Torna «Un’ambigua utopia» e Giuliano Spagnul…

spiega i 38 anni di ritardo.

Per chi è a Milano (e dintorni) l’appuntamento è il 6 luglio; per il resto delle galassie è  in arrivo una cascata di podcast aspettando le librerie.  E non finisce qui.

Un’Ambigua Utopia 10 – Anteprima planetaria

Con 38 anni di ritardo, abbiamo dato alle stampe il decimo numero di Un’ambigua utopia!
La tua rivista di cultura fantastica preferita sarà presentata e performata in anteprima planetaria lunedì 6 luglio 2020 in
Cascina Torchiera.
Come ogni maledetto lunedì in Cascina, si cena attorno alle 20 per riunirci distanziati nell’aia dalle 21 in compagnia della Redazione di UAU numero 10, di
Giuliano Spagnul, BiblioTork Interzona, di #Medusa e di quanti, tra i molti collaboratori del numero, avranno piacere di essere con noi.
Maggiori info sul progetto all’indirizzo
http://archivio-uau.online/uau10.html

«Un’ambigua utopia»: quando la fantascienza divenne reale

di Giuliano Spagnul

Siamo seduti in circolo con altri esseri che sembrerebbero appartenere a specie aliene; esseri provenienti da altre galassie, la cui strana forma potrebbe suggerirci di esserci cibati di alcuni di essi in un qualche esotico ristorante del nostro pianeta. (1) Cercare di coabitare e coesistere con altri esseri non umani comporta rischi, primo fra tutti quello di privarci di quel potere classificatorio così utile per decidere chi possa essere mangiato e chi no, sulla base di premesse già date, al di fuori della nostra fallace discrezionalità di scelta. Coesistere coi mostri (che altro, gli alieni non sono) vuol dire stare al mondo (mondeggiare?) con essi. Patteggiare, imparare da, guerreggiare con, percorrere strade insieme ad essi; in definitiva divenire mostri noi stessi. O meglio, vederci per quel che la nostra specie, nella sua specificità storicamente determinata, di fatto è: un’unica parentela di mostri e alieni l’un l’altro che lottano per cercare di coesistere malgrado, o grazie, la ricchezza caotica delle nostre singole esistenze. Impresa tanto ardua quanto feconda fin dal suo inizio (alcune centinaia di migliaia di anni fa) che oggi è arrivata al punto imprescindibile di dover acquisire una nuova prospettiva che comprenda necessariamente attori umani e non umani (indipendentemente dalla natura artificiale o meno di quest’ultimi). Seduti in circolo attorno a un fuoco oppure a una caffettiera , (2) allora, cercheremo di praticare quei giochi che Donna Haraway definisce di fantascienza; giochi pericolosi “in cui si mondeggia e si storieggia” per farci “restare a contatto con il problema” , quello urgente e imprescindibile di riuscire a sopravvivere in un pianeta infetto che può determinare la fine della nostra specie quanto quella di tante altre il cui destino è ormai legato al nostro.

La fantascienza, propriamente detta, è quel genere letterario che trovò spazio sulle riviste popolari americane di divulgazione tecnico-scientifica e avventura negli anni ’20 (i pulp magazines) coabitando col poliziesco e vari altri generi in voga tra le classi subalterne del tempo. La prima rivista di scientifiction (termine successivamente modificato in science-fiction) Amazing Stories fu fondata da Hugo Gernsback nel 1926. Le copertine di queste prime riviste, dedicate al fantastico, mostravano immagini di robot, mostri e donnine semisvestite; tutto il ciarpame di cui era pieno l’inconscio della modernità, quella modernità che si avviava a quel veloce stato di decomposizione che avrebbe transitato l’età industriale a quella post-industriale, con tutte le paure e desideri connessi. Nella storia di questo genere letterario c’è chi vuole distinguere diversi stadi di maturità. Ma se è indubbio che lo stile evolve e grandi scrittori emergono è altrettanto vero che quel sottofondo di spazzatura è un vero e proprio deposito di scarti e avanzi provenienti dal grande sogno del capitale, quella sua grande utopia, ossessivamente perseguita, di vivere interamente nel mito del suo progresso infinito, senza più alcun residuo mondano. Questa fantascienza, questo nuovo prodotto novecentesco, possiamo immaginarcelo come un processo che dispiega su un foglio da una parte tutto quell’armamentario tecnico-scientifico che si inserisce pienamente nell’idea di progresso (quell’acquisizione progressiva, per accumulo, e potenzialmente infinita, del sapere, della conoscenza, che macina il nuovo distruggendo il vecchio), dall’altro lato del foglio quell’idea autoctona del “progresso” che il nuovo continente ha sviluppato in forma originale: l’idea di un progresso legato a un consumo infinito. Un sapere e una tecnologia che permettono la creazione e la distruzione continua delle merci allo scopo di una felicità collettiva, per tutti, potenzialmente a disposizione di tutti. Due concezioni della modernità simili e opposte.

