Scor-data: 4 novembre 1966

Alluvioni: Firenze e non solo

di Fabrizio Melodia (*)  

Ogni tanto, nel suo piccolo (?), la Natura s’inkazza. Ma di brutto. Non ha torto. I discendenti delle scimmie non si comportano in modo irreprensibile, anzi a volte sembrano mirare al matricidio.

La cara (ex) Grande Madre ne risente, soffre e fa le sue sfuriate isteriche, o almeno cosi pensano certi maschietti.

Due esempi voglio ricordare avvenuti nella stessa funesta giornata ovvero il 4 novembre 1966: alluvioni in molte città del centro-nord Italia, in primis a Firenze, e a Venezia, nella quale si verificò la più elevata acqua alta mai registrata da quando iniziarono le rilevazioni sistematiche.

Un palazzo veneziano molto antico reca una bellissima croce con relativa iscrizione intorno al 1750, in cui l’acqua alta toccò la punta dei 2 metri e 52 centimetri, ma non si sa quanto sia attendibile essendo parzialmente cancellata dalle intemperie e dall’incuria. L’alluvione veneziana del 1967 invece fu decisamente più dura anche perché vissuta in diretta e seguita dai mass media.

Tutto ebbe inizio con l’alzarsi di fortissimi venti sciroccali (registrate raffiche di 52 nodi a Tessera e 58 a Brindisi) e una caduta di pressione di 30 hPa in 48 ore sulla laguna veneta, un contributo meteorologico rilevantissimo.

A questo si aggiunse una disastrosa mareggiata che portò allo sfondamento in più punti dei murazzi (opera di difesa che delimita la laguna dal mare, d’estate è meta di tuffi e nuotate per i bagnanti veneziani).

Si ebbe quindi anche una notevole persistenza dell’acqua alta, con la marea che rimase per 22 ore sopra quota 110 cm e per circa 40 ore sopra i 50 cm.

Il contributo meteorologico fu impressionante: 185 cm. Il massimo coincise con una marea astronomica (dovuta cioè agli influssi delle fasi lunari) di soli 9 cm, altrimenti si sarebbero potuti raggiungere livelli ancor più elevati. La marea raggiunse alle ore 1:30 del 4 novembre quota +127 cm. I fortissimi venti di scirocco impedirono il deflusso, cosicché la minima successiva fu di 116 cm. Alle ore 18 si raggiunsero al mareografo di Punta della Salute i 194 cm, il più alto valore mai registrato. Danni ingentissimi, con gran parte della città che si ritrovò con telefoni, energia elettrica e gas fuori uso.

Sui litorali la mareggiata causò inondazioni e crolli. Conseguenze peggiori furono evitate dalla rotazione del vento nella serata, che consentì il deflusso dell’acqua e attenuò la mareggiata.

Più che i fatti storici, qui viene in aiuto la memoria, per i veneziani tuttora vivissima.

Dai racconti diretti dei miei genitori capisco che fu davvero molto dura. Alcune zone di Venezia, troppo basse (per essere state costruite in isole a diversa altezza e con sistemi di palafitte differenti) si ritrovarono letteralmente sotto acqua, come se fossero state in mare aperto.

Il rischio di uscire comportava spesso non saper distinguere il canale dal tratto camminabile: i più colpiti furono sicuramente gli anziani, soli e isolati.

Le barche furono messe in acqua e portarono i primi soccorsi: generi di prima necessità, cibo e coperte per tutti coloro impossibilitati a muoversi. Motoscafi e battelli di linea, insieme alle ambulanze marine, furono mobilitati in massa e la gente si propose volontaria per portare aiuto dove ce ne fosse bisogno e contrastare il triste ma sempre massiccio fenomeno dello sciacallaggio, che nemmeno in quei frangenti fece sentire la sua mancanza.

Molti giovani si adoperarono presso la biblioteca Marciana e il museo Correr per mettere in salvo libri antichi e dipinti conservarti nei magazzini. La Basilica di San Marco era impraticabile, poiché l’entrata era completamente allagata, come pure il piazzale interno di Palazzo Ducale: l’acqua arrivò a lambire quasi il primo piano, come mostrano i filmati e le foto dell’epoca, debitamente conservati nell’archivio storico della Rai.

Molto fu salvato, altro andò perduto, mentre le gondole venivano portate in piazza san Marco, ormai perfettamente navigabile, e per le calli s’udivano le voci dei soccorritori che portavano un po’ di sollievo.

Solo alcune zone rimasero all’asciutto, S. Elena e la Giudecca, notoriamente più nuove e maggiormente elevate dal livello del mare.

Chi, come mia nonna paterna, ebbe modo di andare a vedere cosa accadeva dalla riva delle Zitelle, racconta uno “spettacolo” senza precedenti, degno dei racconti di Platone nel «Timeo» e nel «Crizia»: «Nel giro di un giorno e di una notte, Atlantide e i suoi abitanti scomparvero tra i flutti». Venezia fu quasi una Nuova Atlantide pur se non affondò.

Non furono solo questioni meteo a contribuire all’eccezionalità dell’evento, ma sicuramente lo scavo pesante a cui furono sottoposte le bocche di porto della laguna per farvi transitare le grandi navi da crociera, con conseguente sconvolgimento degli equilibri idrici dell’ecosistema.A questo si aggiunse il mancato scavo annuale dei canali, che in epoca della Serenissima impegnavano mensilmente l’azione del Magistrato alle Acque, con conseguente innalzamento dei fondali per la melma depositata, oltre che per tutte le immondizie fraudolentemente scaricate in laguna e mai rimosse.

