Scor-data: Marcinelle, 8 agosto 1956

Intervista ad Anna Maria Pelone, figlia di un minatore

di Sabatino Annecchiarico (*)  

 Anna Maria Pelone è figlia di un minatore italiano in Belgio, nata a Jumet, nell’autunno del ’54. Anni duri, quelli alla fine della seconda guerra mondiale, per i migranti e per gli altri italiani. L’avventura bellica del fascismo che aveva trascinato un intero popolo alla fame e alla povertà generò un’altra ondata di emigrazione forzata. Milioni d’italiani emigrarono in quegli anni. Chi in America, sia quella del nord o quella del sud, chi in Australia o in Germania come in Belgio, alla ricerca di altri orizzonti.
Il Belgio tristemente richiama – con le sue miniere di carbone, la memoria di tanti emigranti di ieri, così come accade oggi ad altri che arrivano in Italia – la consapevolezza di cosa vuol dire il sacrificio di vita di essere un emigrante. Proprio quest’otto agosto, la memoria ci porta a quello stesso giorno del 1956, quando 262 minatori di più nazioni d’Europa lasciarono le loro speranze e i sogni sepolti a oltre 800 metri di profondità nella miniera della S.A. Charbonnages du Cazier di Marcinelle. Delle 262 vittime, gli italiani erano 136. Un numero che ingrossa le file degli 867 che, come loro, persero la vita da emigranti nelle viscere delle miniere del Belgio nei anni ’50, per onorare l’accordo che lo Stato italiano siglò il 23 giugno del 1946 con lo Stato del Belgio: bracciante-minatore-uomo per carbone. Un carbone garantito soprattutto alle industrie dell’acciaio italiane.
LEI ERA IN BELGIO QUANDO È SUCCESSA LA SCIAGURA DI MARCINELLE?

«Ero molto piccola e abitavamo non lontano dalla miniera della sciagura. Mio padre, che lavorava in un’altra miniera della zona, fu richiamato assieme agli altri con urgenza in superficie quando avvenne la tragedia per soccorrere gli infortunati, cosa che poi non gli fu permesso di fare. Non davano molte notizie di cosa veramente fosse accaduto, ma loro capirono subito che si trattava di qualcosa di molto grave, diverso da altre volte quando lasciavano noi familiari col fiato sospeso. Un fiato sospeso che faceva parte delle famiglie dei minatori.
Ricordo una volta che mio padre non uscì alla fine del suo turno e mia madre assieme ad altre donne con i loro figli aspettarono la fine del secondo turno di lavoro per rivedere i loro cari. Racconta mia madre dell’attesa all’uscita della miniera sostenendomi in braccio, avevo pochi mesi, aspettarono per ore e ore l’uscita di qualche minatore dai cunicoli. Ad un tratto cominciarono ad uscire degli uomini la cui identità era cancellata dall‘annerimento della terra, fumo e carbone. Tutti uguali. Tutto uguale il fiato sospeso di chi era lì fuori ad attendere da ore. Ad un tratto, racconta sempre mia madre, un uomo che si separò dalla fila degli uomini che uscivano silenziosamente, mi fece un segno di carezza nella guancia. Era mio padre. D’identità cancellata come gli altri, e con gli altri, aveva in comune il tinto nero in tutto il corpo e la stanchezza della fatica. Avevano lavorato un doppio turno senza uscire per ore e ore, e senza che nessuno ci avvisasse né a noi né alle altre famiglie. Le informazioni alle famiglie non sempre avevano la cura o attenzione che si meritavano. Così come accade nelle prime ore della sciagura di Marcinelle. E questo fiato sospeso, era di tutti i giorni
».

BASTA RICORDARE CHE LE PRIME DUE VITTIME SONO STATE ESTRATTE DOPO 11 GIORNI, PER CAPIRE CON QUALE ANIMO SI VIVEVA DA FAMILIARE DI MINATORE. MA OLTRE AL FIATO SOSPESO, DEL TUTTO COMPRENSIBILE IN QUELLE CONDIZIONI, COME ERA LA VOSTRA VITA QUOTIDIANA?
«Si viveva in case tipo baracche, assieme ad altre famiglie. Ognuna occupava una stanza. Ricordo, dai racconti di mia madre, che la nostra era condivisa con un’altra famiglia di italiani senza che ci fosse un’intimità all’interno. Per entrare nella nostra stanza dormitorio, dovevamo attraversare la loro camera e viceversa loro per andare in cucina, che era in comune a tutte le famiglie della baracca, dovevano attraversare la nostra stanza.
Poi, l’acqua si doveva andare a prenderla fuori con una bacinella. Ovviamente i servizi erano fuori staccati dalle baracche. Chi aveva figli piccoli, poteva mandarli a scuola dove andavano tutti i figli dei minatori stranieri. Le donne si occupavano del resto, come casalinghe sempre in attesa del ritorno del marito
».