La fantascienza (che qui va intesa nel senso più ampio: genere letterario, cinematografico e televisivo, fumetto, giochi e giocattoli, pubblicità, moda, parole nuove, ecc. e che non riguarda solo una parte, minoritaria o maggioritaria, ma l’intera totalità della popolazione) allora compie una precisa operazione. Prende questo foglio (per continuare il leggero gioco alla Deleuze da cui siamo partiti) lo piega a metà e ne sovrappone le due parti. Questa piega fa coincidere le due modalità della modernità producendo nel tempo una sorta di criticità in cui i timori, legati a una modernità più precisamente europea, su ciò che viene distrutto in cambio del nuovo, sulla nostalgia del passato e l’incognita del futuro si confronta con la modernità del nuovo continente che avverte l’ansia di un possibile esaurirsi del sogno americano: il consumo infinito per tutti. La paura europea ben esemplificata nell’immagine dell’acquario proustiano in cui il proletariato preme sulla vetrina del ristorante ad osservare gli animali meravigliosi che si nutrono di delizie ma che temono che il vetro possa cedere si confronta con la paura americana della fine del sogno così ben esemplificato nella foto di Margaret Bourke-White con i poveri in fila sotto la pubblicità della famiglia americana felice.

Per Antonio Caronia la SF (science fiction, in italiano fantascienza) finisce – la discussa tesi della morte della SF – con la fine del futuro proclamata dai punk sul finire degli anni Settanta. Ma non solo con questo; un altro elemento determinante alla fine di questo gioco immaginativo della fantascienza è costituito dall’opera proprio di un grande scrittore della fantascienza stessa: Philip K. Dick. Possiamo dire che Dick ha compiuto un’operazione ulteriore su quel foglio piegato in due, ha fatto un’altra piega sovrapponendolo di nuovo a se stesso. Ha fatto sì che la problematica fantascientifica dialogasse con se stessa. L’angoscia di una possibile perdita di libertà di fronte alla tecnologia pervasiva diventa interrogazione sulla libertà stessa. Lo stesso vale per la realtà, per l’umano e così via. Tutte domande già insite nella fantascienza ma che Dick radicalizza e a cui da risposte affatto nuove e che aprono scenari imprevedibili. Questa ennesima piega disperde il corpo della fantascienza frammentandolo in tutte le direzioni possibili. Oggi non può esistere più una fantascienza propriamente detta se non come ghetto, ripudiato in quanto tale dai suoi adepti (fan, scrittori, critici) ma difeso poi come comodo rifugio dagli stessi. La fantascienza oggi è il reale di tutti i giorni.

In contemporanea a ciò che ha reso possibile questi sconvolgimenti, cioè ovviamente la trasformazione della società capitalistica del dopoguerra, anche da noi, in Italia, negli anni Settanta succede quello che prima non sarebbe potuto accadere; la fantascienza esplode fuori dai canoni consueti per entrare a far parte di un immaginario di lotta e contestazione, per arricchire la nuova cassetta degli attrezzi dei movimenti di quegli anni. «I giovani che vengono sulla scena dopo il 1977 sono in effetti ben diversi da quelli che li avevano preceduti: essi sono gli spettatori del crollo dei miti sociali del moderno: la crisi di prospettiva della società moderna appare loro come il venir meno di ogni possibilità di futuro. Il punk è in questo senso, la lucida consapevolezza di un mutamento epocale». (Primo Moroni e Nanni Balestrini, L’orda d’oro). Ed è proprio sul finire di quell’anno che a Milano nasce, da un gruppo di compagni (per lo più “cani sciolti”, come si diceva all’epoca per identificare quelli fuori dalle organizzazioni ufficiali dell’extrasinistra) la rivista Un’Ambigua utopia. (3) La scelta del titolo, oltre che riferirsi al romanzo di Ursula K. Le Guin The Dispossessed, An Ambiguos Utopia con i suoi contenuti politici di riflessione sull’ambiguità insita nella realizzazione dei sogni utopici, evidenziava (in alcuni promotori della rivista) la crisi profonda dell’idea stessa di utopia con la sua messa in discussione radicale, se non un vero e proprio rifiuto. La storia della rivista e del collettivo omonimo, che ha propaggini in varie altre parti d’Italia, finisce nel 1982, in concomitanza con l’inevitabile esaurirsi di quel movimento che aveva coinvolto il nostro paese nei due decenni precedenti.

