SUL CORONAVIRUS, FRANCESCO D’ASSISI E IL LEBBROSO

alcune riflessioni di Giovanni (Joan Giuàn) Oliva

Coronavirus, pandemia, distanziamento

Sono intervenuto molto raramente su questo tema. Vi ripropongo questa mia riflessione di mesi fa, che mi sembra per certi versi ancora attuale.

Hundreds of Muslim pilgrims circle the Kaaba. (AP Photo)

Cercherò di riassumere alcuni ragionamenti che mi sono affiorati progressivamente alla mente in occasione delle lunghe e reiterate discussioni avute con parenti, compagni e amici a proposito della eccezionale esperienza che ci tocca di vivere a causa della pandemia da Covid 19. In particolare mi è capitato di dover discutere con amici fraterni che in qualche modo manifestavano il loro fastidio per le cosiddette misure di sicurezza biologica e in particolare per le limitazioni alla libera circolazione.

Una prima argomentazione critica che ho registrato da parte di alcuni di loro, scettici sulle modalità adottate per affrontare il pericolo di contagio del virus sotto accusa, è quella che alcune misure sanitarie, come quella di indossare una mascherina e quella di isolarci in casa, sarebbero “medioevali”.

Ho cercato di far memoria e mi sono venute in mente ben altre misure adottate nel medioevo per contrastare le epidemie. Ho pensato per esempio alle rogazioni e alle affollate processioni religiose dietro le immagini dei santi e i paramenti sacri e alla chiamata alla preghiera collettiva nelle chiese delle città colpite dalla pestilenza, che anziché attirare l’intervento divino per la guarigione degli ammalati e la fine dei contagi, favoriva evidentemente questi ultimi ed era all’origine dell’aumento vertiginoso del numero dei malati e dei morti. Finché i pochi sopravvissuti all’ecatombe, a cui avevano contribuito inconsapevolmente, si convincevano d’essere dei miracolati.

(cfr. Sul fanatismo scatenato nei periodi di pestilenza http://www.cirps.it/la-pestilenza-nella-storia/?fbclid=IwAR1ao84-Qjk_Oul8S0OJxcmZtjPJkxV_tIl5o5SwL3o9umKtnDp0ki8lqus)

E’ oggi evidentemente saggio, ragionevole e per tutti (credenti e non) confortante che la stragrande maggioranza delle Religioni abbiano adottato nei loro riti, nelle solenni celebrazioni e nei raduni di massa, misure di precauzione eccezionali e molto attente al fine di non aggravare la già critica situazione (si vedano le immagini dell’importantissimo pellegrinaggio alla Mecca, l’Hajj fatto quest’anno in condizioni assolutamente inedite: solo qualche migliaio di fedeli ammessi attorno alla Kabaa a fronte dei due milioni circa degli altri anni; si vedano anche le immagini di papa Francesco a Roma celebrare quasi in totale solitudine certe ricorrenze).

(cfr:https://www.linkiesta.it/…/anche-la-religione-si…/?fbclid=IwAR0-eHL4jbDAvhkiJ61X5ittBsGg1z8OVffKl1loM6s7j2yYE-TZHIjXZdM)

Forse che questo debba significare che è venuta meno la fede, il coraggio della testimonianza di fronte al pericolo, l’abbandono fiducioso alla volontà divina e che ormai l’umanità si è dimostrata conquistata da una materialistica, prosaica, degradante voglia di vivere a tutti i costi? Una nuda vita senza più spiritualità? No, piuttosto direi che l’umanità (anche quella rappresentata dalle istituzioni dei differenti credi e sistemi religiosi) non è più dominata da forme di fanatismo (che pur si manifestano ancora in alcune sue frange isteriche e spiritualiste); l’umanità non ha intenzione di sprecare le lezioni della storia e prescindere dal laico patrimonio di esperienze e conoscenze che le generazioni passate (fino alla nostra) hanno (a volte dolorosamente) accumulato e, attraverso l’uso della mente lucida e l’esercizio della ragione capace di discernere, (ragione anch’essa peraltro “dono miracoloso”, guidata spesso proprio dal desiderio di operare per curare gli ammalati), hanno trasformato nella cosiddetta “Scienza” e in questo caso “Scienza Medica”. Di questa hanno fiducia, la stragrande maggioranza dell’umanità e anche le autorità religiose. Ed evidentemente fanno bene.

Baccio Maria Bacci S. Francesco e il lebbroso

Qualcuno si lamenta: ma dov’è finita allora la vita spirituale se tutto ormai è condizionato solamente dall’intenzione di salvare il corpo anche a costo di perdere l’anima?

