naturalistico-balneare.

Ma non è solo questo. Renata è l’impegno politico e sociale, ma anche l’amore per la vita, la bellezza, la natura, l’arte: infatti dipinge, scrive poesie e riflessioni, come quella che ho riportato all’inizio di questo articolo. L’arte, la natura, l’impegno, queste cose inutili e anche un po’ fastidiose – come sono fastidiose le donne del resto – sono i primi bersagli, sono i pericoli principali del “nuovo” potere maschio-capitalista alle soglie del terzo millennio.

Il nuovo Sud uscito dalla desolazione, o presunta tale, della civiltà contadina, nel dopoguerra è diventato riserva militare del sistema, il luogo dove lasciare crescere i teppisti da arruolare come pesci piccoli nella mafia o come pedine da battaglia da mandare nelle guerre umanitarie, da lasciare senza cultura, senza storia – anzi quella storia va cancellata, e meglio anche se si cancellano la sua natura, la sua bellezza, il grande senso di vita e di armonia che i territori della Magna Grecia da sempre regalano ai loro abitanti e ai loro visitatori.

Brutta storia, il capitalismo in forma di società segrete, che invase negli anni Settanta la mia terra. Cerchiamo sempre di raccontarla, di renderne conto, ognuno a suo modo, ma sembra che non sia mai abbastanza, sembra sempre alto il rischio di ricadere nella retorica della “legalità”, nel moralismo dei “buoni scout” amanti del bene, dell’integerrimo e onesto cittadino che odia i disgustosi criminali. Non è una storia di criminali da strada e fare i moralisti è solo controproducente, secondo me. Qui è questione di un orrendo sistema di potere che è il sistema in cui sono immerse le nostre vite, di tutto l’Occidente e di tutti i suoi Sud colonizzati e martoriati, sono le storie delle sue persone, delle esistenze individuali. Sono le storie di tutti i popoli, anche quelli del Nord che vennero spazzati via dalle pianure e dalle montagne per far fiorire il capitalismo industriale.

Brutta storia, ma raccontata in modo bellissimo da «Nostra Madre Renata Fonte», un fumetto di Ilaria Ferramosca e Gian Marco De Francisco, appena pubblicato per i tipi di 001 Edizioni. Storia narrata attraverso la voce disegnata delle due figlie, Viviana e Sabrina, e dell’amica Claudia, compagna di lotte di Renata. Narrata nel minimo della vita quotidiana, dell’amore per le sue persone e per la bellezza che aveva Renata, che è veramente quello che conta, il motore che spinge ogni persona a far vincere la sensibilità e l’amore contro lo schifo di cui ci riempie ogni giorno questo stato di cose.

Lo schifo che avevano dentro i My, i Durante, gli Spagnolo, e tutti quelli che hanno ucciso Renata – e non solo lei – rappresentati in questo fumetto in modo duro e diretto ma essenziale, che colpisce e spiega la vicenda senza fronzoli sensazionalistici, perché non è lì il cuore vero e pulsante di tutta questa storia. Il cuore è e sarà sempre qui a Porto Selvaggio, in questo pezzo di terra e mare dove vive ora l’anima di Renata Fonte e che non può essere descritto con le parole – già i disegni riescono a rendere un po’ di più.

Dicevo, all’inizio, della puntata di «Telefono Giallo». Il mio primo ricordo di Renata Fonte è appunto quella puntata di Augias, era l’ottobre dell’89, avevo tredici anni. La televisione parlava di un efferato delitto compiuto a meno di quindici chilometri da casa mia, nei confronti di una donna che aveva più o meno l’età dei miei genitori. C’erano ospiti delle mie parti, il giornalista Carlo Bollino che aveva appena scritto «La Posta in gioco», la prima inchiesta pubblica sul mistero dell’omicidio Fonte, da cui venne tratto anche un film. Questa donna aveva salvato Porto Selvaggio dalla distruzione, cioè il posto di mare dove ogni Ferragosto io andavo con i miei parenti a fare il pic-nic estivo e i bagni fino alla sera, a giocare sotto la pineta, e poi i più temerari prendevano la scalinata che dalla baia porta su, alla Torre dell’Alto, la vedetta cinquecentesca dei Vicerè, che in quegli anni era ancora aperta e si poteva entrare e dalle finestrelle a strapiombo spiare il mare azzurro di agosto, le barche vicine e lontane, le nuvole e il Sole, l’incredibile cuore del Mediterraneo in cui siamo nati. Il giorno più bello dell’anno, insomma.

Come Renata, anche io mi rifugio continuamente a Porto Selvaggio, anche d’inverno quando è meno popolato, e quando sono lì anche io mi ripeto «qui sono al sicuro, fuori dal mondo». Mi ripeto da sempre queste stesse identiche parole, anche se le ho lette per la prima volta qualche giorno fa, nel fumetto dedicato a lei. Lo faccio sempre, anche nei periodi in cui sono lontano dal Salento ed è il primo posto dove vado quando torno. Perché lì è la mia salvezza dal capitalismo, dal traffico insensato, dallo stress dell’Occidente sull’orlo di una crisi di nervi, dalla violenza delle parole e dei fatti, dalle mie nevrosi, dal cemento e dalle miriadi di villaggi turistici costruiti in questi trent’anni dai servi del capitale, laddove non c’è stata una Renata Fonte a impedirlo. Proprio lì, sul belvedere dove oggi c’è una targa dedicata a lei e una sua poesia, lì dove si vede dall’alto la Costa Jonica, da Gallipoli fin quasi a Taranto. E mi dico sempre che per difendere un luogo che mi ha dato la vita e tante volte me l’ha anche salvata, in fondo, potrei anche morire. Ma forse dovrebbe finire questo lungo periodo storico in cui le vite umane si devono sacrificare per salvare le cose più belle che esistono sulla Terra.

