Due parole su Alec Effinger e Robert Silverberg

Non esiste un solo modo per morire e quanto ai sessi potrebbero essere 6 oppure 8: recensioni in ritardo (*) a «L’amore al tempo dei morti» e a «L’inganno della gravità»

Etichette. Una mania accademica, una furbizia editoriale, trappole per lettori e lettrici con pigrizia acuta. Il barattolo che in Italia venne definito «fantascienza» fu a lungo monopolio di Urania-Mondadori con varie [e importanti] escursioni di altre case editrici. Per molte ragioni oggi sia la definizione che gli steccati del recinto vacillano. Prova ne sia che ristampe dei classici come nuovi autori/autrici finiscono – anche quando si rifanno ai canoni e agli stereotipi della science fiction – in collane che rigettano quella etichetta.

Per quanto riguarda i «classici» [prossimamente varrà ragionare sui nuovi arrivi] gli ultimi due esempi di utile riciclaggio arrivano da Fazi con Robert Silverberg e da Hobby & Work con George Alec Effinger. Senza giri di parole: il primo va assolutamente letto mentre il secondo ha punti di grande interesse ma francamente è fuori – magari di poco – dalla categoria degli imperdibili.

Silverberg è l’ultimo dei «grandi vecchi» [o quasi: ha solo 71 anni] rimasti in vita. Grande successo e una vena prolifica [in certi periodi si mascherò dietro un mucchio di pseudonimi], poi appannata. Finite le idee… Silverberg furbescamente si dedicò ai seguiti e a riscrivere se stesso nonché – vox populi – a fingersi Ron Hubbard [letterariamente un semi-analfabeta] per sedurre legioni di fans delle varie sette nate intorno a Dianetics- Scientology. Ma prima di scaricare le pile Silverberg è stato un maestro, come la migliore fantascienza, nel proiettarci «sull’orlo dell’impossibile» coniugando una scrittura semplice e popolare a temi di grandissimo impegno. Come dimostrano questi due splendidi racconti lunghi [o romanzi brevi, fate voi] del 1971 e 1974 che Fazi ha assemblato insieme perché accomunati dal tema della morte e dall’idea che essa possa essere sfidata. Il primo dà anche il titolo al volume – «L’amore al tempo dei morti» [208 pagine per 14,50 euri] – e ci trascina nell’ostinata disperazione di Jorge che vuole ritrovare l’amore di sua moglie Sibille. Lei è morta tre anni prima ma questo non è più… un ostacolo insormontabile perché «trattamenti sanitari speciali» consentono a chiunque lo desideri di essere «rianimato» dopo la morte. Ma i nuovi vivi non gradiscono mescolarsi agli altri. E viceversa. Si avverte sotterranea la certezza che le due «razze» prima o poi si scontreranno per il potere. Nel frattempo se pure il «separatismo totale» non c’è, le regole sociali ostacolano ogni forma di comunicazione. Le diversità sono molte: «tutte le funzioni biologiche» dei “rinati” sono rallentate mentre «le attività cerebrali tendono a diventare più veloci». Pur di ritrovare Sibille, il protagonista accetta tutto, compreso fingersi un rinato. Dovrà anche imparare il loro modo di parlare – «ellissi, perifrasi e aposiopesi, un linguaggio ricco di chiasmi, metonimie, litoti, ossimori e zeugmi» – ed entrare in una delle loro «Città fredde»… dove nessuno sorride e il centro commerciale sembra strutturato da un progettista sotto l’influsso di Dalì e De Chirico. Scorretto dire come la storia finirà e svelare dunque se Orfeo ricondurrà «su» Euridice ma è persino difficile capire quale dei due davvero sia il regno dei morti. Tra mille metafore e citazioni Silverberg ci dona una storia d’amore sconvolgente; se poi l’etichetta giusta sia fantascienza è davvero poco importante.

Il secondo racconto – «La partenza» – è altrettanto inquietante. Nel 2095 «con l’approssimarsi del suo 136° compleanno» Henry Staunt decide «che è ora di Andare». In una società dove le «conquiste della medicina sono talmente avanzate che quasi nessuno muore più di morte naturale» il suicidio è considerato un nobile sacrificio, anche per far fronte alla sovrappopolazione. Ma cosa accade se la società decide che Staunt … deve restare? Che può e dunque dare ancora qualcosa – la sua musica – prima di «Andare»? O forse non è questo il vero problema? Anche qui il finale non può essere neppure accennato.

George Alec Effinger era nato 10 anni dopo Silverberg ma è morto poco più che cinquantenne, nel 2001. Frettolosamente etichettato come cyberpunk ha scritto alcuni romanzi interessanti di cui il migliore è forse proprio questo «L’inganno della gravità» [360 pagine per 17 euri] che Hobby & Work pubblica nella collana Valis, titolo dickiano.

Un investigatore che somiglia più ai cyborg che a Philip Marlowe si muove nei ghetti di una metropoli arabo-inventata mentre il mondo è frazionato in mille statarelli. Il protagonista, Marid [che vuol dire malattia] Audran, è nato nel 1550, «il 2172 secondo il calendario degli infedeli». Il frullato di Effinger allinea sapori noti a primizie esotiche: droghe senza soste; nuovi cervelli e corpi su misura; 6 o persino 8 sessi; lingua swahili e il moddy [cioè la personalità indotta] di Nero Wolfe; citazioni di Raymond Chandler e Bob Dylan ad aprire-illuminare il libro; sufi e tossine; assassinii politici e djin [genio, direste voi infedeli]. I punti di grande interesse del romanzo di Effinger sono almeno tre: un ritmo scatenato al servizio di una trama senza falle; la quasi inedita [in fantascienza e dintorni] ambientazione araba; infine un vivace aggiornamento tecno-noir di quegli investigatori del futuro che la strana coppia Dick-Scott ha ormai scagliato nell’immaginario di massa. Se poi siete irrimediabilmente anti-istituzionali, Effinger, verso il finale, vi regala una battuta memorabile: «Nemmeno nei peggiori incubi di follia causati dalla droga avevo mai sognato nulla di così orribile. Essere un poliziotto».

(*) Queste due mie recensioni uscirono sul settimanale «Carta» nel marzo 2007. Nel frattempo Silverberg è sempre vivo ma Effinger è sempre morto (lo puntualizzo perché con la fantascienza non si può mai sapere). Perchè ripropongo queste due recensioni con 10 anni di ritardo? Oggi il previsto “Marte-dì” si è incasinato: l’infaticabile Fabrizio Melodia ha un po’ di guai fisici – per lui auguri, scongiuri e paguri – e ci sono stati altri imprevisti e impicci. Da due giorni poi la Tim ha tolto la linea alla via in cui abito, costringendomi ad andare ramingo per cercare la connessione e nel frattempo piove assai; visto che sono politeista posso bestemmiare moltissime divinità ma è una consolazione magra… Per dirvi insomma che in un giorno così o il Marte-dì si ridimensionava a un solo post oppure bisogna attingere al “magazzino” (anzi a «Il magazzino dei mondi» per citare un meraviglioso racconto di Robert Sheckley). Così eccovi spiegata la segnalazione di questi due libri che in “bottega” mancava… anche se Francesco Masala di Silverberg aveva già parlato qui: L’amore al tempo dei morti – Robert Silverberg. Tanto vi dovevo; e ora “per aspera ad astra”, al solito. [db]

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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