Questo purtroppo è un aspetto che tuttora si tace, preferendo facili e “miracolose” soluzioni quali il Mose, ma di questo parlerò ampiamente in una «scor-data» dedicata al Mose.

Discorso peggiore per Firenze, culla del Rinascimento e della lingua italiana.

L’alluvione avvenne alle prime ore del 4 novembre e non interessò solo il centro storico di Firenze, come generalmente si crede, ma tutta la Toscana. L’alluvione colpì infatti l’intero bacino dell’Arno, sia a monte sia a valle della città. Sommersi dalle acque furono anche diversi quartieri periferici della città come Rovezzano, Brozzi, Peretola, Quaracchi, svariati centri del Casentino e del Valdarno in Provincia di Arezzo, del Mugello (dove straripò anche il fiume Sieve), alcuni comuni periferici come Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Lastra a Signa e Signa (dove strariparono i fiumi Bisenzio e Ombrone Pistoiese ma anche praticamente tutti i torrenti minori) e varie cittadine a valle di Firenze, come Empoli e Pontedera. Dopo il disastro, le campagne rimasero allagate per giorni, e molti comuni minori risultarono isolati e danneggiati gravemente. Nelle stesse ore, sempre in Toscana, una devastante alluvione causò lo straripamento del fiume Ombrone, colpendo gran parte della piana della Maremma e sommergendo completamente la città di Grosseto.

Come se non bastasse altri fiumi strariparono: nel Veneto travalicarono gli argini il Piave, il Brenta e il Livenza allagando ampie zone del Polesine, mentre in Friuli si ebbe lo straripamento del Tagliamento, coinvolgendo ampie zone del suo basso corso, come Latisana. L’Adige straripò allagando di brutta il Trentino.

Per Firenze, le cifre dell’allagamento dell’Arno possono essere ridotte all’osso in questo modo, che non rende davvero la gravità dell’evento. In meno di 24 ore le precipitazioni sulla zona di Firenze ammontarono a oltre 190 mm (la media annua delle precipitazioni nella stessa zona è 921 mm). In tutto il bacino dell’Arno si ebbero precipitazioni simili.

L’Enel diramò un dettagliato rapporto sull’accaduto nei giorni successivi (le dighe delle centrali idroelettriche di Levane e La Penna erano state indicate come possibili cause aggravanti) in cui stimava la quantità d’acqua che aveva colpito Firenze a circa 250 milioni di metri cubi, di cui 120 provenienti dall’alto corso dell’Arno, il resto dagli affluenti a valle delle dighe, in particolare il fiume Sieve. Un tecnico del ministero Lavori Pubblici stimò la quantità d’acqua in 400 milioni di metri cubi. La portata del fiume al massimo della piena venne stimata in 4000-4500 metri cubi al secondo all’altezza di Firenze.

Una piccola cronistoria dell’alluvione.

Antefatto. Gli ultimi giorni di ottobre e i primi del novembre 1966 erano stati caratterizzati da violente precipitazioni, interrotte solo da brevi schiarite nel giorno di Ognissanti. Le piogge erano aumentate di intensità nella giornata del 3 novembre ma a Firenze e dintorni nessuno si dava eccessive preoccupazioni, dato che le piene dell’Arno, del Bisenzio, dell’Ombrone Pistoiese e degli altri corsi d’acqua erano per tutti un “classico d’autunno”, occasione magari per una chiacchierata con i concittadini sulle spallette e sugli argini; anzi, in città e nei dintorni ci si preparava a trascorrere in casa il 4 novembre, allora festa nazionale.

Le vittime dell’alluvione furono relativamente poche anche per questa casualità: nessuno può dire cosa sarebbe accaduto se le acque avessero sorpreso i fiorentini che andavano al lavoro o i contadini all’opera nei campi in un giorno feriale.

Ecco la cronaca, a partire dal 3 novembre.

Ore 08: a Firenze sta piovendo costantemente da più di due giorni; il vento è molto forte e l’acqua continua a cadere in modo ininterrotto. Il bacino dell’Arno, a causa dell’ingrossamento del fiume, viene monitorato con sempre maggiore attenzione. Inizia a nevicare sul Casentino e sul Mugello, che sono da sempre le due porzioni di bacino maggiormente responsabili delle piene dell’Arno e dei suoi affluenti.

Ore 15: su Firenze si sta abbattendo un violento temporale. Dai comandi militari partono le segnalazioni e i fonogrammi verso il ministero della Difesa e degli Interni, avvertendo che la situazione, pur essendo sotto controllo, necessita di essere seguita con attenzione. Alcuni torrenti sono notevolmente ingrossati e potrebbero provocare danni alle infrastrutture e alle persone. Da Roma arriva un invito alla tranquillità, “evitiamo gli allarmismi”.

Ore 18: forti perturbazioni colpiscono tutto il bacino dell’Arno e le stazioni pluviometriche registrano valori elevatissimi; a Firenze, in quella notte, cadranno fra i 180 e i 200 litri su m². Il livello dell’Arno inizia a crescere con sempre maggiore rapidità. L’idrometro, prima di essere distrutto, segnalerà 8,69 metri. La temperatura sale di 5 gradi in modo inaspettato: questo sbalzo contribuirà allo scioglimento delle nevi sulle catene montuose, che porteranno a valle ancora più acqua. A monte molti torrenti iniziano a tracimare, mentre sull’Arno il livello è ancora entro i limiti di guardia, tale che non venne, a suo tempo, classificato in nessuna delle categorie a rischio idraulico (regio decreto del 25 luglio 1904, numero 523). Solo in alcuni tratti, per qualche affluente, sono stati rafforzati gli argini.

