Una giudice a Johannesburg

di Maria G. Di Rienzo

«C’è un bel po’ di sessismo, nella magistratura. Se sei una donna devi seguire un corso specifico per fare la giudice, se sei un uomo basta che fai la domanda. Gli uomini che li hanno creati, questi corsi, pensano siano meravigliosi, pensano di “aiutare” le donne a diventare giudici. Sono incredibilmente orgogliosi di questi costosissimi corsi. Se una donna ha esercitato la professione di avvocata per 18 anni e un uomo ha fatto lo stesso, ed entrambi vogliono diventare giudici, lei va a studiare, lui compila un modulo». Così la giudice sudafricana Kathy Satchwell durante una lezione universitaria il 30 agosto scorso.

Kathy è tra le fondatrici di Black Sash, un’organizzazione per i diritti delle donne, e nel 2009 è stata al centro di un ciclone mediatico per aver presentato la propria candidatura alla Corte Costituzionale; i suoi detrattori, “sudafricani timorosi di Dio”, sostenevano che non doveva esserle permesso perché è omosessuale. La giudice rispose che le loro argomentazioni derivavano da una mentalità sessista e avrebbero fatto meglio a esaminarla invece di scaricarne la responsabilità su Dio.

Kathy Satchwell è stata ed è coinvolta in numerose lotte per i diritti umani, ma curiosamente la battaglia per cui è più nota, e che ha vinto di recente dopo 16 anni di proteste, concerne… i gabinetti del Tribunale di Johannesburg. Quando l’edificio fu costruito, i bagni furono progettati per servire solo uomini e successivamente divisi in locali per bianchi e locali per neri, ma senza mai prevedere che una donna potesse accedervi. «Sì, 16 anni sono un bel po’ di tempo per costringermi a continuare a chiedere: perché ci sono solo urinali se qui ci sono anche donne? Perché alcuni gabinetti sono ancora segnalati come “solo per bianchi”? Quando sono tornata in Tribunale l’altro giorno, un collega è venuto da me e mi ha detto: Kathy, posso per piacere avere la tua mano? Io ho risposto: in matrimonio? E lui: No, devi venire con me. I nostri uffici sono stati rinnovati. E mi ha portato ai bagni, e finalmente gli urinali e il resto erano spariti».

Kathy dice che comunque la mentalità è cambiata da quando alle donne avvocate e giudici si davano solo casi relativi ai bambini e ai divorzi a causa della loro “speciale empatia”, ma che resta molto da fare per rendere il sistema giudiziario più equo rispetto al genere. Agli e alle studenti di legge a cui ha parlato il 30 agosto ha detto anche che per esercitare l’avvocatura devono creare del bilanciamento nelle loro esistenze: «Avete una vita sola, perciò abbiatene buona cura. Non lavorate così tanto da dirvi, quando avrete settant’anni, “Non ho mai visitato il Parco Nazionale, avrei voluto imparare l’uncinetto”. Siate appassionati, e godetevi tutto quel che vi interessa. Non vorrete mica dirvi, in punto di morte: Che delusione, tutto qui quel che ho fatto?».

BREVE NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue suoi traduzioni – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/. Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

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