Turchia, un Paese in cenere

di Re:Common (*)

Foto di pixabay.com

In occasione dell’assemblea degli azionisti di Unicredit, Re:Common  lancia il suo ultimo rapportoUn Paese di Cenere – le responsabilità italiane nella devastante corsa al carbone in Turchia”.

Unicredit è la banca straniera più coinvolta nel business del carbone turco. Nel 2014, il più importante istituto di credito italiano attraverso la sua controllata turca Yapi Kredi e il suo partner Koc financial Services ha concesso due prestiti di 417 milioni di dollari ciascuno alle società turche Limak e IC Ictas. I prestiti erano destinati all’acquisizione delle centrali a carbone, appena privatizzate, di Yenikoy e Kemarkoy nella regione di Mugla (nord-ovest della Turchia), per una capacità complessiva di 1.050 MW. Negli anni successivi, Unicredit ha ulteriormente sostenuto Limak con prestiti per 135 milioni di dollari. I due impianti sono stati esentati dalla normativa ambientale e hanno causato gravi impatti sulla salute umana, sull’agricoltura e sull’ambiente. La miniera di lignite Milas-Sekkoy, che alimenta gli impianti, è in fase di espansione e 21 villaggi sono a serio rischio di sfollamento.

Le centrali della regione di Mugla (3 dei 26 in totale di tutta la Turchia) dal 1983 sono responsabili dell’emissione di 9,5 milioni di tonnellate di anidride solforosa, 890 mila tonnellate di ossido di azoto, 65mila tonnellate di polveri sottili, 28mila kg di mercurio (scaricati nel Mediterraneo) e 360 milioni di tonnellate di CO2. Secondo un rapporto stilato dala Ong Climate Aaction Network Europe, da un punto di vista sanitario sono state registrate in tre decenni circa 45 mila morti premature, il ricovero di circa 46 mila persone dovuto a problemi respiratori e malattie cardiovascolari e la perdita di circa 12 milioni di giorni di lavoro.

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“Unicredit presta miliardi per il carbone in tutta Europa ed è l’unica grande banca europea a non avere ancora alcuna policy di esclusione per i finanziamenti diretti ai progetti a carbone” ha detto Antonio Tricarico, intervenuto in assemblea“. Per questo “chiediamo ai vertici dell’istituto di credito di non finanziare più alcun progetto o società a carbone in Turchia e di dotarsi di linee guida sul carbone, ma anche di smettere di sostenere l’intero comparto dei combustibili fossili, responsabili dei cambiamenti climatici in atto”, ha concluso Tricarico.

“Crediamo che Unicredit debba seguire l’esempio virtuoso delle Assicurazioni Generali, che alla fine dello scorso anno ha reso pubblica la sua nuova politica sui cambiamenti climatici che prevede un ampio disinvestimento dal carbone”, ha affermato Alessandro Runci di Re:Common, anche lui presente a Milano.

Re:Common è membro della campagna europea Europe Beyond Coal rappresentata a Milano dal coordinatore finanza e utility Jiri Jerabek, che ha chiesto a Unicredit l’adozione di una policy che escluda immediatamente ogni finanziamento a progetti e società per l’espansione del carbone e l’ammodernamento degli impianti esistenti, e quindi di smettere ogni relazione con i clienti esistenti, quali EPH della Repubblica Ceca, entro il 2025, anno in cui l’Italia ha deciso di chiudere tutti i suoi impianti a carbone. (Scarica qui il briefing di Europe Beyond Coal su UniCredit)

Le richieste di Re:Common sono sostenute da oltre duecento organizzazioni della società civile globale, riunite nella campagna “Fossil Banks, No Thanks!” promossa dalla rete internazionale BankTrack, rappresentata a Milano dalla climate campaigner Claire Hamlett. L’attivista è a Milano per presentare i dati del recente rapporto del Banking on Climate Change 2019 e per chiedere a Unicredit di smettere di finanziare i combustibili fossili, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Scarica il rapporto Banking on Climate Change 2019

(*) ripreso da www.recommon.org; vedi anche Unicredit: vertici sotto attacco per carbone, Turchia e multe Antitrust di Luca Manes

 

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