Val Susa: la politica e la violenza

di Monica Lanfranco
Ero in Val Susa, domenica scorsa, con mio figlio sedicenne e suo padre, attivista ambientalista da tutta la vita. Ho dormito la sera prima nella casa di una famiglia della zona, così da essere già nei pressi all’indomani e non fare una levataccia; ho cenato con una coppia di abitanti valsusini doc, persone cordiali, spiritose, civili e bene informate sullo scempio che da qui a un ventennio, se andranno avanti i lavori, sconvolgerà la vallata con un’opera che, fatte le debite proporzioni, è più pericolosa, dispendiosa e inutile delle Piramidi dell’antico Egitto, che almeno sono lì a dirci dell’arroganza prometeica del potere ma non sono state una iattura così feroce per la natura circostante.
Ho visto la cura organizzativa, non semplice da realizzare e non scontata, da parte dei comitati No Tav, che ha come logo un vecchietto dignitoso e arrabbiato che si appoggia al suo bastone, una figura che nulla ha da spartire con l’immaginario della retorica eroica, violenta e sanguinosa di chi come sedicente strumento di lotta sceglie di armarsi in assetto di guerra e pianifica programmaticamente lo scontro con la polizia.
Non importa lo scenario, a chi trasloca la guerriglia nelle pratiche di movimento: si va a cercare di sfasciare la testa al celerino allo stadio come davanti all’FMI, al G8 in tour per il mondo come in Val Susa, senza dialogare con chi pacificamente costruisce porta a porta il consenso e non confonde gli obiettivi della mobilitazione con il proprio protagonismo.
Ho camminato per ore sotto il sole cocente che mi ha bruciato le spalle stando fianco a fianco con sindaci, amministratrici e amministratori con fascia tricolore sulle magliette, che hanno aperto l’interminabile fiume umano impossibile da contare, ma di certo non inferiore alle 60 mila persone.
Dietro a loro centinaia di carrozzine spinte da padri e madri, spesso muniti di zainetto con dentro i fratellini e le sorelline più piccole, e per mano o intorno i più grandi.
Il servizio d’ordine scandiva con chiarezza i ringraziamenti a chi si univa mano a mano al serpentone di corpi, ma ho sentito più volte affermare anche con un’ironia ferma e precisa ai figuri neri che più volte hanno cercato di infiltrarsi alla testa del corteo: “ Questo è l’unico corteo autorizzato dai comitati, ci sono famiglie e bambini, quindi chi non si adegua se ne vada, gli ‘zii’con i caschi fuori, qui non vi vogliamo”. Eppure alla fine chi non c’era e guarda la tv riceve negli occhi solo le scene di violenza, sangue e fumo, e le parole stanno a zero.
Un risultato certo e matematico il protagonismo egoista e tracotante che si veste di nero e si copre il volto ce l’ha sempre: oscurare le ragioni dei comitati pacifici, offrire alibi alla stampa per non parlare dei contenuti, togliere aria e spazio a chi lavora nel quotidiano con la forza delle parole, della documentazione e delle intelligenze individuali e collettive che costruiscono alternative possibili.
Le popolazioni offese dallo scempio annunciato della Tav hanno avversari potenti: gli interessi economici governativi, l’ottusità complice di parte del maggiore partito di opposizione, la minoranza violenta che fa del turismo bellico la sua sola ragione di esistenza. Di quest’ultimo pericolo i movimenti devono ragionare e presto: la storia recente dell’Italia insegna che offrire consenso anche minimo e sottovalutare il fascino della violenza come pratica di lotta, specialmente presso le giovani generazioni,  brucia le ragioni politiche, cancella pezzi di generazioni, sottrae energie dalla condivisione del cambiamento. Vandana Shiva, madre dei movimenti per una diversa e possibile globalizzazione, ha scritto: La pace non si creerà dalle armi e dalla guerra, dalle bombe e dalla barbarie. La violenza non si contiene propagandandola. La violenza è diventata un lusso che la specie umana non può più permettersi, se vuole sopravvivere. La nonviolenza è diventata un imperativo per la sopravvivenza.” Ricordarlo e dirlo forte e chiaro, prendendosi la responsabilità di questa scelta, non è un’optional.