Ore 20.30: nel centro storico è tutto pronto per la festa delle Forze Armate, che si sarebbe dovuta festeggiare il giorno dopo. Le vie sono piene di tricolori e stendardi gigliati. Quasi come fosse un presagio, al teatro Verdi viene proiettato il film «La Bibbia» di John Huston, con tanto di scena sul diluvio universale. Altre sale non sono da meno: alcuni titoli in proiezione sono «I combattenti della notte», «Che notte ragazzi!» e «Viaggio allucinante». Alla televisione non vi è nulla di particolarmente interessante che invogli a fare tardi: sul primo canale viene trasmessa prima una tribuna politica di un’ora con Luigi Longo, segretario del Pci e a seguire il “Festival della Canzone Italiana in Svizzera”; il secondo canale offre prima un breve sceneggiato con Clint Eastwood e poi il «Rapporto del ministro Tremelloni sulle nostre forze armate».

Ore 21: in una sala riservata dell’Hotel Minerva alcuni consiglieri comunali, assessori e il sindaco Piero Bargellini sono riuniti per stabilire alcuni assetti politici; il governo di Palazzo Vecchio è in crisi. Ma nessuno sembra badare all’Arno.

Ore 22: iniziano a giungere le prime notizie allarmanti dal Mugello e dalla provincia di Arezzo (Casentino, Valdarno Superiore) dove fiumi, torrenti e fossi in piena hanno rotto gli argini. Le segnalazioni ai Vigili del fuoco e alle forze dell’ordine si moltiplicano. Una squadra formata da pompieri, carabinieri e più di cento uomini del reparto mobile della Polizia di Stato partono per il Valdarno.

23: il livello dell’Arno continua a crescere; adesso inizia ad inquietare. I vigili del fuoco hanno già ricevuto 130 chiamate di piccoli allagamenti di scantinati e garage. Le campagne sono sott’acqua e le famiglie che vi abitano salgono sui tetti. A Reggello il torrente Resco è straripato e travolge tutto ciò che incontra, fra cui due famiglie: sette persone rimangono uccise. Sei corpi vengono ritrovati a qualche centinaio di metri di distanza, mentre il settimo (una bambina) sarà trascinata ad 8 chilometri. Alcuni tratti dell’Autosole e della linea ferroviaria sono allagati.

24: l’Arno inizia la sua opera di devastazione tracimando nel Casentino e nel Valdarno Superiore. Nella zona di Incisa in Val d’Arno vengono interrotte l’Autostrada del Sole e la ferrovia per Arezzo e Roma. Le acque dell’Arno invadono Montevarchi, Figline Valdarno, Incisa in Val d’Arno, Rignano sull’Arno, Pontassieve, Le Sieci e Compiobbi.

Si arriva al 4 novembre.

00.16: in mezza Toscana si verificano smottamenti e frane a causa dell’acqua e straripano anche dei fiumi. Non è più possibile comunicare con il Casentino; l’Arno è fuoruscito a Ponte a Poppi, allagando tutto il paese: la situazione è tragica e le persone si sono rifugiate sui tetti.

01: l’Arno straripa in località La Lisca, nel comune di Lastra a Signa. Vengono interrotte la strada statale Tosco-Romagnola e le comunicazioni tra Firenze ed Empoli (allora non era stata ancora costruita la Firenze-Pisa-Livorno). A Firenze sui lungarni sono affacciate diverse persone che osservano la situazione: sono presenti poliziotti, ingegneri del Genio Civile, giornalisti, il sindaco e il prefetto. Ci si domanda se dare l’allarme alla città suonando tutte le campane oppure evitare il panico sperando che non accada niente: si opta per la seconda opzione.

01.30: la piena dell’Arno si fa notare attraverso le fogne: l’acqua affiora in Piazza Mentana e anche attraverso il passaggio dell’antica porticciola d’Arno.

02: il torrente Mugnone, affluente dell’Arno in piena città, rompe gli argini e straripa presso il Parco delle Cascine a Firenze. L’ippodromo viene allagato; il custode Cesare Nesi, informato da una guardia campestre, chiama il personale e i proprietari dei cavalli. I 260 cavalli presenti sono terrorizzati; si tenta a fatica di portarli in salvo sui camion. Settanta cavalli di razza muoiono. Le carcasse verranno bruciate per evitare un’epidemia. Anche lo zoo viene allagato: il dromedario Canapone, amato dai bambini, affoga.

02.30: le fognature granducali esplodono una dopo l’altra: la pressione dell’Arno è troppo forte. Il fiume straripa alla Nave a Rovezzano, a Varlungo e a San Salvi. Nell’Oltrarno di Firenze, nel quartiere di Gavinana, inizia la paura per i cinquantamila fiorentini che vi abitano: la gente cerca di sgomberare gli scantinati e si rifugia nei piani più alti. Nella zona di Santa Croce l’acqua inizia a inondare via de’ Benci.

03: alla nuova sede del quotidiano «La Nazione», in via Paolieri, si cerca di fare un quadro della situazione. Nessuno in redazione si aspettava un evento di dimensioni così catastrofiche. Franco Nencini chiama per telefono Carlo Maggiorelli, addetto alla sorveglianza degli impianti idrici dell’Anconella, per avere qualche informazione. La situazione descritta da Maggiorelli è tragica; l’acqua lo travolge durante la telefonata.

