Scor-date: dal 1 febbraio 1969

Gli studenti ciechi di Padova protestano e la polizia li picchia (*)

I materiali qui sotto sintetizzati sono tratti dal volume «La repressione oltre i limiti dell’assurdo: la rivolta degli studenti ciechi di Padova», curato dal gruppo Mounier di Verona e pubblicato da Jaca Book (ma ormai introvabile) e che uno dei protagonisti mi ha fatto avere.

Nella prefazione del libro si legge.

Crediamo che l’intervento della polizia al Configliachi, l’istituto per ciechi di Padova, sia esemplare nel suo genere.

– la prova più lampante che la repressione non risparmia nessuno. Ora manca soltanto che i Celerini picchino i focomelici e poi le hanno fatte tutte.

Lunedì 7 febbraio, il Movimento studentesco dell’Università di Padova distribuiva questo volantino:

Repressione oltre i limiti dell’assurdo! La polizia si scaglia contro i ciechi! Gli studenti ciechi del Configliachi chiedevano migliori condizioni di vita e di assistenza!

L’Istituto dei ciechi Configliachi è occupato da una settimana dai 320 convittori. Venerdì la polizia è intervenuta per la prima volta cacciando a forza alcuni universitari ciechi di Bologna invitati dall’Assemblea occupante e caricandoli in cellulare li ha portati in questura dove sono stati schedati. Sabato sotto la rinnovata e pressante richiesta degli occupanti gli universitari bolognesi sono tornati nell’istituto. Alle 13 dello stesso giorno più di 200 poliziotti appoggiati da carabinieri e vigili del fuoco hanno assalito l’edificio, fracassando i vetri e penetrando nell’interno; hanno caricato i ciechi occupanti travolgendoli e provocando alcuni feriti, le grida dei bambini spaventati si udivano fino all’esterno. Gli universitari questa volta sono stati a lungo interrogati e denunciati alla magistratura. I convittori occupando volevano condizioni più umane nel loro collegio-gabbia da sempre. Si sono però resi conto che il loro disagio è manifestamente inserito in un contesto sociale che fa di loro una categoria di «esclusi». Li relega in un ghetto di isolamento, e per di più li sfrutta per i suoi fini:

Materialmente attraverso i maneggi economici propri del sottobosco delle «Pie Istituzioni», attraverso una sottoccupazione di tipo carcerario a salari irrisori;

Politicamente, attraverso manipolazioni elettorali come le altre categorie di minorati fisici: 10000 voti alla DC nel Cottolengo;

Ideologicamente, attraverso una educazione condizionata a tutti i livelli. I ciechi sono il simbolo coatto dell’accettazione passiva della propria condizione, strumento dunque dei troppi interessati a perpetuare questa situazione.

I ciechi del Configliachi e di tutta Italia rifiutano la condizione di sfruttati. Incominciano a fare politica, e la politica per loro non deve esistere. Non a caso la polizia interviene quando il discorso si generalizza e investe le strutture della nostra società, quando i ciechi escono dal loro isolamento e trovano collegamenti con forze esterne. «Ho appreso di più in questi giorni d’occupazione e di assemblee che in tutti gli anni di Istituto» ha detto uno di loro.

Sempre quando diverse forze sociali unite richiedono mutamenti radicali, la repressione interviene e colpisce indiscriminatamente operai, contadini, studenti e tutti gli altri movimenti eversivi.

Di fronte all’occupazione i «Benefattori» rivelano il loro volto di padroni: è certa la «serrata» al Configliachi. Stanno già spedendo a casa tutti gli allievi interni!

Dobbiamo rifiutare questo tipo di logica repressiva!

Interveniamo tutti alla conferenza degli studenti ciechi di Bologna e di Padova

lunedì 17–ore 16,30 al Liviano—Piazza Capitaniato

Movimento Studentesco

Cronaca delle agitazioni

I convittori dell’Istituto per ciechi Configliachi di Padova sono 320 fra ragazzi e ragazze.

Provengono da parecchie regioni italiane.