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Redazione
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11 commenti

  • Grazie Monica per questo splendido post.
    Solo una considerazione “politica e partitca” in merito a quanto scrivi.
    Hai parlato dell’ottusità “complice” dell’opposizzione.
    Su questo non mi sento daccordo. Avrei lasciato solo “complicità”, senza ottusità, perchè per quanto riguarda la TAV e tanta latre questioni, in Italia non esiste una vera opposizione. Molte persone in parlamento non hanno rappresentanza. Tutti i partiti (forse solo l’IDV no) sono daccordo che la TAV “ha da farsi”, perchè le aziende che poi si beccano gli appalti sono aziende dei vari amichetti di Dalema, Bressa e di altri ex Democristiani.
    Questo per dire che l’opposizione non è ottusamente, ma consapevolmente, coerentemente e “massonicamente” complice.
    Ciao
    Alessio

  • ginodicostanzo

    I cortei pacifici che non tentano almeno di entrare nei cantieri per bloccarli, fermeranno la tav? la semplice costruzione del consenso contro questa mostruosità, che mi sembra già ci sia, non solo nella valle, fermerà la tav? 2000 poliziotti non sono violenza di stato? le torture subite dai manifestanti catturati non sono violenza di stato? e come si risponde? se pure ci fossero state non 60.000, ma 200.000 persone pacifiche, un consenso larghissimo quindi, si sarebbero fermati i cantieri? forse qualche politico avrebbe cominciato a riflettere sull’opportunità dell’opera? nella storia dell’umanità ci si è mai liberati delle dittature col dialogo, con la costruzione del consenso? Io non credo che la violenza sia partita dai manifestanti, non credo ai blackblok, ho letto altre testimonianze di chi c’era e visto filmati… credo che quei cantieri vadano fermati… e plaudo a chi ha coraggiosamente resistito alla violenza di stato, come plaudo alle famiglie con bambini che hanno sfilato manifestando il loro sdegno ed il loro dissenso. Non c’ero naturalmente, ma ho visto e letto e sto ancora leggendo e visionando… e soprattutto ho memoria del passato… quei cantieri vanno fermati adesso…
    grazie

  • I rapporti di forza politici, la perdurante egemonia ideologica borghese, l’assenza di forze organizzate effettivamente di sinistra in grado di elaborare e indirizzare il dissenso, lo strapotere militare dello stato, escludono aprioristicamente la possibilità di anche solo iniziare uno scontro non prevalentemente pacifico. Non ci sono scorciatoie per il cambiamento. Né possibilità alcuna di diventare martello: dobbiamo rassegnarci a continuare a essere incudine. Unica possibilità è utilizzare i sempre più scarsi (purtroppo) spazi di agibilità politica che il sistema benignamente ci concede. Le fughe in avanti, la rabbia, l’indignazione, per quanto giustificati non devono farci perdere lucidità e capacità di leggere nella realtà.
    Non che manchino le possibilità di fare qualcosa, ma questo qualcosa è già tanto se serve a discreditare questo o quel personaggio (questo o quel partito); ed è molto quando si riesce a sedimentare coscienza nelle masse.
    Mettere in moto l’inventiva, allora. diffondere idee, anche le più pazze.
    Io, sempre che sia possibile avviarlo, cercherei di organizzare un referendum per far approvare la separazione del territorio dall’Italia; con lo stesso referendum farai eleggere un governo provvisorio che dovrebbe dichiarare la polizia italiana forza occupante. Con tutto il resto che ne conseguirebbe in quanto a dimostrazione davanti alle ambasciate, appelli ai diritti umani, richieste di riconoscimento alle Nazioni Unite, Consiglio d’Europa ecc.
    Una gran commedia, insomma, per poter fare gran chiasso e avere non solo l’opportunità di denunciare gli atti del governo italiano, ma anche di mettere i leghisti in contraddizione con se stessi. Metterli in condizione di dover reprimere una forza autonomista, stabilendo in questo modo un pericoloso precedente.
    Comunque, a parte la pazza idea, ma forse non troppo pazza, penso sia arrivato il momento di cambiare strategia. Bisogna assumere iniziative diffuse su un ampio territorio (chiedendo aiuto alle forze progressiste disponibili a dare una mano), superando anche i confini dell’Italia del Nord; in modo da costringere il governo a dividere le forze della repressione o a aumentarle fino a che la situazione diventi intollerabile. Solo una volta che si sia riusciti a allargare il fronte della lotta, ci si potrà di nuovo concentrare nei dintorni del cantiere.
    MANTENENDO però SEMPRE FERMA LA TENDENZA PACIFICA E DI MASSA delle manifestazioni; senza mai cadere nella tentazione di vincere le sfide violente che sicuramente i signori che ci dovrebbere rappresentare proporranno a ogni piè sospinto.
    Ricordiamocelo: non basta voler cambiare per riuscire a cambiare. Prima occorre che le masse acquisiscano coscienza delle proprie forze. E ce ne vuole per arrivare a questo punto.
    Prudenza pertanto. E molta, molta pazienza.
    Mam

