Su Roma e altre strane cose perdute

Riflessioni di Fabio Troncarelli

Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
l’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
perché quando saranno passati amori e battaglie
nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza

non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota,
il poco, il meno il non abbastanza

S. Benni

Ordet vuol dire parola. Parola di vita. Il grande assente dalla vita di tutti. Il mio “peccato originale” di cui non riesco a pentirmi è di essermi dedicato tutta la vita alle parole, parlando di cose di cui non è bene parlare. Per farlo ho usato parole che non devono essere usate, come quelle del dialetto della mia città.

La mia città… Un’allegoria della vita dei nostri giorni, tragica e grottesca. Qualcosa che nessuno vuole conoscere o riconoscere. Se penso ai poeti che si sono occupati di Roma nel Novecento e non solo ai poeti ma anche agli scrittori, agli uomini di teatro, ai pittori, ai registi cinematografici io, che sono romano da molte generazioni, sento amarezza, rammarico, delusione.

Con poche eccezioni la maggioranza degli artisti che vive a Roma la ignora. Per carità, a parole non c’è altro che Roma nella loro bocca. Ma guardiamo i fatti. Proviamo a rileggere libri illeggibili come La romana di Moravia. Cosa ci resta in mano? Personaggi di cartapesta, un coacervo di luoghi comuni spacciati per profondissime riflessioni, una serie infinita e assillante di chiacchiere su Roma, sulle quali chiacchiereranno in seconda battuta i giornalisti e in terza battuta coloro che conoscono il mondo solo attraverso le chiacchiere. Ma Roma dove sta? Roma, quella vera, compare a sprazzi in opere come Ladri di biciclette o Roma città aperta: ma la stagione del neorealismo dura poco e lascia la scena alla commedia, al grottesco, al sub-realismo; a un’infinita serie di bozzetti, di macchiette, a volte geniali, a volte banali, frutto degli ingegni di una folla di epigoni di Plauto o al massimo di Terenzio. La poesia di Roma scompare con Europa 51. Parlo di poesia a proposito del cinema perché questo cinema è lirismo puro travestito da immagini. Ma anche se volessi parlare della poesia in senso stretto e mi limitassi a esaminare i poeti che parlano di Roma nel Novecento, lo sconforto sarebbe lo stesso. Vogliamo dunque sostenere che nessun poeta del Novecento ha scritto qualcosa di interessante su Roma? Non si può fare di ogni erba un fascio. Ci sono tanti autori che hanno scritto bei versi su Roma ma compare solo sullo sfondo e i poeti alternano empiti lirici e bric-à-brac, come avviene in centinaia di martellanti versi di D’Annunzio o Pasolini, incarnazioni viventi del detto: Dal sublime al ridicolo non c’è che un passo.

Ma il punto non è questo. Anche ammettendo che vi siano poeti veri, che scrivono vera poesia su una via di Roma, su un panorama di Roma, sulle rovine di Roma, resta il fatto che, nella maggior parte dei casi la città è un fantasma e l’unica cosa che conta è l’Ego del poeta. E se i poeti rappresentano una piazza non importa se quella piazza somiglia alle piazze metafisiche di De Chirico, alle piazze allucinate di Scipione o alle piazze sconvolte da un vortice di Boccioni: conta che sono deserte, disabitate, prive di uomini o di presenze umane riconoscibili.

Non mancano i versi. Manca l’anima. Roma è una quinta di teatro, uno scenario di fronte al quale recitare la parte del poeta vate o del poeta schivo: al massimo, una città perduta contro cui scagliare invettive, la muta testimone dei furori di autori così impegnati a essere impegnati da non avere tempo di impegnarsi ad ascoltare. Ascoltare cosa? Ascoltare l’eco della città, il dolore dei suoi abitanti, la lingua viva del popolo che ogni giorno si riversa stanco e deluso nelle sue strade. Le memorie dolorose di un luogo di esilio e di castigo. Ne dubitate? Cominciamo da una banalità. Premesso che nessun poeta ha l’obbligo di scrivere versi su un soggetto, per carità di Dio, non è strano che in più di cento anni di poesia tra 1900 e 2014 quasi nessuno abbia pensato di sprecare qualche parola su un fenomeno che a Roma è stato simile all’Apocalisse: la distruzione selvaggia della città, prima da parte dei piemontesi, poi dei forsennati ispirati dal Fascismo (seguaci degli ancor più forsennati architetti, già sciaguratamente vivi e pimpanti sotto casa Savoia) e da ultimo da parte dei pescecani degli anni Sessanta? Eppure le distruzioni hanno sconvolto l’esistenza di decine di migliaia di persone, hanno disperso masse, hanno stravolto l’economia, la vita quotidiana, l’ecologia perfino della città se si pensa a come è stato pesantemente ridimensionato il Tevere.1 E c’è di più. In uno dei più caratteristici luoghi che sono stati distrutti, a Piazza Montanara, in un vicolo che sfociava nella piazza, c’era l’Osteria della Campana dove Goethe fu sedotto dalla bella Faustina: e senza quest’osteria, senza questo vicolo, senza questa Piazza non ci sarebbero state le Elegie romane.

