Violenza patriarcale: toghe, famiglie, religioni

1 – La Corte europea dei diritti umani contro l’Italia; 2 – Matrimoni forzati: perchè la sinistra italiana tace?

Denunciò lo stupro, i giudici la censurarono per la sua vita «non lineare»

Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani contro l’Italia: una sentenza «veicolò i pregiudizi sulle donne»

di Giuliano Santoro (*)

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una «presunta vittima di stupro». La censura si riferisce ad una sentenza del 2015 della Corte d’appello di Firenze, che assolse sette imputati accusati di stupro di gruppo di una donna nella Fortezza da Basso nel 2008. Nelle motivazioni della sentenza, la vicenda venne definita «incresciosa» ma si stabilì che non era «penalmente censurabile».
Il punto è che giudici d’appello si spinsero fino a sostenere che con la sua denuncia la donna aveva cercato di «rimuovere» un suo «discutibile momento di debolezza e fragilità». Per i giudici di Strasburgo questo passaggio è «fuori contesto e deplorevole», da rigettare insieme alle valutazioni compiute dai magistrati sulla vita «non lineare» della presunta vittima.

Secondo la versione dell’accusa, dopo aver passato la serata insieme al gruppo, che l’aveva fatta bere, la ragazza venne accompagnata fino a un parcheggio. Qui, dentro un’automobile, sarebbe avvenuto lo stupro di gruppo. La vittima sporse denuncia e gli imputati vennero arrestati: rimasero un mese in carcere e circa due mesi ai domiciliari. In primo grado, cinque anni dopo, sei di loro vennero condannati a 4 anni e 6 mesi di reclusione e uno fu assolto. Due anni dopo, in appello, arrivò l’assoluzione per tutti: «Il fatto non sussiste». La storia giudiziaria sembrava finita qui perché procura generale di Firenze non presentò mai ricorso alla Corte di cassazione.

Tuttavia, quella sentenza di appello che assolse il gruppo, sostiene oggi la Corte europea per i diritti umani, contiene «dei passaggi che non hanno rispettato la sua privata e intima» della donna coinvolta in questa storia, oltre a «commenti ingiustificati» ed è espressa con «linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana». Da Strasburgo affermano che «gli argomenti e le considerazioni contenute della Corte d’appello di Firenze sono inutili per vagliare la credibilità della ricorrente, né determinanti per risolvere il caso». La Corte entra nello specifico e formula giudizi che hanno valore generale, oltre la questione specifica: considera «ingiustificato il riferimento alla biancheria intima che la ricorrente indossava la sera dei fatti, come i commenti sulla sua bisessualità, le sue relazioni sentimentali o i rapporti sessuali che aveva avuto prima dei fatti presi in esame» e «inappropriate le considerazioni fatte sull’attitudine ambivalente rispetto al sesso della ricorrente» desunte dalle attività artistiche che ha svolto prima dei fatti. Insomma, è il succo della condanna, ogni osservazione sulla condotta di vita di una persona non può essere «pertinente per vagliare la credibilità dell’interessata e la responsabilità penale degli accusati». La Cedu ricorda ai giudici la necessità «di evitare di minimizzare le violenze di genere ed esporre le donne a una vittimizzazione secondaria usando argomenti colpevolizzanti e moralizzanti che possono scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia».

I legali della donna sono soddisfatti e sottolineano il valore esemplare della condanna. «Purtroppo, questo non è l’unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla vivisezione della sua vita personale, sessuale – sintetizza l’avvocata Titti Carrano, che ha assistito la presunta vittima – Nei tribunali civili e penali italiani succede spesso. Mi auguro che il governo accetti questa sentenza e intervenga affinché ci sia una formazione obbligatoria dei professionisti della giustizia per evitare che si riproducano stereotipi sessisti nelle sentenze».

(*) pubblicato sul quotidiano “il manifesto”

 

 

Qui il video «Se l’è andata a cercare»: https://www.youtube.com/watch?v=b9G_ezXc1Ss

Saman Abbas e le altre che si oppongono alle nozze forzate. “Vittime di violenza di genere, non solo arretratezza. Reato? Non basta, bisogna lavorare sulla prevenzione”

di Martina Castigliani (**)

Tiziana Dal Pra, fondatrice dell’associazione Trama di Terre che aiuta le ragazze dopo che scelgono di rifiutare l’imposizione del matrimonio: “Non lo fanno per imitare l’Occidente, ma perché una donna ha diritto di dire no”. E fa un appello alla politica: “Si ha paura di essere additati come razzisti se si prende posizione. Io ho scelto di mettere i diritti umani al primo posto. La sinistra batta un colpo”

