Scor-data: 6 settembre 1971

Uruguay: la fuga dei tupamaros dal carcere di Punta Carretas

di David Lifodi (*)  

È l’alba del 6 settembre 1971 quando va in scena la fuga di massa dei tupamaros dal carcere uruguayano di Punta Carretas, a Montevideo: “un’epopea”, la definirà Mauricio Rosencof, uno dei guerriglieri che si fece beffe del sistema carcerario dell’allora presidente Jorge Pacheco Areco.

Quell’evasione, che sembrava aver segnato un punto a favore del Movimiento de Liberación Nacional – Tupamaros (Mln), se da una parte esaltò e mise in risalto il coraggio e la forza della guerriglia, dall’altro non fu l’anticipo di un avvenire radioso per l’Uruguay. Le elezioni farsa del novembre 1973, che consacrarono alla presidenza Juan María Bordaberry, delfino di Pacheco, servirono per l’instaurazione di una dittatura militare protrattasi fino al 1985. Jorge Zabalza, uno dei leader dei tupamaros, ricorda che al carcere di Punta Carretas i progetti di fuga erano all’ordine del giorno e tutti i detenuti vi lavoravano per creare le premesse di quella che resta tuttora agli annali come l’evasione del maggior numero di reclusi da un istituto penitenziario: furono 111 in tutto, compresi cinque carcerati comuni. In un’intervista a Pagina/12 lo stesso Zabalza sottolinea come quell’evasione paradossalmente rappresentò l’inizio del colpo di stato: il giorno successivo alla fuga il governo convocò l’esercito per un severo giro di vite nei confronti delle formazioni guerrigliere e, proprio quando sembrava che i tupamaros potessero rovesciare il regime autoritario di Pacheco Areco, arrivò invece la svolta in senso repressivo. “Fummo sconfitti militarmente”, ricorda Mauricio Rosencof, “ma l’etica, la forza delle idee, la militanza e il riconoscimento della gente rimasero”. Nel carcere penale di Punta Carretas, dove oggi sorge uno shopping centre (un non-luogo che non rende onore all’azione della guerriglia) erano detenuti non solo i quadri, ma tutti i vertici dell’Mln, compreso l’attuale presidente del paese Pepe Mujica, il ministro della Difesa Eleuterio Fernández Huidobro e Raúl Sendic, leader del movimento e autore del celebre articolo “Aspettando il guerrigliero”, in cui rendeva ufficiale l’abbandono del Partito Socialista per entrare nel movimento tupamaro. Il carcere di Punta Carretas era composto da quattro piani, ciascuno con 48 celle: tra il secondo e il terzo piano erano detenuti la maggior parte dei prigionieri politici uruguayani.  Costruita agli inizi del XX secolo, la prigione era balzata agli onori della cronaca nel 1931, quando un gruppo di otto anarchici riuscì a fuggire scavando un tunnel sotterraneo. I tupamaros forarono le celle del terzo piano e sfruttarono proprio quella di via di fuga verso la libertà già utilizzata dagli anarchici e ampliata affinché tutti potessero scappare. Quando chiesero a Raúl Sendic in quanti avrebbero dovuto fuggire, quello che è passato alla storia come il Che Guevara uruguayano rispose: “Tutti”. I detenuti ampliarono gli scavi degli anarchici  e costruirono più tunnel: la via di fuga sotterranea era lunga 44 metri e riuscirono ad uscire tutti senza sparare un colpo, nonostante il Mln fosse abituato a scontri durissimi anche per occupare i penitenziari e liberare tutti i detenuti, come avvenne con la presa del carcere di Pando, che costò la vita al fratello di Jorge Zabalza. Il Movimiento de Liberación Nacional – Tupamaros era nato alla metà degli anni ’60, ma si impose sulla scena dal 1968, in corrispondenza con la presidenza di Pacheco Areco, le sue restrizioni alle libertà fondamentali e l’adesione del paese alle teorie fondomonetariste. Areco era un colorado di destra che per tutto il suo mandato governò a colpi di decreti di stato d’assedio, mise fuori legge i sindacati e abolì la libertà di stampa. Al tempo stesso i tupamaros alla guerriglia urbana erano abituati: fin dal 1965 nei quartieri popolari di Montevideo erano sorti dei comitati popolari di autodifesa che agivano nel segno dell’Mln per tutelarsi dagli attacchi della polizia e dai gruppi paramilitari di estrema destra. Un ruolo di primo piano nella fuga fu ricoperto da Raúl Sendic, uno dei lottatori sociali più carismatici di tutto il continente latinoamericano. Nel 1963 organizzò una marcia contadina verso Montevideo all’insegna del celebre slogan “Por la tierra y con Sendic” e dette un impulso fondamentale al nuovo sindacalismo rurale di massa. Quello di Punta Carretas per Sendic non fu l’unico periodo trascorso in carcere. Il 14 aprile 1972, a seguito della rappresaglia governativa dovuta all’uccisione di quattro paramilitari da parte dell’Mln, Sendic fu arrestato dopo una drammatica trattativa conclusasi con una sparatoria: Raúl aveva rifiutato di consegnarsi vivo ai militari e, gravemente ferito, fu condotto in carcere, dove rimase fino al 1985. Le torture a cui fu sottoposto ininterrottamente, al pari di un crudele isolamento, non riuscirono a piegare Sendic, che non giunse mai a patto con i macellai che avevano ridotto il suo paese ad una terra di conquista senza alcun diritto. Il regime lo temeva per la sua capacità di aver risvegliato la coscienza politica delle classi popolari: sostenne e appoggiò le marce dei cañeros, degli azucareros e degli arroceros. La sua morte, il 28 aprile 1989, giunse al termine di una lunga malattia neurologica degenerativa, probabilmente dovuta anche alle torture subite, che i medici individuarono come “male di Charcot”. I suoi funerali, svoltisi nella sede dell’Mln e del Movimiento por la Tierra, dove fu trasferito da Parigi, commossero l’intero paese. Quella generazione che sfidò la dittatura e ancora oggi racconta nuovi aneddoti su quella fuga che ridicolizzò la dittatura, aveva fatto la storia del movimento sociale uruguayano: il primo tunnel che avrebbe condotto i guerriglieri alla libertà fu chiamato Kropotkin, in onore all’ideologo russo dell’anarcocomunismo. A distanza di anni ed anni, molti dei tupamaros hanno proseguito la loro militanza: ad esempio Jorge Zabalza, allora compagno di lotta di Pepe Mujica, ha chiesto all’attuale presidente uruguayano di sospendere l’invio di militari ad Haiti nell’ambito della Minustah (la missione dell’Onu), soprattutto a seguito degli episodi di violenza e abusi che hanno coinvolto alcuni componenti dei battaglioni inviati da Montevideo.  Due anni dopo la fine della dittatura, nel 1987, il Mln scelse la strada della competizione politica legale abbandonando la lotta armata e, nel 1989, fece  il suo ingresso all’interno del Frente Amplio dando vita al Movimiento de Partecipación Popular.