  • Pensare che si sia ancora al dibattito su “violenza sì” e “violenza no”, mi sorprende. La scelta di solito non la fa il singolo, bensì la storia. Credo non ci sia neppure bisogno di scomodare qualcuno che scrisse: “la storia di ogni società civile finora esistita è storia di lotte di classi” (non è Beppe Grillo, NdR). Quando la misura è colma, la gente reagisce. Legittimamente. La rabbia è un fiume carsico, un processo che matura in modo sotterraneo, destinato ad esplodere.
    Al G8 di Genova c’erano i Black Block? A Genova nel luglio ‘60 certamente no.
    Non credo si possa dire, tout court, quale atteggiamento sia più produttivo in termini di risultati raggiunti, ma credo si possa dire che la violenza sia spesso inevitabile, persino “oggettiva”. Chi se ne scandalizza viaggia nel mondo dei sogni. E’ fatto naturale.
    “Però sarebbe meglio evitarla!! “ Certo, ma non culliamoci nelle banalità.
    I cortei, le manifestazioni di massa, per loro natura, sono facilmente aggredibili. Per questo è necessario, è persino etico, difenderle. Nascono per tale motivo i servizi d’ordine, che possono sì garantire attenzione contro il rischio di infiltrazione, ma certo non evitare che i manifestanti, a buon diritto, si proteggano da una violenza contraria, reagendo. Legittima difesa, si chiama così anche nel nostro ordinamento giudiziario. Nessuno si scandalizzi.
    Gli spari di candelotti ad altezza d’uomo, i blocchi illegali, le prepotenze, i veri e propri attacchi, il manganello facile, i caroselli dei gipponi tra la gente, la pallottola vagante, non possono che produrre l’esercizio della propria difesa. E’ forse “sbagliato”?
    La presenza di qualche possibilissimo e immancabile idiota, al corteo così come allo stadio, come in tutte le manifestazione dove ci si possa nascondere, è un rischio insito in un fenomeno di massa. C’è, va governato. E’ la presenza di un buon servizio d’ordine maturo, coi nervi saldi, che può scongiurare la provocazione, ma non chiamiamo Black Block la rabbia spontanea di fronte a violenza e prepotenza.
    I Black Block sono soprattutto spauracchi per manipolare l’informazione.
    Bello sarebbe non alzare troppo il ditino, facendo la conta dei buoni e dei cattivi. Senza la piazza – né buona né cattiva – non ci sarebbero state molte delle conquiste dei lavoratori e della democrazia. Accettiamo la visione degli eventi nella loro complessità: lo scopo è capire meglio la realtà, imparando dal passato.
    C’è molto infantilismo nel pensare di risolvere le cose spaccando teste, è verissimo, e ce n’è altrettanto immaginando ed auspicando una dialettica priva di violenza. Purtroppo c’è ancora differenza tra sogno e realtà.
    Il “colorato popolo della pace” non ha mai contribuito a fermare nemmeno una guerra.
    I truculenti guerriglieri metropolitani professionisti sono sempre stati un danno e un ingombro.
    Ma non chiamiamo ingenui gli uni e carabinieri gli altri, per favore.

  • Antonio Fantozzi

    Mi riallaccio al commento di Marco.
    A Genova dieci anni fa fecero un esperimento che riuscì: sequestrarono cinquecento persone per giorni senza che nessuno ne sapesse niente. Provate a immaginare, cinquecento a Genova, cinquecento a Milano, a Bologna, a Napoli… Si fa presto a fare trentamila come fu il numero dei desaparecidos in Argentina. Persino i giornali moderati parlarono di pratiche di tipo sudamericano. Non solo: tra gli istruttori di alcuni reparti di carabinieri all’uso del manganello tonfa da arti marziali c’erano ufficiali americani istruttori nella famigerata Scuola delle Americhe di Fort Benning, Georgia. Anche a Genova c’erano i black bloc, che in molti video, bardati di tutto punto, entravano e uscivano dalle caserme e conversavano con le forze dell’ordine, carabinieri, finanzieri e celerini. C’erano infiltrati delle forze dell’ordine anche all’epoca del massacro di Piazza delle tre Culture, a Città Del Messico, appena prima che iniziassero i giochi olimpici del 1968. Lo si seppe grazie a un articolo di Oriana Fallaci, trovata ancora in vita sebbene ferita, da un prete in un obitorio. Quindi, esperimento riuscito all’interno di una città, Genova, con disinformazione massmediatica studiata a tavolino e praticata da giornalisti arruolati. Lo stesso esperimento adesso in un territorio, una volta teatro di guerriglia partigiana, con lo stesso uso di giornalisti arruolati. Esperimento di guerra civile, lo definisco io, riuscito anche questo. Nel film Zabriskie Point di Antonioni, il protagonista, l’attore Mark Frechette, a un certo punto dice più o meno così: Noi continuiamo a parlare di violenza, loro la fanno. Strano caso della sorte, Mark Frechette morì giovanissimo in carcere, forse assassinato.
    Questa mattina ho ricevuto una lettera, che allego qui di seguito.

