Dino e il respiro del mondo – Annamaria Rivera

un ricordo di Dino Frisullo

Frisullo, insieme con l’egualmente rimpianto Eugenio Melandri (ex-missionario saveriano e a suo tempo europarlamentare per Democrazia Proletaria), ha voluto dedicare al movimento antirazzista italiano uno dei suoi seminari di formazione per il Servizio Civile. Ne riporto la mia relazione introduttiva, integrata e ampliata.

 

Per essere quanto più sintetica possibile, mi soffermerò solo su alcuni tratti della personalità politica di Dino e su alcuni passaggi importanti della storia del movimento antirazzista in Italia, in particolare sulla Rete Antirazzista nazionale.

Molto si è scritto della figura politica di Dino, del suo impegno militante senza limiti e freni, totale e assoluto, generoso quasi fino all’autodistruzione: una “folle staffetta mozzafiato”, così Dino parlava di sé nella sua poesia-testamento. Poco, invece, si è detto delle qualità personali che ingentilivano quell’impegno, sottraendolo alla durezza e al settarismo: la mitezza e la tolleranza, ma anche il profondo amore “per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia e per ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino”, com’egli scriveva nella medesima poesia; ma anche − potremmo aggiungere − per le albe e i tramonti, e per ogni cucciolo, umano e non umano, in cui egli s’imbattesse.

Conviene aggiungere che a rendere la sua figura politica alquanto peculiare v’era, fra l’altro, l’attitudine di Dino a non dissipare, anzi a coltivare il patrimonio di cultura e conoscenza che buoni studi e una famiglia colta gli avevano lasciato in eredità; e a esercitare  la scrittura in tutte le sue forme, con un’ammirevole capacità di passare, con la medesima padronanza, dal registro del volantino a quello della poesia, dal racconto letterario all’articolo politico.

Uno dei tanti, grandi meriti di Dino fu l’aver colto perfettamente che il senso della “grande storia” può essere colto attraverso le “piccole storie” (solo in apparenza tali) di dominazione, oppressione, discriminazione, umiliazione di una popolazione, di una minoranza, di un gruppo di migranti o rifugiati/e, ma anche nell’infelicità e nei drammi di ciascuno/a dei suoi membri, di ogni migrante, di ogni oppresso/a, di ogni umiliato/a: la vicenda “minore” (si fa per dire) di un profugo o di una profuga, mort* annegat* o soffocat* nella stiva di una nave, può dirci del mondo attuale più di un freddo saggio di geopolitica. Conferire senso e valore politico generale a queste “storie minori”, solo in apparenza tali, equivale, insomma, a cogliere il significato più profondo del presente, dei processi di globalizzazione e di sfruttamento, del neocolonialismo e del razzismo.

Insomma, a caratterizzare Dino era anche, forse soprattutto, la capacità d’immedesimarsi nell’altro/a assumendo lo sguardo della persona palestinese, curda, migrante, profuga, rom…

Così il suo impegno politico assoluto si è sempre intrecciato con la pietas ed è per questo che egli è stato tanto spietato con te stesso, fino alla dissipazione.

Per Dino l’impegno militante era inseparabile dalla sfera esistenziale, la razionalità si sposava con il sentimento e così il linguaggio poetico spesso prendeva il posto del prosaico linguaggio della politica: tante volte, di fronte a eventi drammatici (una strage di profughi, un sopruso poliziesco, un crimine razzista), in luogo del comunicato o del volantino che ci aspettavamo ci accadeva di ricevere da Dino una poesia o un racconto.

Io ho avuto la fortuna di conoscere Dino fin dagli anni ’70, quando entrambi vivevamo a Bari, entrambi impegnati nella Nuova Sinistra, sia pure in gruppi diversi: lui in Avanguardia operaia, poi divenuta Democrazia proletaria. E a Bari egli fu anche tra i fondatori dell’associazione Italia-Palestina.