I protagonisti della cosiddetta fuga del siglo rappresentano ancora la parte migliore della società civile uruguayana: certo, il governo di Mujica è più rosa che rosso, diverse sono le contraddizioni all’interno dell’attuale Frente Amplio, ma senza l’eroismo dei componenti dell’Mln e quegli ideali di giustizia e libertà rimasti intatti in molti di loro, probabilmente i frentistas non sarebbero stati premiati dal voto popolare e nemmeno sarebbero giunti alla guida del paese.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. 

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 6 settembre fra l’altro avevo ipotizzato: 3114 avanti Cristo: primo giorno”del calendario Maya; 780 (forse): nasce l’astronomo Ibn Musa Al-Khwarizmi (o Jafar Muhammad Ibn Musa); 1566: muore Solimano; 1785: nel granducato di Modena soppressa l’Inquisizione; 1944: Londra sotto le V2; 1957: muore Gaetano Salvemini; 2000: Wojtyla esorcista senza successo; 2001: dopo 7171 giorni Luigi Scricciolo viene prosciolto da tutte le accuse (in blog se ne è già parlato); 2008: un poliziotto uccide un barbone a Milano. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Gli ex tupa che governano l’ Uruguay confermano il detto: rivoluzionari da giovani, socialdemocratici, se va bene, da vecchi.
    L’Uruguay dopo essere stato nero e’ oggi rosa.
    Il rosso in latinoamerica e’ stato sconfitto negli anni 60, 70 ed 80: i due MIR, Che Guevara, Sendero, MRTA e via dicendo. Ma ha lasciato del buono e la guerra per il socialismo e’ ancora aperta. Vi sono dei segni positivi, l’ esistenza di Cuba e di governi progressisti anti USA, il movimento bolivariano per non parlare delle lotte sociale e di quella dei popoli originari, popolo Mapuche in testa.

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