Sono di età variabile dai 3 ai 27 anni.

Frequentano vari tipi di scuole: elementari, medie, professionali (massaggiatori e centralinisti), scuole superiori pubbliche (magistrali e licei). Per ognuno di essi la provincia d’origine paga all’istituto 600.000 lire all’anno.

Novembre 1968

Gli studenti della scuola interna per massaggiatori scende in sciopero.

Sono 36 ragazzi in tutto.

L’agitazione è motivata dal cattivo funzionamento della scuola.

Mancano libri di testo di fisiologia e di anatomia in Braille. Le ore di lezione settimanali sono troppo poche. Due ore per il primo anno, tre ore per il secondo. A Firenze in una scuola simile le ore settimanali sono 12 per il primo anno e 16 per il secondo.

Il diploma di «massaggiatore» con il quale escono dal Configliachi è dequalificato.

Con questa agitazione ottengono soltanto che le ore di lezione vengano portate a sei.

Febbraio 1969

I ragazzi tornano dalle vacanze. Il malcontento cresce. Il vitto è schifoso, c’è sporcizia.

Incominciano a parlare. Per discutere senza essere controllati si trovano nei gabinetti.

Vengono a sapere che in novembre era stato occupato l’istituto per ciechi di Brescia.

Domenica 9 febbraio

Sul «Gazzettino» compare un articolo firmato dal dottor Rizzo che denuncia la condizione dell’istituto.

Successivamente vengono espulsi due «assistenti» ben voluti dai ragazzi. Sono studenti universitari che facevano questo lavoro per 30.000 lire al mese. Dopo l’articolo del «Gazzettino», temendo un’ispezione dei genitori, la direzione fa pulire accuratamente i gabinetti.

Lunedì 10 febbraio

Alle 3,10 del mattino inizia l’occupazione.

Il direttore convittuale, don Ettore Favarin, spaventato si rinchiude nella propria camera. Viene abbattuta la porta che divide i ragazzi dalle ragazze. Tramite gli altoparlanti si radunano tutti i convittori. Vengono disposti i picchetti alle porte.

Alle 6,30 telefonano ai giornali. Per telefono avvisano i compagni dell’istituto per ciechi Cavazza di Bologna, e chiedono loro di venire. I bolognesi arrivano il pomeriggio.

Cominciano a spiegare come si tiene un’assemblea. Discutendo assieme iniziano ad allargare i problemi e a parlare di «politica». Telefonano a tutte le Provincie di provenienza dei ragazzi per avvisare di cosa sta succedendo, chiedono che le Provincie si interessino di come vengono spese le 600.000 lire che esse pagano per ogni ragazzo. Solo Nuoro promette l’interessamento.

Intanto le «assistenti» continuano il loro lavoro e i pasti vengono serviti regolarmente. I bambini vengono mandati a scuola e vengono lasciati giocare dove vogliono. Anche i più piccoli sono tranquillissimi. Ad un certo punto arrivano i presidenti dell’Unione Italiana Ciechi e il «consigliere amministrativo cieco». Promettono tutto il loro interessamento e consigliano di smettere con l’occupazione.

I ragazzi chiedono a costoro di esprimere la loro solidarietà sulla stampa. Non se la sentono e vengono invitati ad uscire.

Martedì 11 febbraio

L’occupazione continua regolarmente.

Mercoledì 12 febbraio

Vengono indette assemblee distinte per ogni scuola. I compagni di Bologna «ci insegnano come si tiene un’assemblea e come la si presiede». Viene letto il regolamento dell’istituto e lo si discute.

Durante il pomeriggio viene convocata un’assemblea generale.

Cronaca delle agitazioni

Giovedì 13 febbraio

Viene convocata l’assemblea generale. Con 64 voti favorevoli e 14 contrari viene approvata una mozione nella quale si decide di non discutere con nessun dirigente se prima non si è dimesso dalla carica che ricopre.

Venerdì 14 febbraio

Primo intervento della polizia. I poliziotti entrano nell’istituto in borghese e sbattono fuori i «bolognesi».