La famiglia di Giovanni Pelone e Antonia Di Amato, genitori della primogenita Anna, assieme ad altri due figli, ha fatto parte dell’accordo fra Stati che prevedeva 50.000 minatori al ritmo di 2.000 a settimana, che convogli di treno trasportarono prevalentemente da Milano, tutti i lunedì, dopo lunghe attese e lunghe pratiche amministrative e visite mediche, per arrivare in Belgio nel pomeriggio del giorno dopo, in un viaggio con carrozze chiuse e senza fermate, per non “perdere” qualche emigrante italiano durante l’attraversata della Svizzera.

COME È STATA PER LA SUA MAMMA QUESTA ESPERIENZA?
«Per lei è stato un periodo felice, forze il migliore. Da tener conto che nella sua infanzia, in Abruzzo, non c’erano tante scuole e in Belgio c’era questo asilo per noi che la rendeva felice. Sempre in Abruzzo lei lavorava da piccola in campagna , mangiava e dormiva il più delle volte proprio dove lavorava. In Belgio aveva casa, famiglia e il marito che lavorava, anche se da minatore. Poi in Italia durante la sua adolescenza c’è stata la guerra, che l’ha vissuta in pieno. In queste condizioni per lei era una gioia l’esperienza del Belgio. Purtroppo però mio padre morì anni dopo in Italia per la silicosi contratta nelle miniere del Belgio».

ERAVATE IN BELGIO QUANDO AVETE SCOPERTO CHE LUI ERA AMMALATO?
«Per caso mio padre scoprì di essere ammalato in una visita medica di routine già in Italia. Lui è morto nel 1967, sei mesi dopo la scoperta della silicosi. I suoi polmoni non erano sani come quando partirono per le miniere del Belgio. Prima della loro partenza per il Belgio facevano le visite mediche e quelli che non erano a posto con la salute non potevano partire».

E PER CHI SI AMMALAVA ANCORA LAVORANDO IN MINIERA?

«C’è stato il caso di un ragazzo del nostro paese, in Abruzzo, che rifiutava di scendere in miniera perché si sentiva male. Siccome il trattato non lo consentiva, fu subito accompagnato in frontiera con la forza e rispedito in Italia. Così era la legge in quei tempi in Belgio per i lavoratori stranieri. Questo avveniva spesso con chi non era in condizioni fisiche di lavoro o non era in grado di affrontare il mestiere del minatore. Era una legge concordata con lo Stato italiano. Una legge anche italiana per gli accordi fatti».

LO STATO DEL BELGIO HA RISARCITO IN QUALCHE MODO LA VOSTRA FAMIGLIA?

«No».

LO AVEVATE RICHIESTO?

«Mai abbiamo saputo che si potesse richiedere. Mai nessuno ci ha informato».

SONO RIMASTI ALTRI LEGAMI CON IL BELGIO?

«No».

E LO STATO ITALIANO?
«Mai ci ha detto qualcosa al riguardo. Mai una lettera o una comunicazione e l’INAIL lo sapeva che mio padre era morto e il perché della sua morte».

UFFICIALMENTE PER LO STATO ITALIANO, PERCHÉ E MORTO?

«Per malattia professionale».

LEI È NATA IN BELGIO, QUINDI È CITTADINA BELGA?
«No, sono cittadina italiana».

Le miniere del Belgio hanno lasciato nella recente storia oltre mille morti, più di 35.000 invalidi e quasi tutti affetti dalla silicosi fra i 140.000 emigrati-minatori. L’accordo del ’46, così detto “uomo per carbone”, fra lo Stato italiano e quello del Belgio, si concluse dopo la sciagura di Marcinelle.

(*) Questo articolo pubblicato fu pubblicato, 10 anni fa, dall’agenzia on line «Migra News» e venne poi ripreso da più testate.