Da pensatore comunque non cattolico, il filosofo Giorgio Agamben, in un certo senso si rammarica che fra i fedeli non ci sia più nessuno disposto a rischiare di morire per la propria fede, ossia non ci sia più chi sia pronto al martirio, e critica a tal proposito la Chiesa Cattolica che (sono queste le sue parole) «sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza; che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede»

(cfr. https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-medicina-come?fbclid=IwAR3GZCKX57iQOdN5JVsNDPXU4T_a9xgPuSL2h6EY1MdETAsrO24_wGisyoY) e cfr. https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda?fbclid=IwAR1nq7EI3uDs-5GvdWYuYCgQieTnjd_9LFdGrF1pK8IKaR0Jd7oyy7zodS8)

In sintesi Giorgio Agamben si chiede dove sia finito lo slancio del santo, del fedele che vince la paura del male e sentendosi per grazia immune, come per una protezione divina in forza della sua dedizione assoluta, abbraccia e bacia il lebbroso. Non ci sono più santi? Non ci sono più le autorità religiose di una volta? Non ci sono più i credenti di una volta?

Ecco, proprio questo argomento di grande effetto, utilizzato per questa polemica, contiene un evidente e clamoroso fraintendimento o meglio un errore di fondo di interpretazione e valutazione di quel famoso episodio della vita di Francesco d’Assisi. Questo svela la pretestuosa forzatura e rende debole tutto il ragionamento, che si rivela tanto clamorosamente incoerente che, riscontrarlo, in uno studioso attento come Giorgio Agamben, appare incredibile e irrispettoso verso la sua autorità.

Si può iniziare col dire che lo stesso Gesù, in vari passi del Vangelo, dimostra una certa compassione e si prende cura dei lebbrosi (li cura, sembrerebbe, senza quasi neanche avvicinarsi a loro; nel testo di Luca si legge che i lebbrosi “fermatisi a distanza, alzarono la voce” per implorare la guarigione); questo suo gesto e questa sua capacità salvifica (da considerarsi, per gli esegeti, “segno della sua missione”) è in effetti la dimostrazione di una sua sicura autonomia rispetto alle consuetudini “perbeniste” della società del suo tempo, perché contro i lebbrosi vigevano leggi e disposizioni molto segreganti: si riteneva che i malati di lebbra fossero “immondi”, portatori di una “macchia” che li rendeva “impuri” (si badi bene) prima di tutto, da un punto di vista religioso e quindi non degni di partecipare alla vita della comunità del popolo eletto. I lebbrosi erano considerati alla stregua di turpi, di maledetti, persone colpite dal flagello, con la mostruosità del corpo piagato e corroso, come segno evidente della colpa, condannati per intanto a vivere isolati “fuori dall’accampamento”, ai margini delle città.

Francesco d’Assisi, nell’evidente desiderio di imitare il maestro, lui sì, si avvicina, abbraccia e bacia il lebbroso. Questi gesti in realtà rappresentano proprio la sua volontà di vincere il pregiudizio della società del suo tempo nei confronti dei più poveri e sfortunati, ed in particolare dei malati di lebbra che, nonostante la “buona novella”, continuavano a essere discriminati, a vivere rigettati ai margini del consorzio umano sulla base delle norme contenute nella Bibbia (Antico Testamento. Levitico, Numeri, ecc.). Non c’erano evidenze della contagiosità del male (la lebbra è in effetti assai poco contagiosa, se confrontata al Covid19, c’era addirittura un tempo chi riteneva, sbagliando, che la lebbra fosse una malattia ereditaria) ma la convinzione diffusa era che i lebbrosi pagassero in anticipo per una loro qualche colpa; dovevano come penitenti vestire di stracci, manifestare il loro stato e la loro “indecenza” doveva essere tenuta a opportuna distanza dai buoni fedeli.

I lebbrosi erano quindi, nel medioevo, non tanto dei malati considerati incurabili e pericolosi perché potevano contagiare il terribile morbo ma da evitare piuttosto e soprattutto perché erano considerati dei colpiti da una maledizione, per questo erano dei reietti, dei discriminati, dei respinti dalla società a causa di intramontabili superstizioni di carattere religioso. I lebbrosi erano repellenti per il perbenismo conformista ed ipocrita, piuttosto che per paure connesse con la possibilità e pericolosità del contagio.

Il coraggio di Francesco d’Assisi non è quindi quello di sfidare la malattia della lebbra ma di sfidare la società che discrimina gli ultimi.

Lo slancio del santo d’Assisi oggi non è rappresentato dall’abbraccio e dal bacio al malato, dal trattare senza alcuna protezione chi è riscontrato positivo ai test che rivelano la presenza del Covid19, come sembrerebbe quasi di capire che sia l’auspicio che traspare dalle obiezioni di Giorgio Agamben. Non possiamo ovviamente chiedere una cosa così delirante ai parenti, agli amici, ai medici e agli infermieri, ai religiosi e a tutti i volontari laici che a loro rischio e pericolo si prendono in qualche modo cura dei malati.

Lo slancio del santo d’Assisi oggi semmai è contenuto nell’abbraccio e nel bacio fraterno (o anche soltanto nella stretta di mano e nella dimostrata disponibilità all’ascolto e alla solidarietà) rivolto al rom e all’immigrato di pelle scura, che viene da lontano.

Sì, sono queste infatti le categorie maggiormente discriminate nella nostra società. Quelle a cui è negato il diritto di cittadinanza.

Verso queste persone papa Francesco in realtà ha già più volte compiuto gesti di alta testimonianza.