Vengono ricostituiti i picchetti.

Nel pomeriggio viene convocata l’assemblea che decide di richiamare i «bolognesi».

Sabato 15 febbraio

Tornano i «bolognesi». Per evitare la polizia entrano attraverso il campo di calcio.

Alle 13, secondo intervento della polizia. Questa volta viene opposta resistenza.

Dopo i tradizionali tre squilli di tromba e «nel nome della legge», duecento poliziotti, coadiuvati dai vigili del fuoco e dall’Arma dei Carabinieri danno l’assalto all’istituto.

Frantumano i vetri del primo piano, dell’ingresso principale e delle porte di servizio. «Non pensavamo che picchiassero. Invece ce le mollarono e sode». A un ragazzo, portato al pronto soccorso, danno dieci punti in una mano. «Ci siamo difesi come potevamo». Un poliziotto e un maresciallo rimangono contusi. Alcuni carabinieri, vedendo i «Celerini» al lavoro, hanno le lacrime agli occhi.

La polizia piantona l’istituto fino alle 17,30. Poi arrivano i «Celerini» i quali continuano il piantonamento. Temevano un’invasione da parte degli universitari di Padova.

Domenica 16 febbraio

Tutti a messa, volontariamente. Fra le altre richieste i ragazzi chiedono che, dopo i 18 anni, non sia obbligatorio andare a messa.

Lunedì 17 febbraio

Arriva l’ultimatum. o escono prima delle 16 oppure l’Amministrazione taglia acqua, luce e viveri.

I ragazzi escono dall’istituto. Alcuni vengono portati direttamente alla ferrovia. Vengono gli studenti di Padova a prendere gli altri e li conducono nelle varie facoltà.

Alla sera c’è una conferenza stampa alla Facoltà di Filosofia alla quale partecipano anche i ragazzi di Bologna.

Dopo l’assemblea, un corteo di duemila persone sfila per Padova.

Più avanti nel libro c’è una lunga, interessantissima intervista a uno dei protagonisti, eccone un passaggio.

Puoi tracciarmi un abbozzo dell’analisi che avete compiuto?

E’ presto detto. Si parte negando che i ciechi siano una categoria in quanto ciechi. Cioè si apre il discorso della divisione della società in classi: capitalisti e salariati, sfruttatori e sfruttati, ricchi e poveri. Si afferma che i ciechi non sono una categoria a parte o «sui generis», ma fanno parte della categoria più ampia degli sfruttati e degli esclusi. Insomma, i ciechi fanno parte del proletariato. Primo perché di fatto provengono dal proletariato, secondo perché sono oggetto di sfruttamento. Gli istituti per i ciechi non sono che un reparto della mastodontica industria degli esclusi. Le fabbriche dell’esclusione non sono meno importanti, nella nostra società, delle fabbriche di produzione. Le une sono funzionali alle altre. Le «fabbriche di ciechi» sono formate da una serie di organismi: gli istituti e l’Unione Italiana Ciechi.

Si rifiuta ancora la tesi secondo la quale la categoria dei ciechi deve rimanere unita a tutti i costi. Unita e apolitica.

Questo è un discorso subdolo e falso. Prima ci dicono di non far politica, poi, per far approvare dal Parlamento le leggi utili alla «categoria» dei ciechi, ci dicono di votare per questo o quel candidato democristiano. Pensa soltanto a ciò. L’onorevole Elcan, sottosegretario alle finanze è presidente dell’Istituto dei ciechi di Bologna, presidente della «federazione nazionale pro-ciechi», presidente dei sordomuti.

E’ cieco?

No. E’ democristiano.

Ci sono ghetti politici, ghetti elettorali che forze di partiti ben precisi hanno interesse a mantenere e a coltivare. Io faccio sempre l’esempio tratto dal libro «Giornata di uno scrutatore» di Calvino dove vien detto che un candidato democristiano ha preso 10.000 voti al Cottolengo di Torino.

