«Un tortuoso cammino»

Una recensione – in ritardo – a «Cantonate: perché la scienza vive di errori» di Mario Livio, che di recente è anche passato dalle edicole (*)

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Ricordate «il vulcanico Bobby Fisher»? E’ su lui, «forse il più famoso giocatore di scacchi della storia» che si apre «Cantonate» [364 pagine per 7,90 euri] di Mario Livio che non è solo un astrofisico – coordinatore del telescopio spaziale Hubble – ma anche un’ottima penna (l’anno scorso qui in “bottega” ho scritto del suo «L’equazione impossibile» che pure è ripassato nelle edicole).

Il sottotitolo del libro – «Perché la scienza vive di errori»fa capire che non si tratta di un panorama di stranezze. La quarta di copertina aggiunge: «Gli abbagli non soltanto sono inevitabili ma anche necessari per il progresso scientifico». E per dimostrarlo Mario Livio esamina in dettaglio le cantonate non di scienziati qualunque ma di 5 “mostri sacri” o, come scrive l’autore, «di scienziati veramente grandi»: Charles Darwin, William Thomson che divenne poi Lord Kelvin (ancora oggi usiamo il suo nome nel misurare la temperatura), Linus Pauling, Alfred Hoyle e Albert Einstein. Fiuuuu.

Il metodo è questo: «In ciascun caso affronterò il tema centrale da due prospettive diverse ma complementari: da un lato mi occuperò di alcuni aspetti della produzione teorica dei 5 scienziati e delle affascinanti consonanze intellettuali che li collegano ma da un insolito punto di vista, cioè non quello del successo bensì dell’errore e, a volte, della sconfitta. Dall’altro, discuterò sinteticamente i loro errori, provando a chiarire e spiegare, la loro origine con gli strumenti della psicologia nonché, quado possibile, delle neuroscienze».

Cantonate assai diverse fra loro. Vedrete perché.

Alcune parti del libro richiedono per essere intese un certo sforzo ma l’insieme è piacevolmente comprensibile per ogni persona mediamente scolarizzata purché non sia propria digiuna delle nozioni basi scientifiche (se in questa frase trovate un ossimoro potreste aver ragione … in tanti Paesi ma in Italia no, visto che qui per molte persone “scolarizzate” è un vezzo vantare l’ignoranza nelle scienze).

Ovviamente non entro nel merito della “cinquina”.

Mi sembra interessante – e, per così dire, esportabile – un ragionamento sulla «dissonanza cognitiva» che Livio propone così: «L’abbaglio […] fu anche l’effetto di un’attitudine psicologica assai diffusa: più decisamente prendiamo posizione, più è probabile che non cambieremo idea, anche di fronte a indizi contraddittori (L’espressione “armi di distruzioni di massa” per caso vi ricorda qualcosa?). La teoria della dissonanza cognitiva […] tratta precisamente del senso di sconforto provato dalle persone di fronte a dati in conflitto con le loro convinzioni profonde. Molti studi indicano che per alleviare la dissonanza cognitiva spesso le persone, invece di ammettere di essersi sbagliate, riformulano il loro punto di vista con nuovi modi che giustificano la loro opinione precedente». Poco più avanti Livio ricorda che «il neuroscienziato e scrittore Robert Burton ha sostenuto che il bisogno esasperato di aver ragione abbia somiglianze fisiche con altre dipendenze». A proposito di bisogni e dipendenze vedo citato nella bibliografia un titolo affascinante (che non conoscevo) di David Linden: «La bussola del piacere: ovvero perché junk food, sesso, sudore, marijuana, vodka e gioco d’azzardo ci fanno sentir bene». Wow.

Nelle brevi «conclusioni» Mario Livio ricorda che «la moderna neuroscienza ha mostrato in modo non ambiguo che la corteccia orbofrontale […] integra le emozioni nel flusso del pensiero razionale. In altre parole, gli esseri umani non sono fatti per ragionare in modo completamente “freddo” escludendo le emozioni».

Riguardo all’astrofisico Fred Hoyle – che è stato anche un interessante scrittore di fantascienza – segnalo un’umoristica «Nuova Genesi» (a pag 198) e anche la sua “paternità” – su un canale radio della Bbc il 2 marzo 1949 – per l’espressione «Big Bang»; è curioso, visto che lui non era fra gli scienziati che condividevano l’impianto teorico di «attribuire all’universo un inizio ben definito». E sempre nella sezione dedicata ad Hoyle segnalo (pag 240) il paradossale ma azzeccato paragone fra «scienza ufficiale» e «cacciatori della preistoria». Quanto all’isolamento in cui Hoyle si chiuse c’è un commento che certo non vale solo per lui: «I progressi della scienza non vanno in linea retta da A a B ma a zigzag, lungo un sentiero modellato dagli scambi di idee e che subisce dei cambi di rotta per correggere gli errori».