Così io potei constatare da vicino fino a qual punto il suo impegno politico (che era anche solidarietà attiva) fosse tutt’uno con la sua sfera esistenziale e con l’intransigenza etica. Ricordo quando, ancora a Bari, egli fece di tutto per farsi licenziare dalla Biblioteca Nazionale − un posto di lavoro ambitissimo − per il fatto che esso sottraeva troppo tempo al suo impegno politico.

Ma, per soffermarci sul tema centrale, conviene anzitutto ricordare che in Italia un movimento antirazzista in senso proprio si delinea dopo l’assassinio, a Villa Literno, in provincia di Caserta, del bracciante sudafricano Jerry Essan Masslo, ucciso il 20 agosto 1989: in realtà un profugo che, pur fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, per la legislazione dell’epoca non aveva diritto all’asilo. Il suo omicidio suscitò grande emozione e indignazione, sicché il 7 ottobre successivo ebbe luogo a Roma una grande manifestazione nazionale antirazzista, cui parteciparono almeno 200mila persone. Il che portò alla riforma della legislazione sull’asilo, fino allora riservato ai cittadini dei Paesi dell’Est.

Il 1989 fu anche l’anno della nascita dell’Associazione SenzaConfine, grazie all’impegno dello stesso Dino e del già citato Eugenio Melandri. D’allora in poi l’impegno antirazzista di Dino fu senza limiti. E SenzaConfine si rinnovò profondamente allorché, nel 1992, entrò in contatto con l’esperienza dell’ex-Pantanella, la fabbrica che fu occupata e autogestita per un anno da migliaia di persone immigrate, fino a duemilacinquecento, sembra.

E fu lui il primo a denunciare e a documentare rigorosamente la vicenda del naufragio di Portopalo, accaduto la notte di  Natale del 1996 e per molto tempo denegato, in cui persero la vita ben 283 migranti. Fu lo stesso Dino, insieme a molt* di noi, a svelare e additare le gravi responsabilità italiane nell’affondamento della nave Katër i Radës, proveniente dall’Albania, il cui speronamento, il 28 marzo del 1997,  da parte di una corvetta della Marina Militare italiana, provocò 108 vittime.

Una delle cosiddette carrette del mare arrivata a Brindisi con il nome di Dino, scritto in modo impreciso probabilmente dai profughi kurdi, sulla fiancata. La testimonianza esemplare di una speranza di accoglienza fraterna che da decenni viene tradita.

Inoltre, fu anche grazie a Dino se riuscimmo a creare la Rete Antirazzista nazionale, che, per quanto di breve durata (1995-1998), resterà l’unica esperienza, in Italia, di coordinamento fra un gran numero di associazioni di dimensione regionale, provinciale, cittadina, in svariate parti d’Italia.

Ne eravamo portavoce Dino, io e Udo Enwereuzor (che sarebbe stato poi sostituito da Andrea Morniroli). Inizialmente alla Rete aderirono perfino grandi organizzazioni quali la Cgil e l’Arci, le quali, prevedibilmente, se ne allontanarono allorché il “governo amico” (il Prodi-uno) si apprestava a varare la famigerata legge, detta Turco-Napolitano (la n. 40 del 6 marzo 1998) che, tra l’altro, con i CPTA (nominati, con un assurdo eufemismo, Centri di permanenza temporanea e assistenza),  istituiva, per la prima volta in Italia, la detenzione amministrativa per persone immigrate “non regolari”: quale strumentoordinario, non convalidato dall’autorità giudiziaria, dunque, in aperta violazione della Costituzione.

Sin dalla loro apertura i CPT  avrebbero ucciso i loro “ospiti”. A partire dalla notte di Natale del 1999, ne morirono sette in tre giorni, tutti cittadini tunisini: uno, Mohamed Ben Said nel CPT  di Ponte Galeria, dove non avrebbe dovuto essere internato; gli altri arsi vivi nel corso di un incendio  nel CPT   “Serraino Vulpitta”, a Trapani.