[…] Tutte le altre forze politiche e i loro organi di stampa ci hanno seguiti finché si trattava della denuncia tecnica, cioè finché si è trattato di dire «non danno da mangiare sufficientemente», «non c’è assistenza medica», «non c’è pulizia». Questi discorsi è disposto a farli chiunque. Qualunque piccolo-borghese si scandalizza di fronte a fatti del genere. Ma inorridire perché i locali sono gabbioni o i letti sono scomodi è sentimentalismo inutile se non si ha il coraggio e la volontà di portare fino in fondo il discorso. Duemila anni fa Seneca e Varrone facevano discorsi simili nei confronti degli schiavi. Ma il loro sentimentalismo non ha eliminato la schiavitù. Se noi lasciamo che i borghesi continuino a provar «compassione» della nostra cecità, permettiamo che essi abbiano un modo per sfogarsi e per consolarsi.

[…] Così si spiega come il «Gazzettino» e il «Resto del Carlino» che prima ci venivano dietro frignando e piagnucolando sui piatti sporchi e la scarsa igiene dei nostri istituti improvvisamente abbiano cambiato musica ed abbiano incominciato a chiamarci «cinesi». Il padrone ha dato uno strattone alla catena e loro sono rientrati nel canile.

[…] Bisogna che gli sfruttati perdano l’illusione che qualcun altro può risolvere i loro problemi. Il superamento di una situazione di sfruttamento può passare solamente per le teste e per le braccia degli sfruttati. Questa è stata la linea che abbiamo portata avanti nei nostri istituti. Per discutere assieme sono necessari alcuni strumenti tecnici: l’assemblea e i gruppi di studio. Quando si sanno gestire questi due strumenti il metodo educativo è già impostato. La nostra azione è stata essenzialmente questa: fornire ai ragazzi più giovani, dentro ai nostri istituti, questi mezzi di comunicazione e di discussione che il Movimento Studentesco ha collaudato su larga scala.

[…] La gravità della nostra azione politica per il potere costituito è evidente. Introducendo il principio della «democrazia diretta», dell’autogestione delle lotte da parte della base, si nega tutta quella ragnatela di intermediari, i quali, giustamente, sono i primi a sentirsi colpiti e a reagire.

Se osserviamo bene, troviamo un fenomeno molto interessante. Gli individui che fungono da intermediari fra la «categoria» dei ciechi ed il potere non sono solo persone esterne agli istituti. Non bisogna credere che siano solo i preti, le dame di carità e gli speculatori. Certo, ci sono anche questi ed anche costoro hanno delle grosse responsabilità. D’altro canto, dalla categoria dei ciechi emergono alcuni individui i quali riescono a farsi strada e ad integrarsi. Il potere costituito ha capito che per tener buoni gli sfruttati non c’è strumento migliore che prendere uno sfruttato, sollevarlo di una spanna rispetto agli altri, e fargli fare la funzione di carceriere.

[…] Quando gli «zii Tom» non bastano più, vi mandano la polizia.

Vero. E’ quello che è successo al Configliachi di Padova.

[…] Hai visto come la stampa «indipendente» e governativa ha trattato le ultime vicende dei Configliacchi. O non ne parla o mente.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» con riferimento a eventi o persone che per qualche ragione la gente sedicente “per bene” ignora, preferisce dimenticare o rammenta “a rovescio”

Molte le firme e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevissimi, magari solo una citazione, un disegno o una foto.

Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo che sta nascendo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Attivando la memoria anche i “ciechi” possono “vedere” persino nel futuro. Gli ottusi culturali restano invece nel buio dei loro pregiudizi.

  • Questo commento di Giorgio – grazie – mi fa venire in mente un lungo racconto (romanzo breve, se preferite) di John Varley, intitolato “La persistenza della visione” che si svolge in una comunità di sordi-ciechi. Io lo trovo splendido quanto choccante e non mi stanco di consigliarlo. Se avete sotto mano una buona biblioteca di certo lo trovate nella bella antologia “I mutanti” che venne pubblicata da Nord nel 1983 ma oggi purtroppo è fuori catalogo. (db)

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