Trump e l’antiscienza del clima

di Stella Levantesi . A seguire altri materiali utili…

La crisi climatica è praticamente scomparsa dal dibattito pubblico globale, e non è un caso: è una precisa strategia della seconda amministrazione Trump. Se nel primo mandato era il negazionismo a farla da padrone, ora il manuale del nuovo ostruzionismo climatico si è fatto più subdolo, insidioso e spietato.

Ne parla in questa puntata – per il progetto “Complotti” – Stella Levantesi, giornalista climatica e autrice deI bugiardi del clima.

Cancellare e reprimere: l’antiscienza del clima di Trump

L’atteggiamento antiscientifico dell’amministrazione Trump ha normalizzato il negazionismo della crisi climatica, bloccato la transizione energetica e criminalizzato le proteste.

 

Il nuovo ostruzionismo climatico

La copertura mediatica sulla crisi climatica è calata per il quarto anno consecutivo a livello globale.

Di clima si parla sempre meno, eppure di clima si muore sempre più.

Ci sono diverse motivazioni per questa diminuzione: i licenziamenti di massa in alcune redazioni che, in parte, trainavano l’informazione sul clima; la crisi del settore e sempre meno fondi alle inchieste; e l’attenzione dei media catalizzata dalla violenza e dalla confusione del governo Trump, per esempio.

Le guerre, il genocidio, il petrolio, l’ICE, gli Epstein Files…a cosa dobbiamo rivolgere la nostra attenzione? Dove indirizzare le nostre risorse? Qual è la nostra priorità?

Il punto è che nessuna di queste è scollegata dall’altra.

La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è stata chiamata dal New Yorker una “guerra senza giustificazioni”.

L’amministrazione Trump si muove senza giustificazione e, al tempo stesso, con una marea di giustificazioni inammissibili, ma soprattutto senza alcuna responsabilità.

Sfuggire alla responsabilità diventa un gioco di prestigio, la percezione del caos è una preziosa alleata.

E in questa realtà, l’operato del secondo governo Trump rappresenta il manuale di istruzioni del nuovo ostruzionismo climatico: cancellazione, repressione, smantellamento, controllo, potere.

Non parlare di clima è un’operazione intenzionale che affonda le sue radici nell’antiscienza.

Un mondo antiscientifico è un mondo dove qualunque cosa può essere condizionata, influenzata, controllata.

Se niente è vero, allora tutto è vero.

E in una realtà in cui tutto può essere vero, ogni cosa è valida. Quindi, ogni cosa è normale – anche la cospirazione, la censura, l’abuso, l’oppressione e la violenza.


Controllare il clima

Sì, loro possono controllare il clima”, aveva postato su X l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene nell’ottobre 2024, riferendosi alla teoria del complotto del weather control (“controllo del clima”).

Questa espressione rimanda a una serie di false argomentazioni secondo cui governi, organizzazioni oscure o partiti politici possiedono le tecnologie per manipolare e indirizzare eventi meteorologici estremi come uragani, inondazioni e siccità a scopi “malvagi”.

Ma chi sono loro?

Loro potrebbero essere i democratici o altri “nemici” dei repubblicani o persino il governo stesso, ma in fondo non ha davvero importanza.

La teoria cospirativa fa leva su una tendenza dell’essere umano: quando accade qualcosa di negativo, si cerca un colpevole. E il colpevole può essere chiunque, basta che siano loro – i nemici, o chiunque venga percepito come tale.

In questo caso: non il potere, non i politici di estrema destra, non le industrie, non le loro lobby.

Le teorie cospirative sono progettate e diffuse con l’intento diretto di strumentalizzare la paura, il senso di incertezza o di fare leva sui valori identitari e sull’ideologia di gruppo.

Un altro motivo per cui le teorie cospirative attecchiscono è che fanno sembrare il mondo meno incerto e controllabile.

Se un uragano è causato da un’arma di distruzione di massa o è l’esito di un attacco politico mirato, allora non serve conoscere la scienza del clima né capire come funzionano le campagne di disinformazione climatica orchestrate dall’industria del fossile.

L’ignoranza fa comodo al potere, non interferisce con il business as usual e chi guadagna continua a guadagnare – sia dalla guerra che dalla crisi climatica.

Il gioco di prestigio continua: se il problema non dipende da noi ma da loro, la responsabilità non è nostra e le soluzioni non ci riguardano.

Tutto ciò che controlla noi va evitato, tutto ciò che controlla loro va comandato e imposto.