Il ricordo di questa esperienza, per quanto piccola e breve, ha continuato a scorrere nelle vene sotterranee di quel movimento proteiforme che riemerge a più riprese, in vari momenti, fino ai nostri giorni, concretizzandosi (grazie soprattutto all’opera di uno dei suoi componenti più attivi, Antonio Caronia) con la ristampa della rivista e varie altre iniziative, fino al lascito dell’intero archivio al centro Sociale Torchiera. In questi ultimi anni, grazie all’impegno dello stesso gruppo di giovani che avevano reso possibile la costituzione dell’archivio UAU, viene digitalizzata l’intera serie della rivista rendendola accessibile a tutti in forma gratuita. Lo stesso gruppo collabora poi alla mostra (corredata da varie iniziative e performance) “Per primo Moroni e Antonio Caronia” di Marisa Bello e Giuliano Spagnul alla fondazione Mudima (4) e un ciclo di conferenze su “La fine dell’uomo” al Centro Sociale Piano Terra. (5) Un vortice di attività che ora culmina con l’uscita di un numero speciale della rivista di Un’Ambigua Utopia, il n. 10 dopo i nove numeri storici 1977-1982.

Strano destino che questa riemersione avvenga proprio in un anno segnato dalla pandemia. La natura – ciò che noi abbiamo imparato a definire come tale per distanziarcene e trovare uno spazio di operatività nel mondo in cui siamo immersi – ci avverte (se così possiamo dire) che è finito il tempo in cui è ancora possibile considerarla muta, a disposizione nostra e dei nostri fini. E questo nuovo numero di UAU è, per l’appunto, uno speciale sulla fine dell’uomo. Una fine che a seconda di come la si voglia leggere può essere tanto temuta quanto auspicata. Il rischio della fine della nostra specie non può essere scongiurato senza la fine di quell’uomo che così com’è ne rappresenta la causa prima. Non possiamo ritornare alla normalità quando questa è il problema è lo slogan di questi tempi. Su questo apparente paradosso si apre la rivista con un dossier in cui si pongono 7 domande ad alcuni dei relatori intervenuti all’iniziativa di Piano Terra: Roberto Paura, Emanuele Leonardi, Domenico Gallo, Giorgio Griziotti, a cui si sono aggiunti Maura Benegiamo, Alice Dal Gobbo e Salvo Torre. Domande che vertono sulla possibilità, o meno, che l’evoluzione ci possa emancipare definitivamente dalla natura, sulla possibilità che gli oggetti “intelligenti” diventino una minaccia per la nostra specie, sulla nostra capacità di convivere con minacce apocalittiche sempre più numerose, sul prezzo di uno sviluppo che si vorrebbe sostenibile, sulla crisi che l’avvento dell’intelligenza artificiale ha prodotto nel consolidato rapporto tra il soggetto percipiente e l’oggetto percepito e infine se si possa, in una civiltà altamente tecnologizzata come la nostra, pensare di avere ancora a nostra disposizione un tempo autenticamente “libero”. Le risposte aprono a un ventaglio di prospettive, molto diversificate tra loro, creando una sorta di terreno fertile in cui poter riflettere sul come dare un significato diverso (dal consueto stigma apocalittico) alla parola fine.