Per chi volesse oggi c’è ancora la possibilità di seguire l’esempio “francescano”, ovvero stare dalla parte degli ultimi, che, come dicono Michael Hardt e Toni Negri nel loro testo più noto “Impero”, è in fondo l’esempio che ispira la militanza comunista.

 

Redazione
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4 commenti

  • Mariano Rampini

    Lo spunto è talmente intrigante da non lasciarmi via di scampo. Le considerazioni su una fede (Fede?) che spinga una persona ad accettare ciecamente ogni manifestazione di quella che potrebbe (potrebbe, non è) essere volontà divina dovrebbe (dovrebbe, non deve) essere assoluta: allo stesso modo si dovrebbero accettare la povertà, la schiavitù, la sopraffazione e il privilegio. E, a corollario, la fame, la malattia e quant’altro? Senza fare nulla? Ci si propone un’umanità supina dinanzi alla volontà di un dio (quale?) che provoca catastrofi e pestilenze imponendo ai suoi fedeli (?) un totale asservimento ai suoi voleri? Questa potrebbe (anche questa volta potrebbe e non è) essere una visione ispirata ai secoli bui, a quel Medioevo nel quale la cultura era disprezzata e rinchiusa nelle cerchie dei monasteri per essere conservata. Ma dove gli arabi insegnavano filosofia, matematica, astronomia e chi ne ha più ne metta, ai “barbari” europei. Accettare tutto senza porsi dubbi è prerogativa del fanatico. Chiedere di curarsi (quando le cure sono possibili e peraltro senza la necessità di gabelle) è a mio modestissimo parere una visione assai più aperta e possibilista. Che Francesco abbracci un lebbroso perché i lebbrosi erano considerati non creature di Dio ma portatori di uno stigma (infamante tra l’altro) come ben sottolinea l’amico Oliva (chiedo venia anche a lui per questa concessione del tu che mi faccio) è cosa legittima e sensata per l’epoca in cui tagliar la testa ai mori portava benefici in un immaginario Paradiso assai vicino come concezione a quello musulmano con le sue urì. Che non lo faccia Papa Francesco è altrettanto logico: oggi nessuno discrimina il malato di Covid. Anzi, c’è gente che si preoccupa della sua salute, lo cura, lo assiste, gli è vicino evitando però (torno a citare Oliva) di infettarsi per preservare gli altri. Mi risulta davvero incomprensibile la posizione assunta da Agamben. Ma forse è per mia mancanza. Quindi concedo a me stesso il beneficio del dubbio…

    • Credo che Giorgio Agamben voglia toglierci la paura. Quella diffusa irrazionalmente dai cosiddetti mass media. Qual è l’ età media dei morti per COVID? Quanti sarebbero registrati come morti di COVID se solo l’OMS nelle sue linee guida non avesse dato la priorità a tale patologia, cosicché chi muore di infarto ma positivo risulta essere morto di COVID? Dividiamo i morti di COVID di un anno, lì dividiamo per sessanta milioni e li moltiplichiamo per il numero di abitanti del nostro paese. Questa è matematica. Pochi sono quelli morti senza patologie. Qual è l’ età media dei morti senza COVID in Africa? Senza dire che Gesù non disgiunge la politica dalla realtà. Non si avvicina al lebbroso solo per dimostrare, ma perché ci crede in quel gesto. Altrimenti sarebbe un teatrante. Che non sarebbe finito sulla croce. Agamben ci vuole dire la nostra stupidità che porta ad un’esistenza senza vita. La quale non ha paura della morte senza per questo ricercarla.

  • condivido il ragionamento di Mariano Rampini puntuale, ragionevole, documentato….. e decisamente adeguato, con raffinatezza formale, alla metamorfosi culturale e antropologica che ci appartie
    ne
    grazie

  • Lo trovo sconcertante, se non sperassi di poter avere ragione, qualificandolo come espressione ironica di un raffinato pensatore sui mali del mondo, cui non potrà mai esistere rimedio per la qualità del genere umano arrivato qui dalla storia. Forse, ritenendolo incapace di speculare sulle verità relative, fino a lasciarsi ingannare da una realtà effettiva che subisce e che alimenta per abitudine. Un modo di vivere male che offre da vivere bene ad alcune deità umane, di una specie particolare, che vivono irraggiungibili sull’Olimpo, fatto di luoghi fisici speciali, serviti da tutti noi dalla proprietà degli strumenti digitali e dalla emissione di moneta fiduciaria a nostro debito perenne. Nell’Olimpo si ragiona per rendere la Terra vivibile, facendo a meno dell’Umanità (in eccesso). Sarebbe interessante che i liberi e acuti pensatori si dilettassero per costruire “comunità” reale per azioni reali, adottando i principi etici della “regola d’oro” per sostenerla, creando un Olimpo parallelo così numeroso da raggiungere il medesimo scopo, ma con verità relative diverse, con cui “alimentare” la comunità che sono stati capaci di costruire. Giusto per riflettere sui principi etici della reciprocità: quel tipo di comunità sarebbe “aperta”, senza vincoli, a tutti i cittadini passivi del mondo, non in grado sul piano cognitivo di speculare sulle verità relativa che li rese passivi per abitudine indotta.

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