Sembra un capibara ma è lotta di classe

Rivoluzione “carpincha” in Argentina, di Brando Ricci (ripreso da dinamopress.it), e in fondo la recensione di un grandissimo film del 2007, dove al posto dei capibara ci sono dei ragazzi (visto da Francesco Masala)

Storia della (per lo più pacifica) invasione della “gated community” argentina da parte dei capibara: un evento curioso che ha rilanciato la lotta per la Ley de Humedales e ha risvegliato rabbia e dissenso nei confronti delle politiche ambientali e della segregazione di classe

 

Alle ultime elezioni legislative argentine, svoltesi a metà settembre, un uomo si è presentato al seggio elettorale della comunità privata di Nordelta, nella provincia della capitale Buenos Aires, travestito da capibara, il più grande roditore vivente. Potrebbe sembrare una provocazione fine a se stessa, ma è stato, invece, solo l’ultimo capitolo di una vicenda che ha tenuto banco sui giornali e sui social media argentini per oltre un mese, scomodando il parere di intellettuali, architetti e attivisti e dando nuova forza ad almeno una campagna per l’approvazione di una legge ferma da anni al Congresso Nazionale.

Più di tutto, i mammiferi anfibi, abitanti di paludi e delta dei fiumi, hanno ridestato, camminandoci sopra con il loro caratteristico e simpatico indugiare, la “faglia” di classe che in Argentina e in tutto il Sudamerica più che altrove informa e determina con la sua forza tellurica orientamenti delle politiche e del dibattito della società civile. La per lo più pacifica invasione di Nordelta a opera dei capibara, o carpinchos, come sono chiamati in Argentina, è infatti tornata a sollevare questioni decisive come quelle del privilegio e della distruzione degli habitat naturali, diventando un episodio emblematico del rapporto tra l’uomo, la natura e le disuguaglianza sociali ai tempi di pandemia e cambiamenti climatici e finendo per trasformare un gruppo di roditori quasi privo di nemici naturali in un improbabile, o forse estremamente verosimile, esercito di liberazione.

 

 

Bandiere con i carpinchos alle manifestazioni ambientaliste: foto via Multisectorial Humedales

 

 

Nordelta è una ciudad pueblo, o gated community, nella più nota e utilizzata versione inglese, che si trova nel partido di Tigre dell’area metropolitana della capitale, a circa 40 chilometri a nord dal centro di Buenos Aires lungo la costa del delta del fiume Paranà.

È stata fondata da un imprenditore edile nato in Italia, Julián Astolfoni, che lo ha concepito all’inizio degli anni ’70 sull’idea dei Villes Neuves francese. La prima famiglia vi si è stabilita nel 1999. Nel Paese sudamericano le zone come Nordelta possono essere anche definite barrios privados o Argentina country. Tutte queste diciture intendono definire di base delle comunità residenziali auto-segregative delimitate in genere da confini visibili e sorvegliate da personale ad hoc, sorte nei Paesi dell’America Latina a partire dagli anni ’60 per ospitare nuclei familiari ad alto reddito spesso  insoddisfatti dalla gestione ordinaria del welfare e soprattutto della sicurezza.

Nordelta è ritenuta una delle declinazioni più “riuscite” in assoluto di questo modo di concepire le città e l’abitare, da anni oggetto di lodi ma soprattutto di critiche e controversie per il suo carattere esclusivo ed escludente: per fare un esempio, a dicembre del 2018, si è verificata una protesta delle lavoratrici domestiche di questa ricca enclave, che denunciavano sia le condizioni di sfruttamento con cui venivano impiegate sia il “disprezzo” nei loro confronti da parte dei residenti.

Episodi che non trovano posto nel modo in cui Nordelta viene generalmente presentata all’esterno: estesa per circa 1.700 ettari, divisa in 20 diversi quartieri e casa per oltre 35mila persone  la gated community è fornita, si apprende  dal sito della stessa comunità, di «uno dei poli educativi più grandi del Paese dalla proposta migliore e più completa» , frequentato da 4500 studenti, da il campo di golf considerato il più prestigioso del Paese, da 37 tra ristoranti e bar e da un hotel a cinque stelle da 140 stanze. A gestire l’amministrazione del barrio privado, nell’ottica di fare di Nordelta «un modello di sicurezza, ordine e sostenibilità», è l’Asociacion Vecinal Nordelta (Avn), costituita da persone residenti nella comunità.

 

Immagine del quartiere Nordelta: da Commons Wikipedia

 

 

A garantire la sicurezza degli abitanti, con oltre 1000 telecamere piazzate agli ingressi della cittadina e e negli spazi comuni e con più di 300 vigilantes, è la compagnia Securitas Argentina, una della principali aziende del comparto nel Paese sudamericano.