03.30: un sottufficiale dei Vigili del fuoco, vedendo l’acqua che zampilla dai muretti, telefona al suo comando per dare l’allarme. La Prefettura e Palazzo Vecchio bombardano di messaggi il ministero degli Interni a Roma per chiedere aiuti e rinforzi, ma lì non si comprende fino in fondo il livello di emergenza. L’acqua dell’Arno arriva a Bellariva.

03:48: arriva la prima notizia dell’agenzia Ansa: «La situazione in Toscana diventa sempre più grave. La pioggia non accenna a cessare e i corsi d’acqua, specialmente i più piccoli, sono notevolmente ingrossati. In provincia di Firenze, è emergenza a Incisa Valdarno e negli altri centri in prossimità dell’Arno, nel quale confluiscono altri torrenti. Le acque hanno invaso molte abitazioni».

04: le acque dell’Arno invadono il Lungarno Benvenuto Cellini, corrono per via dei Renai e sommergono una larga parte dell’Oltrarno storico, i quartieri di San Niccolò, Santo Spirito, San Frediano, l’Isolotto e San Bartolo a Cintoia, fermandosi solo a Soffiano e alle porte di Scandicci. L’acqua inizia ad affluire nel quartiere di Santa Croce e salta la luce elettrica. A San Piero a Ponti il Bisenzio inonda la stazione del Genio Civile, posta sull’argine; la gente della zona inizia a tirare fuori le cateratte, credendo di avere a che fare con una delle solite tracimature del fiume, che al massimo portavano a un allagamento di qualche decina di centimetri nelle zone più prossime all’argine.

04.30: inizia il dramma nella periferia occidentale: Lastra a Signa e una parte del comune di Scandicci (San Colombano, Badia a Settimo) sono allagate dalle acque di alcuni torrenti (Vingone, Rimaggio, Guardiana).

05: l’Arno straripa anche nella zona del Lungarno Acciaioli e di quello alle Grazie, mentre nel resto della città l’acqua è a filo delle spallette. Gli orefici del Ponte Vecchio cercano di mettere in salvo i gioielli preziosi; a pochi passi via de’ Bardi è allagata. Precipita la situazione nella provincia. A San Piero a Ponti il Bisenzio rompe l’argine e le sue acque si riversano su San Mauro a Signa e poi sulla parte sud del comune di Campi Bisenzio. Montelupo Fiorentino è sommersa dalle acque del fiume Pesa che non riescono a confluire in Arno.

06.50: a Firenze cede la spalletta di Piazza Cavalleggeri: la furia dell’Arno si abbatte sulla “Biblioteca Nazionale Centrale” e sul quartiere Santa Croce.

07: la tipografia de «La Nazione» è sotto 5 metri d’acqua e va fuori uso. Solo nelle zone “intatte” esce con il titolo «L’Arno straripa a Firenze». Marcello Giannini, caporedattore della sede Rai fiorentina (allora in pieno centro storico, esattamente in piazza Santa Maria Maggiore) chiama il direttore a Roma, ma la notizia non convince la sede centrale. Durante il giornale radio allora decide di calare il suo microfono fuori dalla finestra e far sentire in diretta la furia dell’Arno che scorreva tra le strade: «Ecco – disse Giannini – non so se da Roma sentite questo rumore. Bene: quello che state sentendo non è un fiume, ma è via Cerretani, è la via Panzani, è il centro storico di Firenze invaso dalle acque».

08.30: l’Ombrone Pistoiese rompe gli argini a Castelletti (comune di Signa) e le sue acque si uniscono a quelle del Bisenzio sommergendo Lecore, Sant’Angelo a Lecore, Le Miccine, San Giorgio a Colonica e una parte del comune di Prato (Castelnuovo, Tavola). Anche gli abitanti di questa zona, come quelli di San Piero a Ponti abituati alle piccole inondazioni del fiume, non si rendono conto del pericolo, limitandosi a mettere gli oggetti su mensole o rialzi e nessuno pensa di mettere in salvo i vitelli e le mucche nelle stalle. A Sant’Angelo a Lecore si raggiungeranno i 4,20 metri di acqua e il ricco patrimonio zootecnico sarà pressoché distrutto.

09: le acque limacciose dell’Arno irrompono in piazza del Duomo a Firenze. L’Arno comincia a defluire dalla porta San Frediano mentre da tutte le fognature l’acqua defluisce con forza in via Pisana. Alle 11 sarà un vero e proprio fiume di acqua fangosa e piena di chiazze di nafta.

9.30: in alcune zone di Firenze l’acqua ha raggiunto il primo piano delle abitazioni. Il sindaco Piero Bargellini, assediato dalle acque in Palazzo Vecchio, manda le prime richieste di aiuto. Nel viale Edmondo De Amicis saltano le condotte dell’acqua ed è fuori uso anche l’amplificatore. L’Arno rompe anche nella zona di Quaracchi e sommerge i sobborghi di Peretola, Brozzi e la piana dell’Osmannoro nel comune di Sesto Fiorentino.

10: in via Scipione Ammirato a Firenze esplode un deposito di carburo e muore un anziano pensionato. L’Arno travolge l’argine Strada Medicea a San Donnino, che verrà pressoché sommersa. Nella stessa zona tracimano anche il Fosso Reale e il Fosso Macinante. I parroci della zona hanno la prontezza di suonare le campane a martello, avvertendo la popolazione che può così rifugiarsi ai piani superiori delle case.