Hina Saleem, uccisa a Brescia nel 2006. Sana Cheema, nata in Italia e ammazzata in Pakistan nel 2018. Saman Abbas, 18 anni, scomparsa da un mese: i carabinieri continuano a cercarla, ma si indaga per omicidio. Sono solo alcune delle ragazze “invisibili” che hanno rifiutato l’imposizione del matrimonio e sono diventate vittime di un sistema che non si accorge in tempo delle loro grida d’aiuto. Eppure, in prima fila da anni a chiedere maggiore attenzione, ci sono le operatrici che proteggono le ragazze in fuga. Tra loro c’è Tiziana Dal Pra, fondatrice della onlus Trama di Terre a Imola, associazione nata nel 1997 e che per prima ha iniziato ad accogliere chi scappa dalle nozze forzate. Il problema, spiega a il fattoquotidiano.it, è continuare a trattare il fenomeno come se dipendesse solo da “problemi culturali o religiosi” o di “arretratezza” e non come “violenza contro le donne”. “Una ragazza decide di opporsi alle nozze perché ha diritto di dire di no, non per imitare l’Occidente”, spiega. E la nostra società, di fronte a una scelta così difficile, “giudica le ragazze senza accoglierle”. Dal 2019 costringere alle nozze è reato anche in Italia grazie alla legge sul Codice rosso, ma secondo Dal Pra non basta se non si migliora sulla prevenzione. Quindi servono “campagne di sensibilizzazione nazionali”, “formazione degli operatori” e maggiore velocità nella presa in carico. “Siamo ancora molto indietro”, dice. Quando una ragazza decide di scappare dalla sua famiglia è sola. E da quel momento ha bisogno di una rete di assistenza che la sostenga: “Dobbiamo costruire prospettive a lungo termine. E invece cosa abbiamo da offrire?”. Per questo, chiude Dal Pra, serve una risposta unanime dalla politica e non solo dalla destra: “Si ha paura di essere additati come razzisti se si prende posizione. Io ho scelto di mettere i diritti umani al primo posto“. Quindi, dice, “la sinistra batta un colpo”. Anche perché, “se dobbiamo sempre aspettare che muoia qualcuna” per reagire, “il prezzo da pagare è troppo alto”.

Le ricerche di Saman Abbas vanno avanti. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Io spero di essere smentita, ma ci sono tutti i presupposti che la storia sia quella che si teme. Fa tremare che nel 2021, dopo tutto, in Italia siamo ancora di fronte a queste situazioni».

Perché succede ancora?
«Il tema principale è il controllo sulla vita delle ragazze. La radice di questa violenza contro le donne c’è ancora e non siamo stati capaci di entrarci in contatto, tentando di prevenirla, modificarla e poi farla sparire. Una delle cose che ci ferma è pensare che non sono affari che ci competono. Poi quando accadono, li trattiamo come se non fosse una violenza contro le scelte delle donne, ma come un evento religioso o culturale su cui allora si possono innescare campagne xenofobe. Invece si deve prevenire lavorando insieme a queste donne, a queste ragazze, a queste madri».

Cosa subiscono le ragazze?
«Devono rispondere alla comunità, a quello che la comunità giudica buono per loro. E’ una trappola mortale che mette insieme controllo familiare, patriarcato, lettura errata delle religioni. L’effetto è dirompente e ancora non riusciamo a controllarlo. In più siamo in ritardissimo sulla presa in carico. Prendere in carico le richieste d’aiuto, comporta anche un accompagnamento e non può fermarsi dopo la denuncia».

Si parla di culture arretrate.
«Si mette il focus solo su quello, anche per rassicurarci. Diciamo che ci sono delle società arretrate, ma l’arretratezza è anche nostra. Perché se lei è morta, io spero di no, ma se è morta è un femminicidio, non un omicidio. Bisogna cambiare prospettiva. Lo si vive solo come un reato, non come violazione di un diritto di genere. Si pensa solo a reprimerlo, saltando il passaggio della prevenzione».

Le cose non sono migliorate negli anni?
«Certo che sì. Centri antiviolenza, polizia, servizi sociali, hanno aumentato il sapere. Ma non c’è ancora una logica di rete o di lavorare tutti nella stessa cornice. E penso anche gli amministratori locali. Se io so che nel mio territorio c’è questo problema, perché lo so quali sono le nazionalità che hanno questi problemi nei loro Paesi d’origine, lo devo nominare. Non basta che cambino Paese per cambiare la mentalità. Se lo giudichi solo come arretratezza e non mancanza di tutela dei diritti delle donne, non fai niente. E io temo che siamo ancora molto indietro».

Cosa si dovrebbe fare?
«In Italia non sono mai state fatte campagne di sensibilizzazione nazionali come in altri Stati. Ne parliamo da anni, eppure niente. Poi è fondamentale saper cogliere i segnali. E per questo ci vuole la formazione di tutti gli attori coinvolti: la scuola, le strutture sanitarie, ma anche il consultorio giovani e le biblioteche. Tutti devono essere formati nell’azione. Dopo che ho raccolto la denuncia di una ragazza, cosa faccio? Devo saperlo».