Negazionismo tramite cancellazione”

Il negazionismo climatico della prima amministrazione Trump ha lasciato il passo a forme di rimozione più insidiose.

La strategia del secondo governo Trump non è solo quella di negare la scienza del clima o bloccare l’azione climatica, ma di esercitare un controllo morboso sull’informazione – dalla produzione all’accesso.

Risorse e informazioni sono state cancellate dai siti web e dai documenti governativi, incluso un elenco di termini – sempre più lungo – stilato con l’intento di rimuovere ogni riferimento alla diversità, all’equità, all’inclusione, al cambiamento climatico e ai vaccini.

La lista di oltre 350 parole include le espressioni “cambiamento climatico”, “acqua pulita”, “il clima che cambia”, “preoccupazione ambientale”, “contaminanti di”, “giustizia ambientale”, “inquinamento”, “microplastiche”, “qualità dell’acqua”, “energia eolica” e “acqua potabile”.

Se non puoi parlarne, non esiste.

L’amministrazione Trump ha rimosso e alterato dati, manipolato rapporti scientifici, insabbiato documenti, limitato i poteri normativi di alcuni dipartimenti federali ed eroso l’accesso pubblico alla ricerca e all’informazione sulle questioni climatiche e ambientali.

L’anno scorso, il governo Trump ha oscurato le Valutazioni Nazionali sul Clima (NCA) e chiuso la pagina web del Programma di Ricerca sui Cambiamenti Globali degli Stati Uniti (USGCRP) che presentava le NCA degli ultimi decenni.

Le valutazioni dei rischi e impatti climatici, pubblicate ogni quattro anni, coinvolgono il lavoro di centinaia di scienziati che traducono dati scientifici in informazioni accessibili al pubblico, ai politici e alle imprese.

L’attacco alla scienza climatica da parte dell’amministrazione Trump è continuato con tagli ai finanziamenti e licenziamenti di massa: dal personale di supporto dell’USGCRP a centinaia di autori delle NCA, dal National Weather Service, che fornisce dati meteorologici essenziali, all’Energy Information Administration, fonte di informazione essenziale per comprendere lo stato del sistema energetico statunitense.

Alcuni programmi di ricerca per monitorare le emissioni di gas serra o coordinare la ricerca nell’Artico hanno chiuso i battenti.

L’amministrazione ha silenziato scienziati del clima e governativi con l’intenzione di ridurre il bacino di ricerca e informazione.

Questo “negazionismo per cancellazione” è alla base di una strategia portante dell’attuale governo Trump. L’obiettivo è tipico dell’autoritarismo: reprimere e controllare.


Kill, baby, kill”

Le politiche di Trump sono funzionali agli interessi del settore petrolifero e del gas che hanno donato quasi cento milioni di dollari alla sua campagna elettorale.

In cambio, l’amministrazione statunitense sostiene fortemente l’intensificarsi delle trivellazioni di petrolio e gas (uno dei principali slogan è “drill, baby, drill”) e ha stanziato 40 miliardi di dollari di sussidi all’industria dei combustibili fossili, il tutto a spese dei contribuenti.

Anche la politica estera di Trump segue gli interessi del potere fossile. E da “drill, baby, drill” a “kill, baby, kill” il passo è breve.

Nella realtà dove i combustibili fossili, insieme alle armi, sono il bene più prezioso, il gas e il petrolio sono merce di scambio cruciali.

Nello scenario in cui l’Europa si è affidata al gas naturale liquefatto (GNL) prodotto negli Stati Uniti in sostituzione del gas russo, il combustibile è sempre più strumento di leva nei negoziati commerciali, con implicazioni dirette anche sulla pressione che gli Stati Uniti esercitano sui processi politici europei, incluso quello per la transizione verso un’energia pulita.

Essere garanti del potere fossile significa anche ostacolare intenzionalmente qualsiasi passo verso un sistema fondato sull’energia pulita e sulla giustizia sociale.

Il governo di Trump ha represso il dissenso arrestando, intimidendo, demonizzando e minacciando chi contesta il potere e le operazioni inquinanti.

Gli attivisti climatici e coloro che portano avanti la lotta contro la crisi climatica sono stati delegittimati ed etichettati come “eco-terroristi”.

Questa tendenza alimenta un sistema in cui viene normalizzata l’azione repressiva delle aziende fossili e di alcuni politici – condotta a colpi di cause legali – nonché la criminalizzazione della protesta.

Se queste tattiche sembrano familiari è perché sono state impiegate anche in Italia ed altri paesi europei.


L’erosione delle politiche climatiche

La repressione, poi, va di pari passo con lo smantellamento.

Oltre a cancellare le prove scientifiche, l’amministrazione Trump continua l’opera di demolizione delle politiche di protezione climatica e ambientale iniziata durante il primo mandato.

Il sito Climate Deregulation Tracker della Columbia University, che traccia l’indebolimento e l’abolizione delle misure di mitigazione e adattamento climatico e ambientale, individua più di 324 operazioni dal gennaio 2025 ad oggi.

Una delle proposte più recenti riguarda l’abrogazione della cosiddetta “endangerment finding”, formulata dall’Environmental Protection Agency (EPA) nel 2009 a seguito della causa Massachusetts vs. EPA, in cui la Corte Suprema stabilì che i gas serra sono inquinanti ai sensi del Clean Air Act, la prima legge federale statunitense sulla qualità dell’aria e le emissioni climalteranti.

La dichiarazione dell’agenzia sancisce che i gas serra costituiscono una minaccia per la salute pubblica e fonda la base giuridica di quasi tutte le normative federali sul clima negli Stati Uniti.

In un’intervista al Guardian, Meredith Hankins della ong Natural Resources Defense Council ha descritto la possibile abolizione dell’endangerment finding come “il più grave attacco mai sferrato contro l’autorità federale nella lotta alla crisi climatica”.

L’amministrazione Trump ha proposto anche la chiusura dell’Osservatorio Mauna Loa alle Hawaii, la stazione per la misurazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, grazie alla quale abbiamo una comprensione maggiore di come il clima stia cambiando a causa delle emissioni di combustibili fossili e altri inquinanti.

Anche alcune università sono entrate nel mirino di Trump, attraverso la sospensione delle sovvenzioni federali con l’intento di esercitare un controllo maggiore sulle politiche universitarie e i programmi di studio.

La soppressione dei dati e della ricerca sul clima, l’abrogazione delle politiche climatiche e ambientali e il taglio dei finanziamenti non si limitano agli Stati Uniti: hanno ripercussioni in tutto il mondo.

La comunità scientifica internazionale dipende in gran parte anche dagli Stati Uniti per i dati sulla crisi climatica e agenzie come NOAA, EPA e NASA sono da tempo fonti di informazioni accessibili al pubblico e agli esperti di tutto il mondo.

Trump ha annunciato di ritirare gli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, tra cui la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), fondamentale organo scientifico climatico a livello globale.

Gli Stati Uniti hanno, inoltre, ridotto drasticamente o cancellato i finanziamenti per il clima, dal Fondo Verde Per il Clima delle Nazioni Unite all’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale.


L’antiscienza come nuova “scienza”

L’ideologia antiscientifica dell’amministrazione Trump è ampiamente diffusa anche sui social media, e per un motivo molto semplice: le argomentazioni antiscientifiche e le teorie complottiste vendono.

Chi diffonde teorie del complotto sui social media, per esempio, può guadagnare attraverso pubblicità e merchandising. E chi porta notizie negative spesso viene percepito come più autorevole.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, infatti, parlare di un potenziale “pericolo” dà l’impressione di essere una fonte più competente rispetto alle altre.

Contenuti di quel tipo possono infatti essere interpretati come un’informazione privilegiata, aumentando la reputazione di utenti che diffondono disinformazione.

Inoltre, il meccanismo dei social media esacerba questi processi: l’algoritmo privilegia l’engagement sulla verità.

Questo significa che la menzogna batte la verità, la rabbia batte lo spirito critico e la semplificazione batte la complessità.

In sostanza: antiscienza batte scienza.

La veridicità di un contenuto è meno importante della sua capacità di diventare virale.

Il sistema di monetizzazione della disinformazione, poi, attiva il circolo vizioso per cui i contenuti complottisti fanno leva su paura, rabbia, indignazione e chi li promuove tratta come vero anche ciò che non lo è, pur di alimentare engagement e profitto.

Le strategie intenzionali di cancellazione e repressione non solo minano la libertà scientifica e d’informazione ma compromettono l’interesse pubblico.

Lo spazio pubblico diventa un ecosistema in cui le istituzioni che dovrebbero essere indipendenti vengono politicizzate per l’interesse di chi è al potere.

A quel punto la disinformazione dilaga, la responsabilità e il sistema di pesi e contrappesi vengono intenzionalmente elusi e la confusione e la paura sono incoraggiate.

Il risultato è un’inversione della realtà in cui le teorie sul clima fondate sull’antiscienza e sulla repressione costituiscono la nuova “scienza” ufficiale dell’amministrazione statunitense.


Per approfondire

 

 

CRISI CLIMATICA, NUOVO ALLARME ROSSO DEGLI ESPERTI ONU: MAI COSÌ SQUILIBRATO IL BILANCIO ENERGETICO DELLA TERRA

REPORT OMM, WWF: GLI EFFETTI DELLA CRISI CLIMATICA GIÀ EVIDENTI SULLA VITA DELLE PERSONE, LA POLITICA NON PUÒ CONTINUARE A FARLA PASSARE IN SORDINA

EARTH HOUR: INSIEME SI PUÒ AFFRONTARE LA CRISI CLIMATICA

Earth Hour 2026, la pagina web>> 
“L’ennesima prova di una crisi climatica che preoccupa i cittadini, ma che viene ignorata dalla politica”. È questo il commento del WWF Italia al nuovo rapporto globale sul clima reso noto oggi dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM).  Il report analizza il bilancio energetico terrestre. Questo indicatore, le cui osservazioni sono iniziate negli anni ‘60, misura la velocità con cui l’energia entra ed esce dal sistema terrestre. In condizioni climatiche stabili, l’energia in entrata proveniente dal Sole è all’incirca pari alla quantità di energia in uscita. Ma l’aumento delle concentrazioni di gas serra che intrappolano il calore – anidride carbonica, metano e protossido di azoto – ai livelli più alti registrati da almeno 800.000 anni – ha compromesso questo equilibrio. Lo squilibrio energetico è aumentato in particolare negli ultimi 20 anni, raggiungendo un nuovo picco lo scorso anno, nel 2025.

Gli ultimi tre anni sono stati i tre più caldi nei 176 anni di dati osservativi combinati su terra e oceani. La stragrande maggioranza dell’energia in eccesso – circa il 91% – è stata assorbita dall’oceano sotto forma di calore. Il contenuto di calore dell’oceano ha raggiunto un nuovo record nel 2025, riflettendo il continuo aumento di energia.

Un altro 3% dell’energia in eccesso riscalda e fonde il ghiaccio. Le calotte glaciali dell’Antartide e della Groenlandia hanno entrambe perso una massa significativa dall’inizio delle registrazioni satellitari. L’estensione del ghiaccio marino nell’Artico è diminuita in tutte le stagioni dall’inizio delle misurazioni satellitari nel 1979, e l’estensione massima annuale nel 2025 è stata la più bassa o la seconda più bassa nei dati osservati. L’estensione del ghiaccio marino intorno all’Antartide ha mostrato un piccolo aumento fino al 2015, ma da allora le estensioni durante l’intero ciclo annuale sono diminuite considerevolmente e gli ultimi quattro anni hanno registrato i quattro minimi del ghiaccio marino antartico più bassi mai registrati.

La fusione del ghiaccio terrestre proveniente dai ghiacciai e dalle calotte glaciali contribuisce all’innalzamento a lungo termine del livello medio globale del mare. Il tasso di innalzamento del livello globale del mare è aumentato dall’inizio delle misurazioni satellitari nel 1993.

Oltre ad assorbire la maggior parte dell’energia intrappolata dall’aumento delle concentrazioni di gas serra, gli oceani hanno assorbito anche circa il 29% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica nell’ultimo decennio. Questo però altera anche la composizione chimica dell’acqua oceanica, riducendo il pH in un processo noto come acidificazione degli oceani.

Questi rapidi cambiamenti su larga scala nel sistema terrestre hanno impatti a cascata sui sistemi umani e naturali, contribuendo all’insicurezza alimentare e agli spostamenti della popolazione: gli eventi meteorologici estremi colpiscono milioni di persone e costano miliardi.

“Quello descritto dalla OMM è un quadro estremamente preoccupante -sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia– ma del resto gli elementi di preoccupazione sono davanti agli occhi di tutti: in questo momento, gli Stati Uniti sono attraversati da eventi estremi climatici che vanno dalla cupola di calore che ha portato temperature estive, impensabili per marzo, sulle regioni ovest degli USA e che si sposta ora sulle regioni centrali, alle alluvioni estreme alle Hawaii, per arrivare persino alle nevicate anomale in Alabama. Ma la crisi climatica si manifesta con eventi estremi in tutto il mondo, al solito provocando i danni maggiori e più difficili da superare nei Paesi meno responsabili dell’aumento dei gas serra, ma meno in grado di far fronte agli impatti, a cominciare da quelli sui sistemi alimentari mondiali. I cittadini sono preoccupati, indipendentemente dal loro colore politico: eppure la politica pare cercare di mettere la crisi climatica in sordina, invece di accelerare l’azione sebbene il cambiamento e la trasformazione necessari per abbattere le emissioni di gas serra, a cominciare dall’abbandono dei combustibili fossili, potrebbero essere il lasciapassare anche per l’abbassamento delle tensioni geopolitiche e la pacificazione. Il problema si conosce e si dimostra sempre più serio; le soluzioni anche si conoscono, e dal punto di vista economico e geopolitico sono disponibili da subito (le rinnovabili e gli accumuli) e sono anche molto vantaggiose sotto numerosi punti di vista, non solo sotto quello ambientale. Manca la capacità di ‘fare squadra’ e affrontare tutti insieme una sfida impegnativa, certo, ma mai quanto le conseguenze del non agire. La crisi climatica sta già minando la stabilità economica, la salute pubblica e la sicurezza globale: tagliare i combustibili fossili è l’unico modo per invertire questa tendenza e ricominciare a immaginare un futuro di armonia”.

Le emissioni derivanti dalla combustione di carbone, petrolio e gas sono di gran lunga il principale fattore del riscaldamento globale, mentre l’estrazione e le infrastrutture danneggiano gli ecosistemi e spingono la natura al limite. La posizione del WWF è chiara: fare di tutto per limitare il riscaldamento globale a  1,5 °C rispetto all’era pre-industriale e per farlo programmare in modo serio la completa eliminazione dei combustibili fossili, non già lo spostamento della produzione da un fornitore inquinante a un altro.

Sabato 28 marzo torna Earth Hour

Anche quest’anno il WWF invita cittadini, aziende e istituzioni a unirsi alla mobilitazione globale Earth Hour, l’Ora della Terra, arrivata alla sua 20esima edizione. Sabato 28 marzo dalle 20,30, in tutto il mondo le persone spegneranno le luci per un’ora con l’obiettivo -attraverso questo gesto simbolico ma potente- di accendere l’attenzione sulla crisi climatica e sul futuro del Pianeta.  Il messaggio è chiaro: insieme si può affrontare la crisi climatica.

Qui l’evento EH>> https://www.wwf.it/cosa-facciamo/eventi/earth-hour-2026/

Qui l’invito media agli spegnimenti>>

https://astral.emcaction.com/viewonline/@f*025j2F7ib38j2f2S1*3=0582f2f0e9b1f,b*6e3r8ffs2dba9f3s9dff0*1=93f208522777b1802-2

Roma, 23 marzo 2026

 

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Un Atlante delle lotte ambientali

 

https://ejatlas.org/

 

Un progetto dell’università autonoma di Barcellona elenca tutte le zone, nel mondo, in cui le popolazioni si organizzano a difesa del territorio.

“Ovunque nel mondo ci sono comunità che stanno lottando per difendere la loro terra, l’acqua, l’aria o le loro foreste minacciate da grandi progetti o attività estrattive con un grande impatto sociale e ambientale”, si legge sul sito web dell’Atlante della Giustizia Ambientale.

Si tratta di un progetto coordinato da ricercatori dell’Università autonoma di Barcellona e che elenca le zone, nel mondo, dove le comunità locali si organizzano contro progetti ambientali: si va da Bure, dove esiste una lotta contro una discarica nucleare, alla Val di Susa, fino a siti di estrazione dell’uranio in Arabia Saudita e nelle Indie occidentali, contaminati dal clordecone. Per ogni progetto sono disponibili schede dettagliate che presentano la storia della mobilitazione della popolazione e i diversi attori coinvolti.

Numerose le iniziative di resistenza segnalate nel sud-est Europa.

Link: Edjnet

 


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Un commento

  • Enzo Antonio Sbenaglia

    La strategia dell’amministrazione USA nella politica internazionale è chiara ed è quella ‘divide et impera’.
    La persegue perchè ha bisogno di affermare il controllo sulle fonti del petrolio e la supremazia del dollaro.
    Per il vero questa strategia era gia iniziata dal suo predecessore anche se in sordina in occasione dell’invasione dell’Ucraina quando trascinò gli stati europei nello scontro economico commerciale con la Russia paventando il pericolo d’invasione europea da parte russa per poi abbandonare il campo raggiunto il suo scopo di divisione. Lo scopo dell’amministrazione americana e sempre quello di trarre vantaggio come potenza politica ed economico commerciale in tutte le operazioni nelle regioni in cui si cimenta dividendo i popoli e creando scontro tra loro. Ha trovato in Netaniahu un alleato perchè entrambi perseguono anche se per ragioni diverse lo stesso fine.

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