10.30: allarme rosso a Campi Bisenzio, dove l’argine del Bisenzio dà vistosi segni di cedimento nel quartiere di San Lorenzo. Fortunatamente il grosso muro resiste ma nella zona nord del comune si registrano le esondazioni dei torrenti Marina e Marinella.

12: a Firenze, dove il dramma è in pieno svolgimento e ci sono già le prime vittime note (due anziani rimasti intrappolati), la popolazione della zona di via Ghibellina è impegnata a salvare “dalla fine del topo” i detenuti del carcere delle Murate. I fiorentini accolsero nei piani alti delle loro abitazioni questi fuggiaschi, coi quali instaurarono un positivo rapporto umano fatto di offerte di cibo, scuse per il disturbo, scambi di sigarette e chiacchiericci surreali per la situazione contingente. Molti fiorentini ricorderanno con simpatia questi ospiti improvvisi per la loro umanità e riconoscenza (uno di essi promise ad una signora che si sarebbe sdebitato «appena sarò in grado di fare un buon colpo»). Non ce la fece a salvarsi un giovane detenuto, il venticinquenne Luciano Sonnellini, travolto dalla corrente. Va anche detto che se alcuni detenuti particolarmente pericolosi approfittarono dell’occasione per evadere e dedicarsi al saccheggio delle armerie, la gran parte di essi si consegnò alle Forze dell’ordine o fece spontaneo ritorno in carcere appena passata l’emergenza.

14.30: a Campi Bisenzio le acque inondano il quartiere di San Martino. Nella zona di Brozzi e San Donnino, dove le case a schiera sono in buona parte basse e le acque hanno raggiunto anche i sei metri, molte persone si salvano rompendo i muri divisori delle abitazioni per rifugiarsi nelle case più alte (in una casa di San Donnino si ritrovarono 56 persone in fuga). A San Donnino, alcuni allevatori della zona mettono in salvo le loro mucche al primo piano della locale Casa del Popolo: la scena delle inconsuete ospiti nelle sale e nel balcone del circolo sarà ripresa dai mezzi di comunicazione e diverrà una delle più popolari e curiose dell’alluvione.

20: mentre cala la sera, a Firenze, dove le acque hanno raggiunto anche i sei metri di altezza, l’Arno inizia lentamente a lasciare il centro storico e rientrare nel suo corso. È l’inizio della fine dell’incubo per la città ma la furia del fiume in queste stesse ore arriva a Empoli, dove l’Elsa rompe gli argini.

Mentre a Firenze e dintorni arrivano i primi soccorsi (da ricordare, oltre all’esercito e ai vari corpi delle forze dell’ordine, i coraggiosi bagnini della Versilia giunti con pattìni e gommoni) l’Arno prosegue la sua folle corsa, rompendo gli argini a Santa Maria a Monte e sommergendo Castelfranco di Sotto e Santa Croce sull’Arno. Stesso copione a Pontedera mentre Pisa, miracolata, deve lamentare il crollo dello storico Ponte Solferino. Nelle stesse ore, Grosseto viene sommersa dalle acque dell’Ombrone a causa delle intensissime piogge che si stavano verificando a monte e che determinarono l’ingrossamento del fiume e di tutti i suoi affluenti.

L’alluvione del 1966 fu un evento eccezionale e inaspettato per le sue proporzioni; mai a Firenze l’Arno, che pure aveva esondato spesso, aveva raggiunto una tale furia, come attestano le targhe relative alle alluvioni precedenti come quella, fino ad allora reputata disastrosa, del 3 novembre 1844. Il discorso vale anche per i comuni limitrofi, da sempre abituati alle sfuriate degli affluenti dell’Arno o dei fossi, dove la gente si aspettava la solita piccola inondazione di cinquanta centimetri, evento ricorrente in alcune zone come le frazioni meridionali di Campi Bisenzio, e ogni famiglia era munita della dotazione anti-allagamento composta da cateratte, secchi e scopettoni pesanti.

Uno dei principali “misteri” dell’alluvione fiorentina è sempre stato il numero delle vittime: la segretezza e il riserbo delle autorità sull’argomento fin dai primi giorni contribuirono a far diffondere macabre leggende metropolitane come quella di decine di fiorentini che avevano trovato una morte orribile, sorpresi dalle acque nel sottopasso di piazza della Stazione. Oltretutto i fiorentini asserragliati in casa avevano visto scorrere sotto le loro finestre decine di manichini portati via delle sartorie e dalle boutique del centro, scambiandoli per cadaveri e questo spettacolo aveva rafforzato le dicerie sulla presunta strage. Solo recentemente l’Associazione Firenze Promuove, presieduta dal giornalista Franco Mariani e che dal 1996 si occupa delle celebrazioni annuali dell’alluvione, è riuscita a trovare e pubblicare un documento ufficiale della Prefettura del novembre 1966 che fissò in 34 il numero delle vittime, di cui 17 a Firenze e 17 nei comuni della provincia. Persero la vita in quei drammatici giorni, per cause più o meno dirette dovute all’alluvione:

  1. Elide Benedetti, 66 anni. La signora, inferma sulla carrozzina, abitava in via delle Casine e trovò una morte orribile: alcuni carabinieri, impossibilitati a portarla via, la legarono alle travi sul soffitto della sua stanza per impedire che venisse travolta; i carabinieri andarono a cercare soccorso, ma nel frattempo la donna morì annegata, assistita fino all’ultimo da un parroco coraggioso.
  2. Giuseppina Biancalani, 76 anni. Abitava in via Aretina e morì per le conseguenze di una caduta.
  3. Guido Chiappi, 73 anni. Abitava in via Arnolfo e fu travolto dalla corrente.
  4. Pietro Cocchi e Giuseppina Poggioli, 74 anni. I due, marito e moglie, vivevano in via Gian Paolo Orsini. Nonostante fossero stati avvertiti, non si misero in salvo anche perché l’uomo era infermo.
  5. Maria Facconi, 48 anni, Viveva in piazza Santa Croce e morì per un infarto dopo essere stata portata in salvo perché non fu possibile trovare l’ossigeno per la respirazione artificiale.
  6. Angela Fanfani, 69 anni. Morì nella sua abitazione in un sottosuolo di via Aretina nonostante un disperato tentativo dei vicini di salvarla.
  7. Italia Frusi, 85 anni. La signora, cieca e inferma, morì nella sua camera del Pensionato del Sacro Cuore in via Masaccio.
  8. Lino Leporatti, 65 anni. Viveva in via Benedetto Marcello e fu travolto dalla corrente.
  9. Ermenegildo Livi, 81 anni. Abitava in via Francesco Datini e morì per un infarto dopo essere stato messo in salvo.
  10. Carlo Maggiorelli, 53 anni. Di Pozzolatico, addetto alla sorveglianza degli impianti idrici dell’acquedotto dell’Anconella, fu portato via dalla furia delle acque mentre rispondeva a una telefonata che lo esortava a fuggire.
  11. Angelina Marè, 59 anni, morta annegata nella sua casa di Borgo Pinti.
  12. Cesare Martelli, 54 anni. Fu travolto dalle acque per essersi trattenuto nella sua casa di via Ghibellina per cercare di salvare i beni di valore.
  13. Fedora Nesi, 77 anni. Paralitica, morì annegata nella sua casa di via Ghibellina.
  14. Armido Peruzzi, 71 anni. Messosi in salvo dalla prima ondata, morì annegato nella sua casa di via di Rusciano, dove era tornato per recuperare alcuni beni, travolto da una seconda ondata.
  15. Luciano Sonnellini, 25 anni. Detenuto del carcere delle Murate, fu travolto dalla corrente mentre cercava di raggiungere una delle case vicine.
  16. Carlo Vensi, 80 anni. Muore per l’esplosione di un deposito di carburo al piano terreno della propria abitazione di via Scipione Ammirato.
  17. Corinna Cintelli, 70 anni, di Sant’Angelo a Lecore. Morì annegata dopo essere scivolata da un pattino mentre veniva messa in salvo.
  18. Guido Borghi, 64 anni. Morì a Castelfiorentino mentre stava cercando di salvare il bestiame.
  19. Giovanni e Vittorio Cortini, di 58 e 24 anni. Morirono per il crollo della loro casa a Castelfiorentino.
  20. Agostina Bini, 73 anni, di Empoli. Fu sorpresa dall’acqua mentre si trovava a letto ammalata; salvata, morì pochi giorni dopo in ospedale per i postumi.
  21. Palmiro Mancini, 66 anni, di Empoli, morto travolto dalla corrente.
  22. Orfea Casini, 68 anni, di Montelupo Fiorentino, morta travolta dalla corrente dopo essere caduta durante il salvataggio in elicottero.
  23. Giovanni Chiarugi, 68 anni, di Montelupo Fiorentino, fornaio del paese, annegato mentre su viale Umberto I si recava all’Ospedale psichiatrico giudiziario per portare il pane.
  24. Particolarmente drammatico fu il bilancio per il comune di Reggello, dove morirono nel crollo della loro casa Brunetto Gonnelli (43 anni); Donatella Gonnelli (6 anni); Guidalma Gonnelli (9 anni); Lorenzo Gonnelli (31 anni); Rosina Merciai (43 anni) e Carolina Nocentini (70 anni).
  25. Il comune di Sesto Fiorentino pagò anch’esso un tragico prezzo umano: nella zona dell’Osmannoro persero la vita i piccoli Leonardo Sottile, di soli tre anni e mezzo, morto per l’esplosione di un deposito di carburante nella casa dove abitava con la famiglia e Marina Ripari, 3 anni, strappata dalle braccia del padre dalla corrente.

Vittima eccellente di questa tragedia fu sicuramente il patrimonio storico e artistico della Toscana, oltre che di Firenze tutta. Migliaia di volumi, fra cui preziosi manoscritti o rare opere a stampa furono coperti di fango nei magazzini della Biblioteca Nazionale Centrale, e una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, il “Crocifisso” di Cimabue conservato nella Basilica di Santa Croce deve considerarsi, nonostante un ardito e competente restauro, perduto all’80%. La nafta del riscaldamento impresse le tracce del livello raggiunto dalle acque su tanti monumenti; la Porta del Paradiso del Battistero di Firenze fu spalancata dalle acque, e dalle ante sbattute violentemente si staccarono quasi tutte le formelle del Ghiberti. Innumerevoli i danni ai depositi degli Uffizi, ancora non completamente risarciti dopo anni di indefessi restauri, che fra l’altro hanno portato le istituzioni fiorentine per il restauro a essere considerate fra le principali del mondo.