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Domenico Stimolo

    8 agosto 1956: Marcinelle, miniera di carbone, 262 morti, di cui 136 i minatori emigranti italiani.
    ” Lu treno di lu suli”
    del grande cantastorie siciliano
    Ciccio Busacca
    https://youtu.be/IUcjf4QtwKA?si=2ud5Rsmq6n8qOEQW

  • ABBIAMO RICEVUTO QUESTO RICORDO di VITO TOTIRE
    Marcinelle 8.8.1956 : la strage di lavoratori continua ininterrottamente; dobbiamo fermarla

    Ricordi appannati e molta retorica accompagnano abitualmente l’anniversario della strage di Marcinelle: 262 morti di cui 136 italiani .
    E’ sulla presenza degli italiani che si è innestata una delle peggiori ipocrisie del dopoguerra, cavalcata in particolare da un parte del ceto politico; la decisione di decretare l’8 agosto come “giornata del lavoratore italiano all’estero” è una grave mistificazione; da molti anni proponiamo che , quantomeno, si debba parlare di “giornata del lavoratore immigrato” se si vuole realisticamente affrontare il tema di
    una particolare condizione di vulnerabilità che si manifesta comunque tragicamente in tutti i Paesi del mondo. Certo i dati epidemiologici sono estremamente chiari: il lavoro precario/interinale è ancora più a rischio del lavoro dell’immigrato; in sostanza gli immigrati sono più vulnerabili non per il colore della pelle o per questioni si barriere linguistiche (non che queste non siano importanti ma sarebbero
    agevolmente gestibili con adeguati percorsi di formazione, troppo spesso o sistematicamente elusi); gli immigrati sono più a rischio perché precari.
    Non può, nell’anniversario della strage di Marcinelle, non venire in mente la morte dei due giovani lavoratori egiziani avvenuta in provincia di Venezia qualche giorno fa: Ziad e Sayed ; uccisi dalle esalazioni di gas fognari.
    Ogni omicidio sul lavoro ne richiama alla memoria altri ; prima di Marcinelle vi fu una altra strage in Italia nella miniera di Ribolla della Montecatini con 43 morti; prima di Ziad e Sayed ci fu la strage di
    Casteldaccia in Sicilia consumatasi con dinamiche molto simili.
    Ziad e Sayed (secondo le cronache) lavoravano “in nero” , come “in nero” lavoravano due dei tre morti nel cantiere edile di Napoli qualche giorno fa.
    E in che condizioni lavoravano gli operai che sono morti negli ultimi mesi nelle miniere sudafricane ? la domanda è retorica e la risposta, visti i fatti di cronaca, è scontata: lavoravano in condizioni schiavistiche.
    Cosa poteva salvare Ziad e Sayed ? La semplice conoscenza del rischio e qualche decina di euro per due buone maschere antigas.
    Certi economisti “naifs” continuano a sostenere che ogni dollaro investito in prevenzione e sicurezza (significativamente la moneta citata è il dollaro) determina un guadagno di 6 dollari; quello su cui questi economisti “sorvolano” è che i padroni non intendono spendere un dollaro oggi perché la collettività ne guadagni domani sei. Il sistema economico capitalistico è marcio: è fondato sulla accumulazione di profitti privati che scaricano spese, costi , impatto ambientale e impatto sanitario
    (pensiamo ai morti per malattie professionali) sulla collettività.
    In questo grave momento storico di guerre e di diffuso neoschiavismo in tutto il mondo , radicato pesantemente anche nelle aree geografiche occidentali “ricche” ,
    RICORDIAMO I MORTI DI MARCINELLE E TUTTI GLI ALTRI MORTI DI OGNI PAESE
    RISPONDIAMO ALLE RIMOZIONI E ALLE IPOCRISIE CON UN MESSAGGIO CHIARO:
    fino a quando i lavoratori saranno considerati oggetto passivo di vigilanza non arriveremo mai a garantire prevenzione e sicurezza
    SIAMO ASSOLUTAMENTE FAVOREVOLI ALL’AUMENTO DELLA VIGILANZA, ANZI QUESTA è TANTO PIU’ NECESSARIA QUANTO PIU’ I LAVORATORI SONO DEBOLI
    TUTTAVIA SI RIUSCIRA’ A CONTRASTARE EFFICACEMENTE LA POLITICA STRAGISTA E SCHIAVISTA SOLO CON UN RADICALE MUTAMENTO DEI RAPPORTI DI FORZA TRA CAPITALE E LAVORO
    ORGANIZZIAMO OVUNQUE POSSIBILE I GRUPPI OPERAI OMOGENEI COME STRUMENTO DI ANALISI, DI VALUTAZIONE DEL RISCHIO E DI CONTROPOTERE DEI LAVORATORI.
    Bando alle ipocrisie : l’8 agosto diventi la giornata mondiale del lavoratore , immigrato o autoctono che sia
    NOSTRA PATRIA E’ IL MONDO INTERO, NOSTRA LEGGE E’ LA LIBERTA’
    Vito Totire è medico del lavoro e portavoce RETE NAZIONALE LAVORO SICURO
    Bologna, 7.8.2025

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