Le garanzie relativa alla tutela di incolumità e privacy hanno attratto negli anni anche personaggi a dir poco controversi come il narcotrafficante colombiano Henry de Jesús López Londoño, noto come Mi Sangre, arrestato nel 2012 proprio in Argentina e condannato a 31 anni di carcere. Sollecitato dai cronisti dopo l’arresto sul perché avesse scelto un luogo ameno come Nordelta per vivere insieme alla moglie e ai due figli, il noto criminale rispose anni fa che «la sicurezza» della gated community aveva «funzionato alla perfezione» impedendo alla polizia della natia Colombia «infiltrata in Argentina di ucciderlo» grazie a una barriera di protezione che semplicemente «non li aveva fatti passare».
A eludere i confini della località invece, sia simbolici che è fisici, è stata la popolazione di capibara che vive nel delta del fiume Paranà da ben prima del 1979 e che l’agosto scorso, dopo anni di convivenza non sempre semplici ma tutto sommato gestibili, ha deciso di “occupare” in massa le strade della ricca comunità adagiata sulle acque salmastre del delta del Paranà, il secondo fiume più lungo del Sudamerica. A motivare questa improvviso sconfinamento, stando a quanto riferito dai media locali dagli stessi residenti di Nordelta, sarebbero stati dei lavori per la costruzione di una clinica, finiti per irrompere nella parte più remota delle paludi e per costringere i roditori a cercare suolo e cibo altrove. I media argentini non hanno perso tempo. Da El Clarìn fino a Pagina/12, passando per la Nacion.

 

 

I principali quotidiani e portali di informazioni del Paese sudamericano hanno rilanciato a decine i video degli animali, una volta intenti a bloccare  in nutriti gruppetti il traffico con la loro goffa camminata, un’altra a fare un bagno in una delle innumerevoli piscine dei residence di Nordelta o a spaventare, di tanto in tanto anche con qualche morso non letale, i cani padronali della cittadina.

 

Sono stati però i social media a elevare i capibara a veri protagonisti dell’inverno argentino e a investirli di un mandato politico che è finito immancabilmente per ridestare alcuni dei grandi temi della politica sudamericana: lo scontro tra le classi, le disuguaglianze e l’esclusione sociali. I carpinchos sono così diventati l’avanguardia di un esproprio di terra e di risorse proletario e ambientalista. I grossi roditori sono stati ritratti nelle vesti del rivoluzionario Che Guevara, assorti nella lettura de Il capitale di Marx. Pugno e chiuso e cappello da barbudos cubano, non sono mancati i riferimenti a eserciti di liberazione “carpinchos” e rivolte organizzate.

Simpatici alla vista, arrivano fino a 130 centimetri di lunghezza e a 65 chili di peso.  Noti per essere animali che vivono in gruppo e che tendono anche  a includere nelle loro relazioni sociali esemplari di altre specie, i capibara sono però stati nominati i massimi interpreti della rivolta prima di tutto in qualità di abitanti originari di Nordelta e quindi anche di vittime più evidenti di un sopruso che, nell’ottica dei più critici, ha permesso alle classi agiate argentine di costruire ovunque in barba a qualsiasi vincolo di tutela del territorio e dell’ambiente.

 

Manifestazione in sostegno alla Ley de Huimedales in Argentina. Foto via Multisectorial Humedales

 

A garantire proprio questa ultima serie di vincoli doveva essere in teoria la Ley de Humedales, un progetto di provvedimento fermo da circa un decennio in Congresso e ormai prossimo a perdere lo status parlamentario. Ne abbiamo parlato con Enrique Viale, avvocato ambientalista e conduttore radiofonico per l’emittente Futurock: «È dal 2013 che alcuni deputati argentini provano a trasformare in legge questa misura», spiega l’attivista. «Nello stesso 2013 e poi quattro anni più tardi, nel 2017, è riuscito a farsi approvare in Senato fallendo però poi l’ok della Camera, e a fine anno potrebbe perdere il suo status parlamentario: questo significherebbe riniziare l’iter tutto da capo».

Alcuni sostenitori della legge, lo scorso agosto, hanno addirittura attraversato a bordo di kayak 350 chilometri del delta del Parana in sette giorni per poi sbarcare, letteralmente, sotto la sede del potere legislativo argentino e manifestare a favore del provvedimento. 