Un vero e proprio esercito di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità volontariamente, subito dopo l’alluvione, arrivò in città per salvare le opere d’arte e i libri, strappando al fango e all’oblio la testimonianza di secoli di arte e storia. Questa incredibile catena di solidarietà internazionale rimane una delle immagini più belle nella tragedia. I giovani, chiamati ben presto gli “angeli del fango”, sono anche uno dei primi esempi di mobilitazione spontanea giovanile del periodo.

Per la tutela del patrimonio artistico danneggiato si mise subito in moto una gara a mettere al sicuro e approntare i primi restauri ai beni danneggiati. Guidati dal lungimirante soprintendente Ugo Procacci, i laboratori fiorentini dell’ ”Opificio delle Pietre Dure” raggiunsero gradualmente quei livelli di avanguardia e maestranza tecnica che tuttora li rendono una delle strutture più importanti a livello mondiale nel campo del restauro.

L’alluvione non aveva interessato solo la città di Firenze, ma di fatto, con varia intensità, tutto il nord e centro Italia. La forza delle acque – solo in Firenze furono apportati dalla piena circa seicentomila metri cubi di fango – aveva distrutto una innumerevole serie di ponti, reso inagibili molte strade, rendendo assai difficoltosa l’opera di primo soccorso.

L’alluvione fu uno dei primi episodi in Italia in cui si evidenziò l’assoluta mancanza di una struttura centrale con compiti di protezione civile: i cittadini non furono avvertiti dell’imminente fuoriuscita del fiume, tranne alcuni orafi di Ponte Vecchio che ricevettero la telefonata di una guardia notturna che li invitava a vuotare le loro botteghe; le notizie furono date in grande ritardo e i media tentarono di sottacere l’entità del disastro; per i primi giorni gli aiuti provennero quasi esclusivamente dal volontariato, o dalle truppe di stanza in città: per vedere uno sforzo organizzato dal governo bisognò attendere sei giorni dopo la catastrofe.

L’unico aiuto finanziario del governo fu una somma di 500mila lire ai commercianti, erogata a fondo perduto e finanziata con l’usuale sistema dell’aumento del prezzo della benzina (10 lire al litro). La Fiat ed altre case automobilistiche offrirono a chi aveva perso l’auto uno sconto del 40% per comprarne una nuova e una supervalutazione di 50mila lire per i resti della macchina alluvionata.

Un grande merito nell’opera di sensibilizzazione si dovette ad un documentario dal titolo «Per Firenze» realizzato dal regista fiorentino Franco Zeffirelli, che comprendeva un accorato appello in italiano dell’attore Richard Burton.

Un grande contributo fu dato da alcune città toscane come Prato e dai comuni della Versilia (che misero a disposizione, come già detto, pattini, gommoni e bagnini), da altri comuni e città italiane in particolare umbre ed emiliane, dalle forze armate statunitensi di stanza in Italia, dalla Croce Rossa tedesca, da varie associazioni laiche e cattoliche, da alcune federazioni di partiti politici e, ovviamente, dalle Forze armate. Aiuti ufficiali arrivarono anche dall’Unione Sovietica, dalla Cecoslovacchia e dall’Ungheria.

La gente comune, con gli esperti al lavoro, non perse tempo e ripristinò abitazioni e attività economiche. In quei giorni di opere d’arte offese da acqua, fango e nafta si vide che un’altra opera d’arte, il wit – cioè l’arguzia – dei fiorentini, aveva resistito egregiamente alla piena. Alcune trattorie devastate esposero cartelli con scritto “oggi specialità in umido” e negozi sventrati annunciavano cartelli con frasi del tipo: “ribassi incredibili, prezzi sott’acqua”, “Vendiamo stoffe irrestringibili, già bagnate”. Si può dire che Firenze ritrovò una sorta di normalità in poche settimane, tanto che fu possibile addobbare il centro storico per le feste di Natale con… alberi decorati anche con residuati dell’alluvione.

Lo spirito toscano fece persino diventare umoristico e simpatico un drammatico salvataggio di alcune suore anziane di un convento di San Piero a Ponti, che erano state raggiunte da alcuni coraggiosi soccorritori versiliesi: la corrente ancora impetuosa rendeva molto difficili le operazioni, stante anche la comprensibile paura delle religiose che dovevano calarsi da una finestra. Il drammatico salvataggio si risolse però in una scena umoristica, con i soccorritori che bestemmiavano a non finire e le suore a pregare. La vicenda si concluse però al meglio col salvataggio delle suore e, passate la paura e la tensione, con reciproche attestazioni di simpatia tra i protagonisti della vicenda.

E per tornare al wit, secondo la tradizione dell’Epifania i fiorentini appesero su Ponte Vecchio una grande calza piena di carbone, dedicandola all’Arno che in quell’anno era stato “molto cattivo”.

Un’importante conseguenza socioeconomica dell’alluvione fu il definitivo colpo di grazia alle attività agricole e dell’allevamento nella Piana, già in crisi per il trend economico generale: molti contadini e allevatori della zona, avendo perso tutto il materiale e le mandrie sotto le acque, decisero di non riavviare le proprie attività e di impiegarsi nell’industria o di aprire piccole attività artigianali o commerciali. Questo notevole cambiamento occupazionale fu poi alla base del successivo sviluppo manifatturiero, artigianale e commerciale della zona, che vide trasformare Calenzano, Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Signa e altri comuni da territori a vocazione agricola a zone industriali.