Già due anni prima, nel 1997, la Rete antirazzista, prevedendo che la Turco-Napolitano non sarebbe stata quella meraviglia di cui si favoleggiava, elaborò tre proposte di legge d’iniziativa popolare, il cui contenuto ancor oggi appare assai avanzato. Ne elenco sinteticamente i punti essenziali: il trasferimento ai Comuni delle competenze in materia di soggiorno; il riconoscimento del diritto di voto a tutti/e i/le cittadini/e stranieri/e residenti in Italia da almeno cinque anni; la riforma del regime giuridico relativo alla cittadinanza italiana.

Quest’ultima era così concepita: “È cittadino italiano per nascita chi è nato nel territorio italiano, anche se figlio di genitori ignoti, apolidi o stranieri, senza distinzione tra comunitari ed extracomunitari”; “Può acquisire la cittadinanza italiana l’apolide o lo straniero, comunitario o extracomunitario, che risieda ininterrottamente da 5 anni nel territorio italiano”; “Chi ottiene la cittadinanza italiana può conservare quella d’origine’”.

Inutile dirlo: anche grazie alla defezione degli amici/che del “governo amico” (Arci e Cgil, ma anche Rifondazione comunista fu alquanto tiepida) non riuscimmo a raccogliere le firme necessarie; e dunque a impedire il varo di una legge che avrebbe aperto la strada alle aberrazioni della Bossi-Fini.

Dino, intanto, fra i molti impegni politici, aveva sposato anche la causa della liberazione del popolo curdo. A tal punto che quando, tra il 1996 e il 1997, cominciarono ad arrivare sulle coste del Sud d’Italia barconi pieni di profughi curdi, due di essi riportavano sulle fiancate il suo cognome, sia pure scritto in modo impreciso.

Sicché, da membro e fondatore di Azad e di SenzaConfinenel 1998 fu arrestato in Turchia allorché si apprestava a festeggiare con i curdi la festa nazionale del Newroz: cosa che era loro fermamente proibita.

Nelle pagine dedicate al proprio coinvolgimento nelle vicende curde, Dino parla di se stesso in terza persona, usando un tono distaccato, uno stile neutro e oggettivo: “Dino Frisullo è rinchiuso nel carcere speciale di Diyarbakir. Dopo quattro giorni d’isolamento, l’italiano ottiene d’essere trasferito nell’unica grande cella dei detenuti ‘comuni’, comunque tutti kurdi. Ma nonostante due settimane di sciopero della fame non gli sarà consentito di entrare nelle celle che da vent’anni seppelliscono vivi i detenuti politici”.

Incredibilmente (o indegnamente, sarebbe più giusto dire), nel 1998, giusto mentre Dino era recluso nel carcere speciale di Diyarbakir, con l’imputazione di “istigazione alla rivolta per motivi linguistici, religiosi o etnici”, alcun* della Rete Antirazzista pensarono bene di convocarne un’assemblea nazionale: stranamente a Lecco, nel profondo Nord leghista. E lì l’assemblea decise a maggioranza lo scioglimento dell’unico coordinamento antirazzista ampio e unitario che vi sia mai stato in Italia. Il quale aveva praticato un antirazzismo colto, radicale e militante, che riuscì a unificare il massimo di ciò che poteva essere unito, che anticipò di molti anni temi che solo oggi qualcuno scopre come fossero novità assoluta: i migranti quali soggetti esemplari del nostro tempo e la cittadinanza transnazionale, solo per fare un paio di esempi.