Gli ostacoli che deve oltrepassare la legge, ha evidenziato però Viale, sono numerosi e complessi. «Questa misura va incontro a un’opposizione che ha pochi precedenti nella storia argentina, e deve far fronte alla sforzo congiunto di tre diverse, e potenti, lobby», ha denunciato l’avvocato. «La prima è quella del comparto immobiliare, come ci fa capire la storia di Nordelta. Ma ci sono anche i poteri dietro il settore dell’agrobusiness, a cui interessano le paludi ai fini dello sfruttamento del legname, e quelli che sostengono il comparto minerario. Il suolo degli humedales – ha spiegato infatti Viale – custodisce grandi quantità di litio, il minerale cardine della transizione energetica».

 

Manifestazione fluviale in kayak in sostegno alla Ley de Humedales. Fonte: Multisectorial Humedales

 

Il conduttore di Futurock ha sottolineato che Nordelta è un caso emblematico ma non è certo l’unico. A delineare le coordinate del problema è stato un rapporto pubblicato a settembre da Greenpeace Argentina, denominato in modo piuttosto inequivocabile Rapporto carpincho, che in modo anche provocatorio prova a rispondere alla domanda, altrettanto chiara, «Chi ha invaso veramente chi?». Il documento della Ong ambientalista ha rilanciato i dati della Fondacion humedales, che certificano la presenza di 543 gated community lungo il territorio del delta del Paranà, con numeri aggiornati al 2018.  A oggi il 13 per cento dei circa 247mila ettari dell’ecosistema sono edificati. Un dato questo, che secondo Greenpeace determina un cambio degli humedales da luoghi anfibi a sempre più terrestri.

La situazione è complessa, ma ora c’è una consapevolezza sul tema che prima non c’era. Il merito, ne è convinto Viale, è anche di quella che lui definisce senza indugi «la rivoluzione carpincha», che «è riuscita a portare alla ribalta in pochissimo tempo temi dei quali noi ambientalisti parliamo da anni».

In molti osservatori concordano con l’avvocato. In un editoriale pubblicato a inizio mese su un quotidiano argentino si è evidenziato come i capibara abbiano «vinto la sfida dell’empatia», riuscendo a «riportare in agenda la Ley de humedales». Nell’articolo si è sottolineato inoltre il paradosso delle classi agiati argentine, che sceglierebbero la natura, preferendola al caos cittadino, per poi accorgersi che la loro «felicità campestre e bucolica» termina nel momento stesso in cui entrano in contatto con le caratteristiche tipiche di un ambiente meno antropizzato.

La questione dei carpinchos, al netto delle caratteristiche puramente argentine della questione, non è poi così dissimile da tante altre che stanno facendo capolino sui media di tutto il mondo da diverso tempo, a partire dalla massiccia presenza dei cinghiali in alcune zone del nord di Roma, principale argomento degli ultimi giorni del dibattito elettorale per le municipali capitoline previste per questo fine settimana. Ad aver sottilmente contribuito ad aumentare l’interesse sul tema, questa almeno la tesi di chi scrive, potrebbe essere  stata anche la pandemia.

È proprio nello spazio di confine tra le specie che il virus responsabile del Covid-19, come tanti altri prima di lui, è passato da un animale all’uomo. I rischi connessi alla sottrazione di terra agli habitat naturali si sono fatti d’un tratto più evidenti, quasi come se gli agenti patogeni fossero un traccia della foresta che fu che continua ad aleggiare nell’atmosfera delle grandi metropoli che crescono a discapito di selve, coste e deserti e dei loro abitanti. Da qui anche si spiega, forse, il sostegno popolare alla rivoluzione carpincha che ha assediato, e forse tornerà ad assediare, la ricca Nordelta.

da qui

 

 

La zona – Rodrigo Plà

 

Se pensate che questo sia il migliore dei mondi possibili state lontano da questo film, potrebbe farvi male.

In un territorio i ricchi si chiudono in una cittadella fortificata, protetta da muri e guardie, come se nel modo esistessero cose del genere, che fantasia il regista e la sceneggiatrice Laura Santullo, nel 2007.

In realtà il mondo è così, e chi sta solo da una delle due parti non sa bene cosa c’è dall’altra parte, ma se ha occhi e orecchie aperte lo capisce bene.

Un po’ thriller, e molto politico.

Il film l’ho visto a suo tempo al cinema, Nanni Moretti aveva comprato i diritti e nel 2007 è apparso in qualche piccolo cinema.

Uno dei film più importanti e inquietanti, senza bisogno di nessun effetto speciale, degli ultimi vent’anni, secondo me.

Cercatelo e cercatelo ancora, per un periodo è stato su Raiplay, adesso non più, ma cercando bene si trova, il dvd esiste ancora.

Buona (imperdibile) visione

https://markx7.blogspot.com/2021/10/la-zona-rodrigo-pla.html

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *