Una badante come tante altre

di Emanuele Comi (pubblicato il 23 febbraio su «The Samosa»).

Gli immigrati irregolari, o clandestini come spesso vengono chiamati, portano con sé storie incredibili. In Italia, il loro numero è stimato intorno a 750.000 – quasi un quarto del numero complessivo di immigrati che vivono nel Paese.
Natalia – boliviana quasi trentenne – è stata una di loro; non è il suo vero nome perché è giusto che venga protetta sino a che la sua drammatica storia si conclude. In Bolivia viveva con la famiglia e una bambina avuta da un abuso sessuale subìto in adolescenza, in condizioni di estrema povertà. Come molti altri nelle sue condizioni, Natalia decide di farsi prestare dei soldi e fuggire da questa situazione, con la speranza di ripagare il debito non appena avrebbe iniziato a lavorare oltreoceano. «Entrare in Italia era facile. Bastava prendere il passaporto e dire che volevi visitarla» dice Natalia.
L’immigrazione irregolare in Italia viene spesso collegata agli sbarchi di navi cariche di disperati provenienti dai diverse angoli del continente africano. Natalia, tuttavia, è una overstayer, ovvero fra coloro che entrano in Italia regolarmente per poi rimanerci dopo la scadenza del visto. Secondo il ministero degli Interni, nel 2006 il 64 per cento degli immigrati irregolari erano overstayer come Natalia, mentre solo il 13 per cento sbarcarono irregolarmente sulle coste italiane.
Natalia atterra a Milano il 27 marzo 2007. L’Italia, una società invecchiata, pullula di opportunità per chi vuole prendersi cura degli anziani. Assumere una badante è un’alternativa più allettante rispetto a quella di sistemare l’anziano in una casa di cura. La domanda di lavoro a basso costo e disposta a prendersi cura degli anziani è molto alta, e l’impatto sulla vita della persona da assistere molto più lieve, dato che le badanti sono presenti 24 ore su 24 a casa. Una badante non ha orario di lavoro, dato che si occupa della persona in cura per tutto quello che necessita.
Nonostante ciò, il miraggio di un posto pieno di opportunità lavorative svanisce presto per Natalia. I lavori come badante sono difficili da trovare e facili da perdere, dato che l’anziano in cura viene mandato in una casa di cura oppure muore nel giro di qualche mese.
Quando finalmente riesce a trovare un lavoro più stabile, sempre come badante, i soldi – 600 euro al mese – non bastano. Il debito da ripagare è ancora molto alto e la sua famiglia ha bisogno di aiuto per andare avanti. Natalia è determinata a trovare un lavoro pagato meglio ma questo si rivela essere più arduo di quanto previsto. Dopo avere chiesto ovunque a Milano e dintorni, decide di andare a Modena come ultima spiaggia.
Presto i soldi finiscono e Natalia non ha un posto in cui stare: dorme per strada, ovunque può trovare riparo, per due lunghe notti. La diffidenza della gente, e anche dei suoi connazionali, si aggiunge a una situazione già di per sé insostenibile. «Nessuno si fidava di me» dice Natalia.
Quattro mesi dopo, quando la disperazione aveva quasi preso il sopravvento, Natalia riceve finalmente un’offerta di lavoro a Lodi, vicino a Milano. La paga è buona – 900 euro al mese – e ha diritto al sabato pomeriggio e alla domenica liberi. Il lavoro consiste nel prendersi cura di un’anziana signora non autosufficente. Il figlio della signora, un noto professionista che chiameremo Pietro in questo articolo, divide l’appartamento con la madre. Il lavoro è duro ma Natalia può godersi i weekend liberi.
Sebbene l’accordo venga sottoscritto da entrambi, Natalia non riceve la paga alla fine del primo mese di lavoro, domenica 31 agosto 2008. Sperando che Pietro si sia dimenticato del pagamento non intenzionalmente, Natalia decide di aspettare.
Il lunedì Pietro va al lavoro come tutte le mattine. A pranzo, Natalia fa notare il problema. Pietro si scusa e dice che l’avrebbe pagata la mattina successiva. Questa, tuttavia, era solo la prima di una serie interminabile di promesse non mantenute.
A seguito della richieste di Natalia, il sabato seguente (6 settembre 2008) Pietro le allunga 50 euro dal proprio portafoglio. «Ti posso dare questo per ora» le dice. Lei inizialmente rifiuta la banconota, poi la prende e la manda immediatamente alla figlia in Bolivia.
Settembre passa e non succede nulla. Quando la famiglia di Natalia le chiede la ragione per cui non hanno ricevuto i soldi, lei non riesce a trovare le parole per spiegare la situazione. Esausta delle vuote promesse, decide di preparare le valigie e andarsene.
Pietro è furioso. Non appena lei gli dice che se ne sarebbe andata lui esplode: la colpisce in faccia ripetutamente e la picchia fino a quando non è in grado di rialzarsi. «Non vai da nessuna parte. Lo vuoi capire?» le grida. Un attimo dopo le confisca chiavi, cellulare e passaporto, l’unico documento che prova la sua identità.
Senza il telefono, l’appartamento diventa una prigione. Pietro inizia a minacciarla fingendo di chiamare la polizia e denunciarla ogni volta che Natalia scoppia in lacrime e le chiede il perché di tutto questo. «A chi pensi che crederanno?» le ripete. Alla fine, dopo diversi tentativi di richiesta d’aiuto, Natalia riesce a parlare con il fratello di Pietro.
Invece che migliorare la situazione, questo provoca un’altra esplosione di rabbia in Pietro che, in un attacco di follia, abusa sessualmente di lei.
All’inizio del 2009, quando Pietro non può vederla, Natalia riesce ad appropriarsi del cellulare e chiama la polizia. Nonostante la polizia sia diretta all’appartamento, Pietro si getta su di lei e tenta di abusarla nuovamente. La madre di lui, capendo cosa succede, grida dall’altra parte della casa per fermarlo. Natalia viene spinta fuori di casa, ma quando la polizia arriva viene portata in questura non essendo in grado di presentare un valido permesso di soggiorno. Mentre il poliziotto di turno ascolta la sua versione dei fatti, il suo superiore decide di spedirla al Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Bologna.
Questi centri di identificazione hanno il compito di accogliere temporaneamente e identificare gli immigrati irregolari prima di essere mandati nei loro Paesi di provenienza. Il processo di identificazione, tuttavia, può durare parecchio tempo. Una legge nazionale ha di recente aumentato la massima permanenza in un Cie a 180 giorni per chi è sprovvisto di un valido permesso di soggiorno, dopo il quale la polizia ha l’obbligo di rilasciare la persona trattenuta. Al tempo dei fatti la massima durata era ancora fissata a 60 giorni. Fortunatamente Natalia– su richiesta di una organizzazione di volontari che lavora all’interno del centro – viene accolta dopo 60 giorni dalla ong imolese Trama di Terre.
Le accuse di maltrattamento e abuso sessuale vengono riferite al giudice che crede a Natalia e decide di interrogarla nella sede di Trama di Terre e di procedere nei confronti di Pietro che è ora in attesa di un processo per stupro, minacce e violenza.
Il permesso di soggiorno di Natalia è stato prolungato sino a fine 2010 in modo da permetterle di testimoniare al processo. Natalia lavora attualmente come badante in un paese vicino a Imola, ma verrà rispedita in Bolivia alla fine del processo.
La storia di Natalia non è un caso isolato, ma queste vicende raramente fanno notizia. Tiziana Del Pra, presidente di Trama di Terre, è entrata in contatto con centinaia di badanti irregolari sfruttate e minacciate dai loro datori di lavoro.
Nonostante ciò, le badanti non attirano l’attenzione dei media italiani, se non per ragioni differenti. Infatti, secondo il «Corriere della Sera», le nozze fra anziani italiani e badanti a Milano hanno subito un vero e proprio boom. nel 2008 i matrimoni fra italiani e «ragazze straniere almeno dieci anni più giovani di loro» hanno raggiunto il numero di 1.645. Daniele Barbieri, giornalista della rivista «Carta» commenta così: «Sebbene questo fenomeno [matrimoni fra badanti e anziani] sicuramente esista e abbia una certa valenza statistica, è assolutamente marginale se confrontato con le decine di migliaia di case in cui donne, senza documenti e in condizioni di estrema povertà, sono vittime di minacce dai loro datori di lavoro».