    Mi chiamo Silvano Xxxxx e sono un cittadino, abitante della Valle di Susa, luogo ormai noto, ahimè, più come sinonimo di Tav che come bel territorio alpino dove fare qualche passeggiata in relax.

    Come cittadino, sono preoccupato.

    Il giorno dopo la manifestazione No Tav di Domenica 3 Luglio in Valle di Susa, sono preoccupato per la libertà degli italiani, costretti a ricevere un’informazione parziale, distorta e schierata. Gli italiani hanno visto in televisione scene di guerriglia con protagonisti due-trecento (forse) attivisti e centinaia di agenti. Gli italiani non hanno visto – o non è stato presentato loro nel modo corretto – il fiume delle decine di migliaia di persone che hanno sfilato pacificamente.
    E agli italiani non sono state raccontate le ragioni che hanno portato migliaia e migliaia di famiglie sulle strade della Val di Susa per manifestare.

    Sono preoccupato perché la rappresentazione che media e politici danno della realtà è scollata da quanto succede davvero. Partecipo ad una manifestazione No Tav, poi sento il servizio del TG di turno e non ritrovo nulla di quanto ho visto e sentito.

    Sono preoccupato perché giornali, tv e politici ripetono il mantra che lega il movimento No Tav a black-block e anarco-insurrezionalisti, ricordando ogni giorno di più i proclami dei nazisti contro i “banditen” partigiani, volti soltanto a spaventare e fare dell’altro un “nemico”, una minaccia.

    Sono preoccupato perché sul campo, sulla strada, nel corteo ho visto polizia e carabinieri incapaci di isolare i violenti.
    Sono preoccupato per la sicurezza di noi cittadini perché ho visto gli agenti attaccare indiscriminatamente. Ho visto una trentina (quindi per la questura erano in 3!) di attivisti cercare di forzare le barriere alla centrale idroelettrica, a fronte di migliaia e migliaia di donne, uomini, bambini che manifestavano tanto rumorosamente quanto pacificamente. E ho visto polizia e carabinieri colpire senza distinzione chiunque, con idranti e lacrimogeni sparati ad alzo zero. Ho visto lacrimogeni lanciati contro il presidio di pronto soccorso, sulle persone a oltre duecento metri dalla “zona calda”, dove c’erano famiglie con bambini. Ho visto la furia di forze dell’ordine in guerra contro i cittadini: decine e decine di lacrimogeni sparati sulla gente.

    Sono preoccupato perché i miei figli sono ragazzi e si stanno formando, stanno maturando la loro idea di società, di legalità, di Stato. Ieri hanno respirato i gas irritanti dei rappresentanti della legge, loro che stavano ben lontani dagli scontri. Hanno visto la violenza vestita in divisa comportarsi come e peggio dei (pochi) violenti che stavano al di qua delle barricate erette a difesa del cosiddetto cantiere. Hanno sperimentato che non basta essere onesti e pacifici per non rischiare di essere colpiti e fatti oggetto di violenza da coloro che noi cittadini paghiamo per tutelare l’ordine e la legge.

    Sono preoccupato perché ho visto poliziotti e carabinieri protetti da caschi, scudi, protezioni integrali del corpo, schierati dietro 3 barriere di ferro e cemento, sparare ad alzo zero lacrimogeni sulla gente.

    Sono preoccupato perché poliziotti e carabinieri non solo non ne sono stati capaci, ma non si sono minimamente curati di isolare il gruppetto di violenti, sparando invece nel mucchio e innescando una tensione violenta fino a quel momento inesistente.