Capite cosa voglio dire? Se qualche pazzo – demente come i fascisti d’allora – avesse demolito Piazza della Signoria, il bel San Giovanni, il Ponte Vecchio, Santa Croce riempiendo il vuoto con mostruosi Vittoriani di marmo bianco e noi fossimo costretti a conoscere la città antica solo attraverso il rimpianto di Dante, che diremmo noi? Che diremmo se un luogo dell’anima come Firenze non esistesse più? Diremmo che i poeti si riunivano alle Giubbe Rosse? Ma, ecco, noi diciamo la stessa idiozia quando parliamo di Roma: la città è stata quasi rasa al suolo ma a noi interessa solo che gli intellettuali di ieri andavano a via Veneto e che gli sfaticati di oggi vanno a viale Mazzini. Ieri parlavano di donne o di ragazzi di vita; oggi parlano di veline e di share. Che ne sanno del portiere di via della Consolazione che si è suicidato quando hanno distrutto Piazza Montanara e gli hanno buttato giù il palazzo dove viveva da una vita? Che ne sanno del sor Mario di Santa Maria a Trastevere che era un facciataro, cioè dipingeva le facciate dei palazzi sospeso a una corda nel vuoto, ma adesso è stato finalmente cacciato a Corviale, come tanti altri, come migliaia di altri anomimi abitanti del centro storico, per lasciare la casa ai figli della nomenklatura. Mario non parla più con nessuno e nessuno parla più con lui. Ha quasi ottant’anni e quando sarà paralizzato non uscirà più dalle due camere e cucina. E Giovacchino Chiovini, sempre ubriaco? Girava a Trastevere e pagava i pranzi con una poesia e le poesie stavano sui muri delle trattorie, ma poi le trattorie sono diventate negozi alla moda e Giovacchino, miserabile profeta del nulla, col nome di Belli attaccato come il brandello di uno smoking strappato sulle sue spalle curve da ubriaco, Giovacchino la gente non sa neppure chi era. Ma se andavate a vicolo del Moro fino a poco tempo fa, sì avete capito bene, proprio di fronte al palazzo dove si svolse il Fattaccio messo in versi da Americo Giuliani, c’era una pasticceria tenuta da un pittore, un pittore folle che riproduceva su uova di Pasqua di cioccolato grandi come un bambino gli angeli di Cavallini. Il pittore, angelo decaduto in mezzo alla cioccolata, ricordava l’amico Giovacchino ed esponeva sul muro le sue poesie, i suoi pensieri miserabili, da Trilussa in sedicesimo.2

Chi ricorda le vite sprecate, le vite perdute? Roma è piena di ombre, ma come le ombre dell’Ade per parlare con loro bisogna versare il sangue.

Lo stesso sangue che hanno versato i romani cui è stato negato tutto, anche la dignità della loro morte. E’ di questo che si occupano i poeti. I poeti piccoli e i poeti grandi. Le figurette patetiche che hanno comunque il coraggio di immolare la loro vita alla poesia e di provare sulla loro pelle la Bohème anche se è una Bohème in miniatura. E gli spiriti magni che si ergono nell’indifferenza generale in una solitudine che mette sgomento.

Prendiamo uno di questi. Un poeta vero. Un poeta che è quasi sconosciuto – nonostante le belle pagine a lui dedicate da Tullio De Mauro, da Marcello Teodonio e da Sabino Caronia3 – cioè Elia Marcelli.

La Roma di Marcelli è volata via da Roma: è in Russia, insieme coi soldati mandati allo sbaraglio dal Fascismo. I ragazzi che avevano lasciato “Roma …co’ le cupole dorate” muoiono assassinati dalla guerra e dal gelo e la tortura di chi sopravvive è proprio sopravvivere e non potere muovere un dito:

Co’ quer freddo e quer gelo, pe’ fortuna

nessuno ce fermò; e da quer crepaccio

se sbucò su ’na specie de laguna,

correnno come ladri sopra ar ghiaccio,

gobbi, spauriti, ar lume de la luna;

e appeso tra du’ pali, quer poraccio

urlava uguale a un lupo, quanno piagne

come un cristiano, in cima a le montagne.