Vorrei ricordare una vittima assolutamente dimenticata dell’alluvione: il ponte sospeso dell’Anchetta, località sulla sponda destra vicino a Le Sieci lungo la statale aretina. Fu la prima struttura costruita sull’Arno nella zona fiorentina a cedere intorno alla mezzanotte. Il ponte era stato costruito come scommessa personale fra il 1947 e il 1949 da una persona sola, Guido Bartoloni, barcaiolo figlio di barcaioli. Bartoloni aveva comprato i materiali e li aveva portati sulle rive vicino a Vallina; per i cavi utilizzò una vecchia teleferica militare. L’inaugurazione del ponte avvenne il 10 giugno 1949. Bartolini recuperò piano piano le spese del ponte facendo pagare il pedaggio 10 lire. La furia dell’Arno distrusse i cavi e travolse il ponte. Parti delle strutture rimasero per diversi anni vicino alla riva. Il ponte non fu più ricostruito.

RIFERIMENTI

 

  • Il cantautore fiorentino Riccardo Marasco canta un’ironica rievocazione dell’alluvione di Firenze nella traccia numero 4 (“L’alluvione”) dell’album “Il porcellino”.
  • Il cantautore fiorentino Marco Masini ricorda nel 2006 l’alluvione di Firenze nella traccia numero 8 (“Gli occhi dell’Arno”) dell’album “Il giardino delle api”.
  • Ispirata, seppur metaforicamente, all’alluvione di Firenze è anche la canzone “The Floods of Florence” del cantautore statunitense Phil Ochs.
  • Una delle scene del film “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana è ambientata nei giorni seguenti l’alluvione. I fratelli Carati (protagonisti del film) si ritrovano nel fango per salvare il patrimonio della città. Da segnalare che la famosa scena “del pianoforte” è girata nel cortile di Palazzo Montauti-Niccolini, sede dell’Autorità di bacino che, per l’occasione, fu alluvionato artificialmente con tonnellate di fango.
  • Un episodio del film “Amici miei atto secondo” si svolge a Firenze durante l’alluvione: uno dei protagonisti, il Melandri, è a casa dell’amante e, accortosi dell’esondazione (nella pellicola, insieme a una scena ricostruita, vengono montate brevi sequenze da riprese amatoriali eseguite durante l’alluvione in piazza del Duomo) sarà costretto a scappare a nuoto per mettere in salvo mobili antichi e opere d’arte custodite nel suo appartamento al piano terreno mentre il Perozzi viene sorpreso con la sua amante dal marito di lei.

 

FONTI CONSULTATE

Per Venezia:

  • P.Canestrelli, M.Mandich, P.A.Pirazzoli, A.Tomasin, “Venti,depressioni e sesse: perturbazioni delle maree a Venezia (1951-2000)”, 2001, Venezia, Centro Previsioni e Segnalazioni Maree.
  • Previsioni delle altezze di marea per il bacino di San Marco e delle velocità di corrente per il Canal Porto di Lido” – “Laguna di Venezia” – “Valori Astronomici”, 2001, Venezia, Centro Previsioni e Segnalazioni Maree.

Per Firenze:

  • Angeli del fango”, Erasmo D’Angelis, Giunti, Prato, 2006.
  • Dizionario dell’Arno”, Giovanni Menduni, AIDA, Firenze, 2006.
  • Firenze dal centro alla periferia”, Marco Conti, Alberto Di Cintio e Sergio Sestini, F&F Parretti Grafiche, Firenze, 1985.
  • Firenze Guerra&Alluvione”, Paolo Paoletti e Mario Carniani, Becocci Editore, Firenze, 1991.
  • Il diluvio su Campi”, numero unico a cura del Comune di Campi Bisenzio, La Tipografica Pratese, Prato, 1967.
  • Campi Bisenzio, i giorni dell’alluvione 1966-1991”, Fabrizio Nucci, Idest, Campi Bisenzio, 1996.
  • La miglior genia”, Fabrizio Nucci e Debora Pellegrinotti, Nuova Toscana Editrice, Campi Bisenzio, 2002.
  • Brozzi e la Madonna del Pozzo”, Carlo Celso Calzolai, Centro Stampa “Toscana Nuova”, Firenze, 1984.
  • Piero Bargellini, Lelia Cartei Bargellini, “Il miracolo di Firenze. I giorni dell’alluvione e gli ‘angioli del fango’”, Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2006.

 

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scor-data» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio sul 4 novembre avevo anche queste ipotesi: 1577: nasce Francois Leclerc du Tremblay; 1780: rivolta Tupac Amaru; 1791; la più grande sconfitta dell’esercito Usa contro i pellerossa; 1908; nasce Rotblat; 1911: la Germania consente alla Francia di prendersi il Marocco; 1922: scoperta tomba Tutankamen; 1954: Triste torna all’Italia e De Nozza viene nominato questore; 1961: per un errore del radar si rischia la guerra atomica; 1965: a Roma raid contro i «capelloni»; 1972: a Londra prima Tac; 1994: peschereccio affondato in Puglia dalla Nato; 1995: ucciso Rabin; 2002: accordo (mezza truffa) per certificare i diamanti; 2003: dimezzata la pena agli assassini di Ion Cazacu; 2009: sentenza rapimento Abu Omar; 2010: muore Leonard Shepu, dopo un mese d’agonia, quarto operaio morto alla Eureco di Paderno e lo stesso giorno Dell’Utri è assolto (e fa titolo). E a ben cercare chissà quante altre «scor-date» si troverebbero.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

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