    Sono preoccupato perché ho visto nei telegiornali immagini che ritraevano ragazzi tirare oggetti contro gli agenti, ma raccontavano solo il finale della scena: il resto, l’inizio (e io l’ho visto), era invece dato dal lancio folle di lacrimogeni, che poi i ragazzi avrebbero cercato di restituire al mittente.

    Sono preoccupato perché ho sentito politici di quasi ogni parte politica condannare la violenza dei manifestanti, mentre se ne stavano seduti comodi in qualche poltrona; non sanno niente, non vedono niente, non ci sono mai e tranciano giudizi senza appello. Dovrebbero rappresentare i cittadini e non si accorgono neanche della loro esistenza. Domenica eravamo certamente almeno settantamila a manifestare pacificamente e risolutamente contro un’opera inutile e devastante: su questa folla, neanche una parola.

    Sono preoccupato perché voi che avete le leve del potere concepite e vi occupate solo della violenza: vi accorgete di un centinaio di violenti a fronte di decine di migliaia di persone pacifiche e rispondete unicamente con la violenza di polizia e carabinieri, incapaci peraltro di gestire un ordine pubblico. Per voi non esiste altro. E quando commentate la giornata di domenica, parlate solo degli scontri, non fate riflessioni sul perché, sui contenuti, sulle ragioni delle donne e degli uomini (decine di migliaia!) che portavano la propria persona pacificamente a manifestare.
    Come si fa a sentirsi rappresentati e tutelati da persone come voi?

    Sono preoccupato perché ho imparato che le forze di polizia non distinguono e non proteggono: attaccano indiscriminatamente un’intera popolazione: forse per paura, forse per inadeguatezza, forse per qualche altro motivo peggiore… non lo so. Ma di certo li ho sentiti contro, li ho sentiti aggressori, li ho sentiti nemici nei miei confronti: io che non ho mai tirato una pietra o qualsivoglia altro oggetto.

    Sono preoccupato perché alla fine degli scontri, alla centrale, ho visto poliziotti e carabinieri continuare a sparare decine di lacrimogeni sulla gente in fuga, li ho visti correre dietro i singoli rimasti isolati, li ho visti spaccare i resti delle tende e dei cartelli portati dalla manifestazione. Li ho visti lanciare ogni sorta di oggetto nel fiume, in spregio al territorio e di conseguenza alla gente che lo vive. Sono preoccupato perché ho visto atteggiamenti da esercito invasore, non da tutori dell’ordine.
    E sono preoccupato perché questi atteggiamenti (che magari – chissà? – sono di singoli esagitati) non vengono mai stigmatizzati e perseguiti dalle gerarchie, tant’è vero che si ripresentano puntualmente. Questi non possono rappresentare lo Stato, il bene comune ed esserne tutori.

    Sono preoccupato perché ho visto e sentito persone normali, tranquille, uscire esasperate e incattivite da quelle strade pregne di gas lacrimogeno: donne e uomini sfiduciati, amareggiati, traditi nel loro essere e sentirsi cittadini.
    Così non si difende il bene pubblico, ma si violenta una società, creando lacerazioni e risentimento.

    Sono preoccupato perché questa mia voce resterà con ogni probabilità inascoltata; e se fosse la voce di un singolo, sarebbe poca cosa. Ma invece resta inascoltata la voce di decine di migliaia di cittadini onesti, informati e pacifici.

    Sono preoccupato perché il cantiere Tav si doveva fare solo “con il consenso” delle popolazioni interessate: in una valle di sessantamila abitanti, ieri avete avuto settantamila no. Cos’altro vi serve?

    Sono preoccupato perché la scuola dei miei figli subisce tagli, il loro futuro è incerto e vedo avviare delle “grandi opere” da decine di miliardi di euro, con l’unica spiegazione che sono “strategiche”, senza uno straccio di dato ad avvalorare questa tesi.

    Sono preoccupato perché se il mio stato, l’Italia, è disposto a militarizzare e attaccare un’intera popolazione per il “progresso”, allora abbiamo davanti anni bui, di paura e tensione.
    Questo non è progresso.
    E’ follia.
    E’ antiStato.

  • ginodicostanzo

    Mi dispiace contraddire il valligiano citato da Antonio Fantozzi,ma quelle forze dell’ordine non rappresentano l’antistato, sono proprio lo “stato”… quello è il vero volto dello stato…
    Io credo fermamente che non esista un’entità chiamata “Stato” che si occupa del benessere dei suoi cittadini.
    Ancora parole sui manifestatnti buoni e quelli “cattivi”… insopportabile, francamente. Tentare di entrare in un cantiere militarizzato per occuparlo e fermarlo, è violenza?