E mentre in quattro a spalla se portava

da quer telo, brillante de cristalli

er sangue, goccia a goccia, seminava

su la neve ‘na fila de coralli.

Gni tanto lui, là dentro, s’accorava

Io …er mestiere mio, so’ li cavalli…

Se er Tenente m’avesse accontentato…

Nun ha voluto!… E’ lui che m’ha ammazzato!

Mamma – diceva – moro…” e a denti stretti

se torceva de rabbia e de dolore;

Morì a vent’anni…- urlava- Maledetti!…

Maledetti! Canaja senza core!…”

E quell’urlo strozzato “maledetti!”

pareva in quella notte de terrore

maledì tutti l’esseri viventi

che fossero colpevoli o innocenti!

Pure noi, come spettri imbacuccati,

co’ quell’occhi incrostati de ghiaccioli,

ce se guardava muti, spaventati

de trovasse là in mezzo, ìngrimi e soli,

a corre come fossimo braccati

su quell’immensa spasa de lenzoli:

ndo s’annava? Pe’ terre mai sognate

come ‘na banda d’anime dannate.4

Non credo sia possibile essere poeta a Roma senza familiarizzarsi con il senso del tragico. Senza provare i sentimenti dolorosi, angosciosi, penosi che la città suscita in chi la abita e ne vive le contraddizioni storiche. Innanzi tutto il sentimento della profanazione. Poi il sentimento dell’umiliazione. Ad essi sono associati, fatalmente, una profonda depressione e la sensazione di un restringimento di orizzonte, nel quale non c’è solo la morte della speranza, ma piuttosto l’assenza strutturale della possibilità di sperare. Tale complessa gamma di sentimenti fa parte dell’identità culturale del romano, senza distinzioni di classe o di età. E’ un elemento portante della sua antropologia: un lascito della grande Storia di tutti che si somma alle convinzioni e alle emozioni individuali, legate alla storia personale di ciascuno. Certo, se qualcuno ci riesce, la disperazione può essere la porta stretta per il riscatto, per la redenzione. Ma per arrivarci, per risalire verso le stelle come Dante, bisogna attraversare il Cocito. Il dolore deve essere vero. Il dolore non è un trofeo da esibire come fa il poeta maledetto il quale non sa che quello che dice è già stato detto. Di fronte alle parole vuote, anche se seducenti, il silenzio del dolore vero attende qualcuno che lo ascolti, qualcuno che come dice Shakespeare, sappia “udire con gli occhi”.

NOTE

1 Io ho trovato molto poco su questi temi. Ad esempio c’è una poesia intitolata Piazza Montanara, scritta da Armando Fefé il miglior compagno di sbronze di Trilussa, dedicata a Piazza Montanara nel suo dimenticatissimo libretto Addio palude, Roma, G. Menaglia, 1948, che pure è ornato da incisioni di Duilio Cambellotti. E’ una poesia minore, ma almeno ha il pregio della grazia affettuosa e ricorda che a Piazza Montanara c’era il mercato delle braccia di tutta Roma, una massa di emigranti che si riversava lì dalle campagne nell’attesa messianica di un lavoro:

La notte a la locanna de le stelle,

frammezzo a un gran ronfà de bocche uperte,

se buttaveno giù senza cuperte,

facenno mucchio co’ le calalrelle,

li sacchi, li bidoni, le padelle,

li mazzi d’ajo, le cipolle a serte.

A la mattina quanno er primo giorno

arischiarava er cielo a la lontana

quarcuno se sciacquava a la funtana

quarchidun’antro je girava attorno

e la lavata, quanno apriva er forno,

la rimannava a l’antra settimana…

2 Ecco un esempio della sua poesia:

Quanno che vede sopra a un basamento

L’omo de bronzo fatto a monumento

penzo che certa gente doppo morta

a da fa da pupazzo ‘n’antra vorta!

3 T. De Mauro, Introduzione a E. Marcelli, Li romani in Russia, Roma 1988; M. Teodonio, L’epica: Armando Fefè, Elia Marcelli, in La letteratura romanesca del secondo Novecento, a cura di F. Onorati-M. Teodonio, Roma 2001, pp. 125-148; S. Caronia, La risemantizzazione dell’ottava nei Romani in Russia di Elia Marcelli, Ibid., pp. 149-158.

4 E. Marcelli, Li romani in Russia, pp. 191-192.

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Stupendo, la vera Roma riaffiora dalle parole in dialetto e dai sentimenti dei romani autentici che conoscono la devastazione delle guerre e delle ideologie totalitarie del fanatismo religioso sull’urbe più straordinaria al mondo.
    Parole sante!!!

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