Altra frase notevole (nella sezione su Einstein): «la convinzione è un buon movente ma un cattivo giudice». Poco dopo Livio ricorda: «Anche i più brillanti commettono errori: ciò che li rende grandi non è non sbagliare mai ma innalzare la teoria al livello successivo di comprensione».

A proposito di statistiche (o meglio di «selezioni sbilanciate») vale riassumere una interessante ma poco nota storia. «Durante la Seconda guerra mondiale il matematico ebreo austroungarico Abraham Wald dimostrò un particolare intuito nel campo della selezione sbilanciata. Avendolo saputo, le forze armate gli chiesero di esaminare gli aerei che tornavano dalle missioni per stabilire quali parti andassero rinforzate per aumentare la sopravvivenza dei velivoli. Con meraviglia di molti, egli raccomandò di rinforzare le parti intatte. Wald aveva capito che le parti colpite erano quelle che, danneggiate, non comportavano l’abbattimento del velivolo mentre il contrario valeva per quelle sempre intatte negli aerei che rientravano dalle missioni».

Verso la fine del libro (pag 294) si legge che «l’aspirazione alla verità è più preziosa del suo sicuro successo», un concetto che ironicamente si contrappone alla citazione, che apre le «conclusioni», della regina Vittoria: «Vorrei mettere seriamente in guardia dal cercare di scoprire tutte le ragioni e le spiegazioni. Cercare di scoprire tutte le ragioni è molto rischioso e non dà altri frutti se non la delusione e l’insoddisfazione, turbando la mente e finendo col renderci infelici».

Mettendo da parte l’orrenda Vittoria si può riprendere (e generalizzare) un’indicazione di Mario Livio: «la storia […] non è perciò la cronaca di un viaggio rettilineo dal mondo del mito a quello della scienza ma un tortuoso cammino fatto di imprevisti e cantonate». Buon viaggio e buona scienza.

(*) «Cantonate» è ripassato in edicola qualche settimana fa ma forse ancora lo si trova) nella collana «La scienza come un romanzo» che è “cangurati” dal quotidiano «Il corriere della sera» con ritmo settimanale. Ne ho parlato in “bottega” il 3  agosto: cfr Noi apparteniamo all’universo. Fra i titoli che devono ancora uscire: «Big Bang: l’origine dell’universo e gli uomini che ne hanno svelato il mistero» (solo uomini? Neanche una donna? Ah, come inganna la lingua) di Simon Singh: «Il segreto di Copernico: la storia del libro proibito che cambiò l’universo» di Dava Sobel: testi di Roger Penrose, Freeman Dyson, Craig Venter, Margherita Hack, Richard Feynman; «Perché accade ciò che accade» di Andrea Frova, bel viaggio nella scienza “quotidiana”; «La scienza divertente» di Giovanni Caprara e Lanfranco Belloni; «La fisica di Star Trek» di Lawrence Krauss (qui in “bottega” ne ha parlato più volte Fabrizio Melodia); «Che tempo farà: Breve storia del clima con uno sguardo al futuro» di Luca Mercalli.

Questa sorta di recensione va in certo senso a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

redazione
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Che invitante recensione ! Sono sommerso da altre letture, più o meno facoltative, ma spero di trovare il tempo. Ho i miei pregiudizi sulle neuroscienze, instillati da Foucault e Kuhn, ma sono pregiudizi, perché non sono un neuroscienziato, quindi non ho i mezzi per valutare.

    Voglio però condividere questa frase, la cui autrice (o autore) è sconosciuta (sconosciuto)

    … La confusione è il sudore dell’imparare (o della conoscenza), liberamente tradotto da Confusion is the sweat of learning.

    E questi due articoli, che in questo momento non ho la possibilità di tradurre:

    Fare amicizia con il fallimento http://www.edutopia.org/blog/learning-from-failure-ainissa-ramirez (Making Friends With Failure)

    Capire vs. Sbagliare (o ancora meglio Significare vs. Sbagliare) http://ww2.kqed.org/mindshift/2015/08/04/seeing-struggling-math-learners-as-sense-makers-not-mistake-makers/ (Seeing Struggling Math Learners as ‘Sense Makers,’ Not ‘Mistake Makers’)

    Grazie DB.

    Abbracci !
    Ago

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