 immagineRenataFonte

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 30 marzo avevo ipotizzato: 1282: Vespri siciliani; 1644: a Bologna si firma “la pace” fra i principi italiani; 1767: espulsi i gesuiti dall’America latina; 1797: muore Gustvus Vassa “Equiano”, schiavo libero e autore di un famoso libro; 1872: nasce Alessandra Kollontaij; 1889: si inaugura la Torre Eiffel; 1895: Maceo arriva a Cuba; 1924: Emma Giacobini, 4 anni, è la prima vittima del «mostro di Roma» (mai trovato); 1927: nasce Cespar Chavez, leader dei chicanos; 1930: a Hollywood in vigore il «codice» Hays; 1937: bombardamento italiano su Durango; 1934: nasce Carlo Rubbia; 1952: Alan Turing arrestato per omosessualità; 1953: Dag Hammarskjold segretario Onu; 1963: dopo 114 giorni termina lo sciopero dei giornalisti di New York; 1964: golpe in Brasile; 1995: a Foggia assassinato Francesco Marcone; 2005: muore Terri Schiavo dopo 15 anni di «vita vegetativa», polemiche e processi; 2000: Mary Robinson, commissario Onu, in Cecenia; 2007: muore Paul Watzlawick; 2008: il ritorno alla cronaca (nera) di Mario Chiesa; e finirà forse per essere una “scor-data” il 31 marzo 2013, giorno in cui dovrebbero chiudere i 6 «opg» – volgarmente detti manicomi criminali – italiani. Ma chissà, a cercare un poco nel passato, quante altre «scor-date» salterebbero fuori su ogni giorno.

Molte le firme (non abbastanza però per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi, magari solo una citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo un gran bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • vi segnalo quanto scritto oggi nella lista «Deportazione Maipiu» (occhio al link, in coda, sul rischio chiusura del Centro anti-violenza):
    Il 31 marzo del 1984 veniva assassinata Renata Fonte. Fu Assessore alla cultura ed alla pubblica istruzione del comune di Nardò. Nella sentenza si legge che “Renata Fonte sarebbe stata soppressa perché si opponeva alle speculazioni edilizie sulla costa salentina”. Fu assassinata dalla mala locale perchè scomoda, il mandante fu un suo collega di partito PRI-Partito Repubblicano Italiano. In memoria di Renata Fonte nasce nel 1998 l’associazione Donne insieme con l’intento di promuovere la legalità e non violenza sul territorio. Da una intensa collaborazione con la Procura Nazionale Antimafia, la Questura e il Pool Antiviolenza del Tribunale, nasce la “Rete Antiviolenza Renata Fonte”, primo centro antiviolenza, riconosciuto dal Ministero dell’Interno in collaborazione con il Ministero delle Pari Opportunità. Centro anti-violenza che è diventato negli anni un punto di riferimento per tante donne della zona vittime di violenza sessuale, domestica e stalking. (F.)
    Fonti : http://donnedellarealta.wordpress.com/2013/02/01/rischia-la-chiusura-il-centro-antiviolenza-renata-fonte-di-lecce/

  • grazie per questo bellissimo articolo.
    io non sono salentino. sono nato a torino. figlio di una città operaia del sud che però si trova a nord.
    la prima volta che sono venuto in salento era dicembre venni con la mia compagna e dopo aver fatto la prima esperienza della raccolta delle olive, per vedere con i miei occhi come si faceva l’olio. ricordo ancora che quando vidi le olive nere sull’albero dissi “uao” eccole, chissà che buone! (da buon ignorante cittadino!) mi feci un giro in furgone per il salento visitando spiagge e paesini e conoscendo l’ospitalità e la cordialità di persone splendide, generose e dal cuore d’oro. vidi il castello d’ontranto che smise di essere solo un mito del primo romanzo gotico della storia e mi feci il bagno a santa maria di leuca e i salentini che mi vedevano probabilmente si chiedevano se ero tedesco. poi prima di andare via visitai porto selvaggio. rimasi affascinato da quel posto, aveva una forte carica magnetica. la giornata era ventosa, niente bagno. respirammo l’aria potente da sopra le sue roccie, guardando con rispetto il mare.
    tornammo dopo due anni di continui viaggi e ci passammo 10 paradisiaci giorni a porto selvaggio. eravamo completamente integrati nel posto, ci stavamo tutto il tempo, lo pulivamo, lo amavamo in tutti i momenti e i suoi spazi. mangiando frutta, ascoltando il vento e godendo delle sue acque pulite, fredde e calde. quel posto mi ha accolto con amore, lo stesso che io gli davo. daniela mi raccontò la storia di quel posto, mi parlò di renata fonte. avevo le lacrime agli occhi. che forza indomabile, che amore e soprattutto che gratitudine. il giorno dopo vedevo i bagnanti che si godevano la domenica a porto selvaggio e mi chiedevo quanti erano consapevoli del fatto che potevano godere di tutto ciò grazie a una donna, una grande donna. a lei va tutta la mia gratitudine per questo posto che serbo sempre nel cuore e dove torno spesso (essendo che ho preso questa strana malattia chiamata salentinite). ringrazio daniela che mi ci ha portato e con cui ho vissuto questo magico posto e ringrazio gianluca ricciato, sia per l’articolo, sia per aver fatto conoscere porto selvaggio a daniela, nonostante avesse le stampelle quando la portò la prima volta. un grazie profondo….
    marco

  • Grazie a te del commento Marco

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