  • Antonio Fantozzi

    Al di là di quello che penso, credo che sia importante, e questo blog di Daniele lo conferma ogni giorno a tutti noi, dare voce alla gente. Allego perciò un’altra lettera che, in modo diverso dalla precedente, parla del movimento popolare di lotta in Val di Susa e, per ciò stesso, parla di violenza e non violenza. La lettera è firmata. Mi sono permesso di togliere la firma. Eccola qua:

    A proposito di nonviolenza Faccio parte del gruppo pace di Condove e sono tendenzialmente nonviolenta,direi, se mi si permette, per natura più che per ideologia. Confesso cheanche a me danno fastidio gli insulti gratuiti, sia pure ai poliziotti; pernon parlare del fatto che certo non tiro pietre – i son nen bona, comedirebbe Perino. E vorrei che nessuno le tirasse. Domenica però c’ero, alla manifestazione. E devo dire che neanche per unsecondo ho avuto dei dubbi su chi fosse l’aggressore e chi fossel’aggredito. Davanti a me c’era una recinzione con filo spinato degna di uncampo di concentramento; uno schieramento di poliziotti mascherati earmati, chiaramente disposti per incutere paura; sopra di me un elicotterogirava incessantemente, creando un clima aggressivo e ossessivo. Sono nonviolenta, ma so che “anche l’odio per l’ingiustizia stravolge ilviso”. Sono nonviolenta, ma, permettetemi una citazione da vecchia professoressa,sono convinta, con il Manzoni che “i provocatori, i soverchiatori, tutticoloro che , in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo delmale che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animidegli offesi.” Si è cercato, sia pure in modo simbolico, di infrangere le fortificazioniche hanno costruito su luoghi che sono la testimonianza del lavoro secolaredell’uomo. Chi non ha visto i terrazzamenti delle vigne sotto la Ramat nonpuò sapere di che cosa sia capace il lavoro paziente e costante. L’hannocostruito sopra uno dei siti archeologici più antichi del Piemonte, là dovel’uomo migliaia di anni fa onorava i suoi morti. Non era legittimo cercare di forzare quel blocco, non era autorizzato danessuno. Vorrei ricordare che neanche la marcia del sale era autorizzata.E’ costata ai seguaci di Gandhi morti, feriti, prigione. Quel sedicente cantiere alla Maddalena è il simbolo dell’arroganza delpotere; è la roccaforte di chi vuole il profitto a qualunque costo ; di chipensa che lo sviluppo e la velocità siano dei valori; di chi non ha ilsenso del limite. Quel cantiere è uno sfregio alla valle di Susa, allanatura, alla democrazia. Nel mondo migliore che vorrei non solo per me, maper i miei figli e i miei nipoti, quel cantiere non c’è.

  • ginodicostanzo

    grazie, Antonio, questa è una visione che condivido maggiormente… e grazie a questa persona che era lì…

  • ginodicostanzo

    ECCO LA “VERITA'” IN CUI CREDO… UN RACCONTO DI UN’AMICA DA SEMPRE SCHIERATA DALLA PARTE DEI PIU’ DEBOLI, DALLA PALESTINA ALL’ITALIA, ALL’EGITTO, CON RISCHIO PERSONALE…

    Un lancio di molotov in un bosco: se non ci fosse di mezzo la caccia all’uomo di 300 persone sarebbe divertentissimo, ridicolo e delirante. Ma erano migliaia le persone che hanno affrontato gli opliti e le armi chimiche, per difendere una terra e le sue vigne, le frane millenarie e quel sottobosco profumatissimo e fitto non credo pensino nemmeno lontanamente di usare del materiale incendiario, neanche fosse l’unico mezzo a disposizione per difendersi.
    Primo.
    Poi… ma quanti anni sono che non vedete una molotov in Italia? C’è ormai una generazione e mezza di persone che se pure son pronte allo scontro e alla resistenza, non sono certo abituè di inneschi e lanci di bottiglie, forse e soprattutto a causa delle nostre leggi, che al contrario di paese come la Grecia (dove anche nelle notti più stellate ci son più molotov che stelle cadenti), le classificano come “arma da guerra” [quei 6 / 8 anni di gabbia ].
    Nessuno avrebbe mai lanciato una molotov per quei boschi: è così banale dirlo.
    Anzi…

