Scor-data: 4 novembre 1780

Levantamiento di Tupac Amaru II contro la potenza coloniale spagnola

di David Lifodi (*)

 

“Per l’America resisto. Per l’America muoio”, disse Tupac Amaru II pochi attimi prima che fosse decretata la sua condanna a morte nel maggio 1782: l’esecuzione fu figlia della grandiosa rivolta del 4 novembre 1780 in Perù che fece tremare l’impero spagnolo e la sua dichiarazione non è troppo diversa da quella di Nestor Cerpa Cartolini, il leader del Movimiento Revolucionario Tupac Amaru peruviano che il 22 aprile 1997, durante l’assalto delle teste di cuoio del presidente Alberto Fujimori per liberare gli ostaggi dei tupa all’ambasciata giapponese, comunicò allo scrittore Luis Sepulveda, che aveva offerto una mediazione: “Ci stanno uccidendo, fratello, moriamo per il Perù e per l’America Latina”.

 

Tupac Amaru II lottava per il riscatto politico e sociale degli indios, Nestor Cerpa Cartolini e i giovani guerriglieri che tennero in ostaggio per mesi centinaia di persone all’interno dell’ambasciata giapponese di Lima chiedevano la liberazione dei prigionieri politici dell’Mrta e si battevano per la fine di un sistema sociale che opprime tuttora il Perù. L’epilogo fu tragico per entrambi, ma alla lotta di Tupac Amaru II si sono ispirati molti dei movimenti guerriglieri e di liberazione sorti in tutto il continente latinoamericano. Tupac Amaru II era il nome che si era dato il meticcio José Gabriel Condorcanqui, che il 4 novembre 1780 guidò la ribellione indigena contro lo sfruttamento dell’impero spagnolo nel segno del Tahuantinsuyo, l’Impero socialista incaico. Il levantamiento ebbe inizio sull’Altopiano peruviano, a Tungasuca, dove Tupac Amaru II mise in stato d’arresto il corregidor Antonio Arriaga (funzionario reale della Corona spagnola) durante il banchetto in onore del re di Spagna Carlo III. José Gabriel Condorcanqui partecipava ai festeggiamenti in qualità di marchese di Oropesa, il titolo che gli avevano concesso gli spagnoli nella speranza di tenerselo buono dopo aver compreso che la sua intenzione era quella di smuovere le coscienze degli indigeni nei confronti della Corona. Lo sfruttamento a cui erano sottoposti gli indios (comprese donne e bambini) e l’imposizione della mita (il turno di lavoro dedicato alle opere pubbliche) fecero il resto: Tupac Amaru II invitava gli indigeni alla rivolta e veniva guardato con sempre maggior sospetto e preoccupazione dagli spagnoli. Il 10 novembre 1780 Antonio Arriaga fu condannato a morte, ma quello era solo l’inizio. Deciso a vendicare Tupac Amaru I, sconfitto dal viceré Francisco de Toledo nel 1572, José Gabriel Condorcanqui sfruttò il titolo di marchese per irrompere ai festeggiamenti di Carlo III, ma non si fece mai comprare dagli spagnoli e preferì continuare a svolgere la sua professione di mulattiere, grazie alla quale viaggiò per tutto il territorio andino scoprendo la condizione di schiavitù e indigenza degli indigeni. Anche qui un riferimento all’attualità, quello del viaggio del giovane medico Ernesto Guevara, non ancora el Che,  che percorse il continente latinoamericano scoprendone ovunque i germi di un’intollerabile ingiustizia sociale. Del resto, le condizioni di vita degli indios all’epoca di Tupac Amaru II erano poco diverse da quelle contemporanee: allora come ora il lavoro nelle miniere obbligava gli indigeni a turni massacranti con la prospettiva di una vita brevissima a causa delle malattie e di una costante denutrizione. Alla rivoluzione del 4 novembre 1780 seguì la battaglia di Cuzco negli ultimi mesi del 1781, quando sembrò davvero che l’impero spagnolo potesse capitolare, ma l’esercito di Tupac Amaru II, che pure era riuscito a preparare le condizioni per l’insurrezione indigena, si rivelò un insuccesso e i tupacamaristas furono costretti alla ritirata. José Gabriel Condorcanqui non si dette per vinto: anche in Bolivia si respirava aria di rivoluzione e in Venezuela imperversava Francisco de Miranda con le sue idee all’insegna dell’indipendentismo. Purtroppo anche il secondo assedio alla potenza coloniale spagnola, nei primi mesi del 1782, si rivelò un fallimento e, grazie al tradimento di uno dei suoi uomini, Tupac Amaru II  fu arrestato e condotto a Cuzco in catene, insieme alla moglie, Micaela Bástidas, e ai figli. Il generale José Antonio de Areche, che aveva sconfitto Tupac Amaru II in battaglia, lo condannò a morte per alto tradimento a seguito di un processo farsa: prima di essere giustiziato, José Gabriel Condorcanqui fu costretto ad assistere all’esecuzione della moglie e dei figli, quindi sottoposto alle peggiori torture e infine ucciso.

 

La resistenza di Tupac Amaru II alla Corona spagnola in un certo senso ha precorso le mille lotte di un intero continente contro l’oppressione fino ai giorni nostri: solo per rimanere in Perù quelle comunità indigene che oggi si oppongono al progetto minerario Conga, uno dei tanti esempi di sfruttamento odierno, sono ancora rimaste senza giustizia.

 

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. Ma qualche volta ci sono argomenti più leggeri che… ogni tanto sorridere non fa male. Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

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