Dove si trova la forza di rifiutare le nozze forzate, rinnegare la famiglia e fuggire?
«Perché una ragazza compie una decisione del genere? Perché non ha voglia di sposare chi le hanno scelto. O perché vuole sposarsi a 40 anni. O disubbidire. Non perché vuole imitare la cultura occidentale. Perché è una persona, ha diritto di dire di no. E una donna ha diritto di dire: ‘No voglio vivere in un altro modo’. Per farlo ci vuole tantissimo coraggio, è vero. Ma non basta. Perché noi non siamo in una società che accoglie questa domanda, ma la giudica. E nel momento in cui una ragazza tira fuori questa forza, deve essere accompagnata da tanti strumenti. Li ha? E’ stata portata in un Paese straniero, è andata a scuola per un breve periodo, ha una cerchia molto chiusa. Lei vuole essere altro, ma nel momento in cui chiede aiuto, a fare la differenza sono le risposte che riceve».

Per questo può succedere che alcune ragazze tornino a casa?
«E’ un percorso difficilissimo, perché fino ad allora è stata solo con la mamma, le zie, gli altri parenti. E basta. E quella è la sua famiglia. Da bambina non l’hanno trattata male, è cresciuta in quella dimensione. Li odia e li ama. E questa società che risposta le dà? Le chiede di denunciare i genitori. Se lo fa, per colpa sua perderanno il permesso di soggiorno. Poi parte la denuncia e scoppia il finimondo. E’ una trappola micidiale. E sei da sola. Non hai amiche. Sei da sola a fare questa cosa».

Qual è la soluzione?
«Noi dobbiamo dare prospettive a lungo termine, lavorare sulle fragilità affettive. Quanta forza deve avere una ragazza per andare contro tutto questo? E’ un meccanismo tanto complesso da spiegare. In più siamo in un Paese che non la riconosce, che ci mette anni a darle la cittadinanza, che tratta i suoi genitori e lei come cittadini di serie B. Perché non dovrebbe tornare a casa? Quella cosa lì la conosce, proprio come fanno le donne che tornano a casa nonostante le violenze subite. Spetta a noi offrire loro un futuro diverso».

Dal 2019 anche l’Italia ha il reato di matrimonio forzato, è un passo avanti?
«Non basta. I numeri delle denunce come delle prese in carico sono pochissimi. In molti casi le richieste di chi chiede aiuto vengono sminuite e respinte dai giudici. Io penso che a frenare sia anche il costo per la società di queste ragazze. Ma io dico: quanto costa invece la loro morte o sparizione?».

A un anno dall’entrata in vigore della legge erano 32 le inchieste aperte con 7 richieste di archiviazione. Queste ragazze sono ancora invisibili?
«Il fenomeno è molto più esteso di quello che si vede. Se Saman è morta però, questa volta andiamo tutte a protestare davanti ai tribunali: quando c’è stato il processo per la morte di Hina Saleem, davanti a quel tribunale, di femministe italiane eravamo in 5, mentre Daniela Santanché aveva organizzato due pullman. Io donna femminista e militante per i diritti devo essere al fianco di queste ragazze. E la presa in carico non è solo quella dell’accoglienza, ma anche della politica. Bisogna smascherare se alcune cose non vengono fatte. Perché il prezzo da pagare è troppo alto per tutte».

Perché la politica non riesce a essere unanime nella condanna? Ieri ha parlato quasi solo la Lega.
«E’ ancora in atto un problema di relativismo culturale. Si ha paura di essere additati come razzisti se si prendono delle posizioni riguardo a questi casi. Non si sa scegliere, ma io ho scelto. Penso che i diritti umani e i diritti di genere vengano al primo posto. Altrimenti in Italia, da Franca Viola in poi, non sarebbe cambiato niente. Noi donne siamo cambiate, c’è stato un movimento sociale che ha preso posizione. Se però dobbiamo sempre aspettare che qualcuna muoia, il costo è troppo alto. Che la sinistra batta un colpo».

Sono tante le ragazze in protezione in questo momento in Italia. C’è il rischio che la storia di Sanam spaventi loro e chi magari stava pensando di ribellarsi?
«Il rischio c’è sempre. Però la voglia di libertà, di essere una donna libera, è più forte di tutto questo. Abbiamo capito che non è un destino segnato. Che possiamo cambiare il corso del tempo e la storia. E loro sanno che disubbidire è onorevole. Un gesto d’onore. Avranno paura, ma ce la faranno».

E voi che siete in prima linea?
«E’ molto faticoso, c’è ancora tanta solitudine. Ma non mi spaventa la mia, mi preoccupa molto la loro. Ed è questa solitudine che dobbiamo allentare. A partire da noi donne femministe e militanti per i diritti umani. Senza criminalizzare nessuno».

(**) ripreso con le foto da www.ilfattoquotidiano.it/

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