    Foto di Valentina Perniciaro _Lacrimogeni sparati addosso_
    Quello che più ho amato di quel popolo orgoglioso, incazzato, tosto come il granito di quelle frane preistoriche su cui vomitavamo i loro lacrimogeni è stato il loro amore, la loro devozione totale per ogni pezzetto di quel verde che ci proteggeva, mimetizzava, dava grotte e anfratti dove respirare un’aria che non fosse satura di armamenti bellici chimici il cui uso è vietato contro i civili e in simili situazioni. Armi da guerra i CS, quelli si: non per la magistratura italiana schiava delle sue leggi speciali, ma per le convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo.
    Cose che non appartengono comunque ai reparti di polizia, carabinieri e guardia di finanza di questo paese.
    Armi a frammentazione: non so se l’avete mai visto.

    Del CS in un bosco, nelle continue deflagrazioni che si avvertivano in quelle ore di guerriglia, si distingueva la sua scia di rumori ancor prima che quei maledetti fumi.
    Un rumore tra le foglie, una cosa che si ferma in aria un po’ sopra le nostre teste, tra querce e noci e poi…frrrrrrrrrr…
    difficile descrivere il rumore di un mega bossolo di 10 cm che si apre e fa partire sette-otto (mai riuscita contarli) dischetti alti un paio di centimetri, che a raggiera ti precipitano su tutti i lati.
    Un’arma da guerra, chimica a frammentazione.

    Foto di Valentina Perniciaro _il cavalcavia da dove lanciavano sassi e lacrimogeni_
    Ci sarebbe poco altro da dirsi, se non che si aggira attorno al migliaio il numero di CS tirato sui boschi nei vari punti, tra La Maddalena, il costone di Ramats, il bosco di Giaglione e i sentieri di Exilles.
    Avete visto tutti quegli estintori che girano sulle foto oggi, dalla Repubblica al Corriere? Il famoso arsenale NOTAV?
    Bhé quegli estintori hanno salvato i boschi, hanno lavorato per ore, trasportati di corsa da chi per i boschi sa saltellare da masso a masso: tra il frrrrrrrrrr della frammentazione dei CS si sentiva spesso l’urlo ESTINTOREEEEEEEEEEEE e via vedevi correre uomini e donne pronti a spegnere il sottobosco sotto cui si infilavano veloci come proiettili i dischi a frammentazione di quell’arma maledetta che ancora sento nei polmoni e nella testa.
    Tirare tonnellate di quelli nei boschi vuol dire tentare all’omicidio: all’omicidio delle migliaia di valsusini che resistevano su quei boschi, illustrando a noi estranei metropolitani come saltare da un muretto all’altro, come andare a prendere aria dietro i massi per poi continuare a resistere e non lasciare quel fronte di lotta.

    Foto di Valentina Perniciaro _l’assedio nel bosco_
    Loro, passo passo, ci hanno chiesto di avanzare o fermarci, loro spegnevano il LORO bosco attaccato da migliaia di fumaiole che nascevano qua e la, partorite da armamenti merdosi che stanno inquinando quel territorio, prima che a farlo siano l’uranio e l’amianto che dalla trivellazione delle montagne verrà stoccato non si sa dove.
    Parlano di black bloc, di gente venuta da tutta europa, di organizzazione militare: non parlano però delle centinaia di lacrimogeni tirati in piena faccia a 15 metri di distanza, non parlano delle teste e facce aperte dalle sassate: perché non gli bastano scudi e manganelli, moschetti e fucili lacrimogeni, usavano anche i sassi

    Ci riportano le dichiarazioni di Napolitano, un uomo che dal 1956 è sempre stato schierato dalla parte dei carri armati, del potere, dello Stato, della repressione. Il mio presidente della Repubblica, della LIBERA REPUBBLICA de LA MADDALENA è lei che vuole le sue vigne.

    A SARA’ DURA per voi, papponi e servi in divisa:
    non credo che quella terra vi verrà lasciata con tanta facilità.

    Andate pure a cercare i black bloc, gli inflitrati, gli anarco-insurrezionalisti e quello che vi pare: lì il nemico ce l’avete appollaiato su ogni albero, nascosto in ogni grotta, celato dietro ogni sorriso sdentato di qualunque vecchietto dal dialetto a me incomprensibile.

    A SARA’ DURA SUL SERIO….

