«Scrivere fantascienza: riflessioni e rifrazioni»

Effemme Dibbì (*) sul libro di Robert Silverberg


«La maggior parte delle persone diventate scrittori di fantascienza sono stati ragazzini un po’ strambi. […] Non siamo, e di gran lunga, una categoria che in gioventù ha trovato facile andare d’accordo con gli altri. Il che spiega perché siamo diventati sognatori, ritirandoci nei nostri mondi privati di straordinaria vivacità; e potrebbe essere per questo, adesso che abbiamo imparato a trasformare quei sogni in dollari e a frequentare con disinvoltura il prossimo, che continuiamo a privilegiare la compagnia dei nostri simili». Così scrive il vecchio Robert Silverberg – ultima star della science fiction nell’età dell’oro – nel saggio che dà il titolo alla raccolta «
Scrivere fantascienza: riflessioni e rifrazioni» finalmente tradotta (quasi 35 anni di ritardo) da Marco Farinelli per 451 Non fiction, la nuova area saggistica delle Edizioni BD, affidata a Giorgio Gianotto (che ha diretto Codice, Baldini&Castoldi e minimum fax).
A metà strada fra il professore matto e il giocatore d’azzardo delle bettole, ma sempre con notevole
charme saggistico, Silverberg (classe 1935) raccoglie qui molti interventi sparsi sulle riviste del settore. Dalla «Lettera a uno scrittore esordiente», al micro saggio «Farsi pubblicare troppo presto», alle «Revisioni», all’immancabile e godibile «Tutto quello che uno scrittore deve sapere» nella prima sezione dedicata alla «Professione». Nella seconda parte – cioè «Colleghi» – ecco i ritratti di Isaac Asimov, Lester Del Rey, John Campbell jr, Robert Heinlein, Philip Dick, Harlan Ellison, Theodore Sturgeon («nessuno può essere all’altezza» sentenzia Silverberg) e bella compagnia. Tutti riusciti tranne il ritratto di James Tiptree jr ovvero Alice Sheldon: neppure il vecchio saggio Silverberg sembra aver capito la beffa (e il dolore) di una scrittrice che si finse uomo.
Umorismo, accattivante divulgazione, trucchi da vecchio mago. «Per diventare scrittori è necessario studiare il mestiere … Individuati i princìpi basici della narrativa tramite osservazione e analisi, occorrerà educare sé stessi alla loro applicazione. Allora, la scrittura è attitudine interamente da autodidatta?». Sì, pagando un prezzo alla solitudine. «N
on riesco a smettere di pensare che la scrittura sia qualcosa che non si apprende in un contesto sociale. Come il fare l’amore è un atto privato… e non sono sicuro che il luogo migliore per fare pratica sia in pubblico». E i suoi consigli, allora? Silverberg è chiaro: «Leggere libri sulla scrittura è una preparazione solitaria per una professione ineluttabilmente solitaria: leggere libri del genere, dialogare mentalmente con il suo autore, partecipare a una taciturna dialettica sull’apprendere: questa cosa mi piace». La solitudine ha funzionato con lui ma ognuno avrà la propria strada, unica e irripetibile.

«Sono molte le cose che dovrete padroneggiare se vorrete praticare l’arte e il mestiere dello scrittore, ma nessuna di loro è segreta, nè confluiscono in un unico grande Segreto. Andate avanti, fate del vostro meglio, vivendo, leggendo, pensando, studiando, applicandovi e cercando risposte, sfruttando tutto ciò che avrete appreso cammin facendo, sperando che ogni giorno sia più profondo e più ricco». Così fece lui, il più prolifico e longevo esponente della “generazione di mezzo” della fantascienza, quella degli anni ’60: come Ursula Le Guin, Delany, ovviamente Dick e Zelazny che non furono etichettabili come i predecessori (superscienze e fs sociologica) o i successivi (cyberpunk). Nella generazione “di mezzo” Silverberg si distinse per i linguaggi innovativi, la grande sperimentazione e l’insofferenza contro gli editori (accusati giustamente di pretendere “il cottimo” da chi scriveva) ma perfino contro il genere: si allontanò dalla fantascienza una prima volta, poi una seconda nel 1976 («decisione irrevocabile» ma fu revocata). Ci ha lasciato un paio di capolavori e alcune schifezze (almeno una dozzina sotto pseudonimo quando appunto era “cottimista) più decine di eccellenti romanzi.

(*) Questo articolo è stato pubblicato – parola più, parola meno – su «Alias» (inserto settimanale del quotidiano «il manifesto») del 31 ottobre con il titolo «Robert Silverberg tra ritratti di illustri collegi e consigli semiseri per debuttanti»)

Effemme Dibbì sono Fabrizio Melodia e Daniele Barbieri quando scrivono insieme.

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Un commento

  • Condivisibile. Unico limite è che espone le singole verità come causa di determinate deformazioni degli addetti ai lavori e del sistema degli addetti ai lavori; e non come effetto di una gestione del potere violento e dispotico, che tendeva, come tende, a instaurare una gestione della cultura “morbida”, asettica, costretta a pensare sempre meno e a dire sempre meno, standardizzandosi. I risultati ultimi di questa politca emergono chiaramente oggi, sono evidenti nello “stile di lavoro” della maggioranza dei “cittadinbi” (esempio: l’insulto al posto del dialogo), nell’abilitazione di professionisti che sanno solo della loro professione, non leggono un libro eterodosso (rispetto alla professione); o comunque non sono in grado di intenderne i risvolti. Gli editori vogliono il cottimo, quasi semza più eccezioni di rilievo (un tempo avevamo gli Einaudi e i Feltrinelli), perché vogliono essere industria nel senso deteriore. Vogliono il prodotto medio, nella tendenza del medio basso. Vogliono prodotti in grado di non distrurbare il manovratore: manovratore non inteso come governo, o solo come governo. Disturbare il pensiero unico; disturbare pensatori e pensieri allineati; disturbare il consumatore e gli stili di vita basati sul consumo… Sarà per questo che la fantascienza, abitata oltre che da “cottimisti” anche da fantasmi che si pongono e pongono domande, è diventato il bersaglio principale degli strali dell’accademia? Credo proprio di sì.
    Grazie comunque dello stimolo offerto dal post.

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