Emanuele Comi è un giornalista anglo-italiano o (se preferite) italian-sassone. Dopo avere lasciato l’Italia per una breve vacanza, ha deciso di non tornarci. Vive da quattro anni a Camberwell, un quartiere nel Sud di Londra, in una via chiamata Love Walk — un indirizzo che molti gli invidiano — dove scrive su immigrazione, società, politica e altro. Si è imbattuto in una storia che in qualche modo riguarda Imola ed è così che mi ha coinvolto (come intervistato). Su «The Samosa», giornale online inglese creato da giovani giornalisti freelance, trovate anche altri suoi articoli che riguardano l’Italia (a esempio sulle manifestazioni del 1 marzo) ma ovviamente sono… in inglese.

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4 commenti

  • Sulle collaborazioni domestiche forse esiste la peggior ipocrisia in questo Paese per quanto riguarda il lavoro degli immigrati. Fanno comodo a tutti perchè il loro lavoro è indispensabile soprattutto con gli anziani invalidi ( e sarebbe ora che si ragionasse sul fatto che l’età media è aumentata ma non di certo si è allungato il benessere fisico, per cui essere vecchi e malati è realtà comune ). Ma…ma per troppe persone questa è una soluzione puramente utilitaristica, accettata dalle norme della società, in cui la “persona” conta davvero ben poco: è sfruttabile, è violentabile, come l’esempio sopra. Esce un aspetto degli italiani, quello egoista, “furbesco”, ipocrita, che ormai non arriva più neppure a ricevere il comune sdegno, perchè in questa Italia il rispetto per gli altri è diventato persino un concetto negativo: sei “buonista”. E a proposito attenzione a usare il termine “badanti” perchè i puristi del political correct ( che troviamo nella nostra sinistra ) ti redarguiranno, perchè è quello il vero problema, l’uso delle parole!
    Mario Sumiraschi

  • Quello che accade alle ‘collaboratrici domestiche’ mi sembra in diretta continuita’ con quello che accadeva qui in Italia alle ‘serve” forse di non piu’ di 50 anni fa ( e alle schiave afroamericane negli USA per piu’ di 300 anni). Vi ricordate il concetto di ‘figli naturali” spesso frutto delle ‘unioni” tra serva e padrone e o figlio del padrone? La differenza e’ che una volta avveniva a ragazze o donne italiane di campagna che andavano a ‘servizio’ presso poche famiglie ricche, adesso questo rapporto di potere si e’ esteso alla classe media italiana e la “campagna’ si e’ estesa al sud del mondo. Va anche detto che si tratta di una di quelle furbesche soluzioni all’italiana grazie alla quale problemi di “servizi sociali” passano dalle mani dello Stato a quello delle singole famiglie, innescando tutta una serie di perversi meccanismi che ricreano all’interno del nucleo familiare (che adesso ha attirato nella sua orbita le figlie del sud e dell’est del mondo) gli squilibrati rapporti di potere che esistono a livello planetario.

  • evviva emanuele… ora che ho trovato una sua presentazione. certo avrei preferito leggere notizie festose… questa forse non fa che giustificargli lo star in love walk…

    • Grazie tante “doni” per i complimenti, che a mia volta giro a Tiziana e tutta Trama di Terre che si occupa di queste storie quotidianamente con un lavoro preziosissimo sul territorio.

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