  • Antonio Fantozzi

    Grazie anche a te, Gino. La lettera-racconto che hai postato la condivido parola per parola. Ripeto, la questione non è quello che penso io o che pensi tu, ma quello che pensiamo tutti noi. Perchè sono sicuro che siamo in tanti, anzi tantissimi, ma forse un po’ dispersi. Allora, a mia volta allego un’altra lettera solo a scopo informativo. E lancio una provocazione: attraverso il web, credete che sia possibile organizzare l’assedio del parlamento e mandarli a casa tutti? Una cosa tipo V per Vomit!

    Le forze dell’ordine minacciano e torturano psicologicamente in una caserma mediattivisti No Tav di Alessandria
    6 / 7 / 2011

    Ieri pomeriggio quattro mediattivisti alessandrini si sono recati in Valle di Susa per proseguire un lungo lavoro di documentazione e inchiesta che da alcuni anni svolgono sulla lotta No Tav. L’intento era quello di raccogliere interviste fra la popolazione e di documentare se fossero ripresi i lavori all’interno dell’area della Maddalena dopo la manifestazione di Domenica 3 Luglio. Nei pressi di Sant’Antonio, dove si erano recati per verificare lo stato dei lavori del cantiere, sono stati intercettati da uomini dei Carabinieri Cacciatori “Sardegna” e invitati a seguirli nei pressi del “fortino” della Maddalena. In seguito, sono stati sottoposti a perquisizione personale ed è stata perquisita la macchina di uno dei 4 mediattivisti alla ricerca di armi e materiale esplosivo. L’unica pericolosissima arma che è stata rinvenuta è stata una delle videocamere della redazione di Alessandria in Movimento che è stata sequestrata. In seguito sono stati condotti al Commissariato di Bardonecchia, dove sono stati evidentemente visionati i filmati interni alla videocamera che conteneva i video della conferenza stampa del movimento No Tav tenutasi il 4 Luglio, la conferenza stampa dell’attivista bolognese che ha denunciato le violenze subite dalle forze dell’ordine e alcuni filmati del corteo partito da Chiomonte. Saranno rimasti sicuramente delusi di non aver trovato nessun filmato delle violenze commesse dalla polizia il 3 Luglio, dei lacrimogeni sparati ad altezza uomo e della legittima resistenza dei manifestanti. Sicuramente non hanno gradito la testimonianza di Fabiano ed hanno incominciato a insultare e minacciare ripetutamente i mediattivisti. “Zecche di merda”, “Intanto vi ammazziamo di botte come abbiamo fatto col vostro amico di merda”, “Adesso ve la facciamo pagare per i sassi che avete tirato il 3 Luglio” e, cosa gravissima, si sono rivolti all’unica ragazza con frasi di questo tenore:”Però sei carina per essere una zecca”, “Stasera passiamo la notte insieme nel mio appartamento di Bardonecchia”. Soltanto dopo ore di tortura psicologica e di interrogatorio i 4 mediattivisti sono stati rilasciati con in mano un foglio del sequestro della videocamera. Questi i fatti accaduti ieri a cui ci permettiamo di aggiungere alcune brevi considerazioni.
    Fa male constatare che a 10 anni dalle violenze commesse dalle forze dell’ordine a Napoli e Genova, le caserme continuino ad essere luoghi di minaccia verbale e tortura psicologica e fisica a danno di persone inermi. La degna prosecuzione delle violenze che abbiamo visto durante la manifestazione del 3 Luglio e delle violenze subite dall’attivista bolognese che siamo orgogliosi di aver documentato con la nostra videocamera.
    Ricordiamo a tutti che documentare dal basso le lotte del movimento No Tav è un diritto che dovrebbe ancora essere sancito dalla Costituzione e che questa è stata l’unica colpa di attivisti che da anni si occupano di comunicazione indipendente collaborando con diversi siti e blog fra cui alessandriainmovimento.info e globalproject.info. Non saranno certamente queste minacce e queste intimidazioni a fermare il prezioso lavoro di informazione che i quattro mediattivisti svolgono con passione e a titolo volontario.
    Alessandria in Movimento

  • ginodicostanzo

    Grazie… a Napoli c’ero anch’io…
    E’ storia vecchia che “quei” reparti speciali sono assemblati selezionando la peggior schiuma dei fascisti in divisa, quelli la cui ideologia fascista e nazista è più comprovata e radicata. Quei servi non picchiano solo per “dovere”, (già di per sé indegno di un essere umano pensante), ma lo fanno con il piacere bestiale e malato di annientare e distruggere dei nemici ideologici, dei “comunisti”…
    Lo abbiamo sempre saputo, sono corpi potenzialmente golpisti, la spada di Damocle della nostra democrazia che è già “finta”… altro che padri di famiglia…

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