Nonostante questo Dino (con non pochi/e di noi della defunta Rete Antirazzista), tornato in Italia, avrebbe ripreso, con la pervicacia e la generosità di sempre, la sua militanza antirazzista. Il 25 aprile 2003 − poco prima della sua morte, che sarebbe sopraggiunta  il 5 giugno del 2003 − da un letto d’ospedale scriveva un documento contro i CPT, soffermandosi in particolare sull’ignobile vicenda del Regina Pacis, diretto da don Cesare Lodeserto, lui e altri indagati dalla magistratura pugliese per malversazioni e lesioni. Tra gli altri orrori Dino ricorda

quando apprendemmo con orrore che nell’agosto 2001 dodici kurdi erano stati riconsegnati dal Regina Pacis, via Malpensa, ai loro torturatori turchi. Nella primavera successiva riuscimmo a fermare il rimpatrio di altri cento kurdi, ma non di sessanta srilankesi respinti nell’inferno della guerra civile. Ma quant’altre vite sono passate dai centri di Lecce, Foggia, Bari e Brindisi per essere aggregate in un charter o su un traghetto e rispedite indietro, in violazione di leggi e convenzioni e spesso nel totale disprezzo del diritto alla vita?

Ricordo che, nel corso del tempo, almeno fino al 2005, Lodeserto è stato condannato, perfino arrestato, per violenza privata e lesioni aggravate, sequestro di persona e abuso dei mezzi di correzione nei confronti di persone immigrate, recluse in CPT pugliesi.

Oggi, di fronte allo stillicidio quotidiano di esodi che hanno come epilogo la morte in mare di centinaia di profughi/e o il forzato ritorno alle tragedie e alle persecuzioni da cui hanno tentato la fuga, ci  sorprendiamo a pensare: certo, il frenetico attivismo di Dino non riuscirebbe, da solo, ad aver ragione della nostra debolezza politica e della rozza e feroce arroganza degli imprenditori politici del razzismo.

Eppure quanto ci mancano e quanto ci sarebbero preziosi, proprio in questo momento, i suoi dieci comunicati al giorno e i suoi tanti articoli che arrivavano in ogni redazione e in ogni angolo d’Italia, la sua inflessibile e irritante caparbietà cui nessuno riusciva a sfuggire, il suo ostinato lavoro da vecchia talpa che scova, porta alla luce e denuncia ingiustizie e crimini contro i dannati della terra, la sua capacità di opporre dati, cifre, fatti alle pataccate degli specialisti della xenofobia. Insomma, ciò che può dire chi ha frequentato Dino e con lui ha vissuto fertili stagioni di lotta è che la sua assenza brilla, definitiva e spietata, come un terribile sole senza tramonto, per parafrasare una poesia di Jorge Luis Borges.

“Se morissi adesso o fra due giorni o un anno, ecco il mio testamento, il testamento di un comunista.

Avido di conoscenza e d’amore, vissuto e morto povero e curioso.

Lascio tutto il mio disprezzo a chi mi ha usato.

Lascio tutto il mio odio a chi mi ha dato un mondo senza gioia, da attraversare a denti e pugni stretti.

Lascio la nostalgia per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia ed ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino

Lascio fiumi di dolcezza alle donne che ho amato.

Lascio fiumi di parole dette e scritte spesso con rabbia, raramente con saggezza, in malafede mai, un mare di parole che già evapora al vento rovente del tempo.

Lascio a chi vorrà raccoglierlo, il testimone del mio entusiasmo, nella folle staffetta mozzafiato -volgendomi indietro dopo vent’anni non so più se ho corso da solo.

Lascio il mio sorriso a chi sa ancora sorridere

E le mie lacrime a chi sa piangere ancora.

Non è poco. In cambio, voglio essere sepolto senza cippi e lapidi fra le radici di un albero grande in piena nuda terra rossa e grassa perchè il mondo con me respiri ancora e si nutra con me di ogni mia fibra.

Con me (non vi sembri retorica) solo una bandiera rossa

E la nave del Ritorno intagliata con le unghie nella pietra di un prigioniero assetato di vita nel deserto del Neghev”.

da qui

 

 

Una delle cosiddette carrette del mare arrivata a Brindisi con il nome di Dino, scritto in modo impreciso probabilmente dai profughi kurdi, sulla fiancata. La testimonianza esemplare di una speranza di accoglienza fraterna che da decenni viene tradita.

La Bottega del Barbieri

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