Mi piace immaginare che la sera del 13 gennaio, appena prima di andare a dormire, tutti abbiamo dato uno sguardo al cielo, almeno per un attimo. La luce arancione della notte di Milano salutava l’inizio del 1985 con grandi fiocchi bianchi di neve che tutto era, tranne che immacolata.” È l’incipit del racconto “Alba di ruggine” di Alberto Di Monte (concepito inizialmente per la performance “Un’ambigua ucronia” realizzata dal collettivo Off Topic alla Fondazione Mudima). Un diverso percorso temporale che inizia a Milano dalla grande nevicata dell’inverno 1984. Loretta Borrelli nel suo articolo “Il salto dei cyborg” segue il percorso harawayano che ci esorta ad “andare oltre l’eccezionalismo umano e i processi escludenti della civiltà occidentale”. Segue la ristampa di un articolo apparso su Lotta Continua il 13 dicembre 1979 di Patrizia Brambilla e Antonio Caronia sulla nuova (allora e soprattutto per l’Italia) fantascienza al femminile: James Tiptree Jr. (alias Alice Sheldon), Joanna Russ e ovviamente Ursula Le Guin. “Dar fuoco all’utopia” di Matteo de Giuli e Nicolò Porcelluzzi ci racconta, attraverso il cinema di Werner Herzog, un viaggio alla fine del mondo con i suoi incontri, le sue ossessioni umane quanto non-umane, accompagnate da quel fuoco che arde dentro ogni utopia ma che anche la consuma irrimediabilmente. “Le ricette di Gaia” (concretamente esperite, mangiate, durante gli incontri a Piano Terra nelle pause conviviali) sono “una riflessione sull’arte del mangiare per sopravvivere, con gusto, su un pianeta in pericolo”. Un’apparente digressione leggera ma che tocca un elemento cardine del nostro presente e della sua possibilità di avere ancora un futuro. I tre racconti che vengono ospitati sono piccoli ritrovamenti, uno dal concorso di racconti di fantascienza curato da UAU sulle pagine di Lotta Continua: “La rasatura” del compagno Beppe di Torino e gli altri, inediti – ritrovati sepolti tra le carte dell’Archivio in Torchiera – “Chi è, il colpevole” di Tiziano Salari e “Piccolo universo” di Andrea G. Necchi testimoniano quell’antico bisogno che ha percorso, da sempre, le file dei militanti rivoluzionari, quel bisogno di creatività, così spesso sacrificato sull’altare della causa comune, sopra ogni cosa. Il fotoromanzo (testo di Pier Tamburini, immagine Federica Bardelli, composizione Angeles Briones) strumento arcaico e popolare è fatto da attori inesistenti ma veri, come “fatticci” creati in laboratorio. Nel suo realismo cristallizzato richiama paure e angosce profonde, ma anche desideri fusionali. Nuovi processi di soggettivazione possibili?

E ancora “5+5”, i cinque romanzi di fantascienza più rilevanti, in generale, e i cinque più suscettibili di una lettura politica. “Stilare questo elenco è una sfida che pecca senz’altro di parzialità, ogni elenco necessariamente sfronda una parte del sublime, ma non facciamo la stessa operazione quando consigliamo un testo a un amico?” Dalla lettera di un compagno di Venezia, Giancarlo Ghigi, la sollecitazione a cui rispondono Gennaro Fucile, Domenico Gallo e Daniele Barbieri.

Bruna Miorelli firma “In ricordo di Primo Moroni”. Così abbiamo caricato a bordo della nostra astronave anche questa figura, così importante per quegli anni attraversati dall’«orda d’oro», che potrebbe esserci ancora più indispensabile in un viaggio così rischioso come quello oggi che deve intercettare le possibili vie di sopravvivenza che il nostro pianeta, tanto danneggiato, potrebbe ancora offrirci.

Il “Bibliotek Interzona Caronia” è l’invito di Tobia D’Onofrio all’archivio di UAU al Centro Sociale Torchiera che ospita un’imponente raccolta, dai fumetti alla narrativa fantascientifica, passando per le fanzine autoprodotte. Un archivio di libri e pubblicazioni di movimenti e un fondo di inestimabile valore sul tema del post-umano.

Firmano l’intero numero col sudore e la fatica di farlo uscire sfidando le difficoltà imposte dall’epidemia in corso Abo, Gaia, Giorgio, Angeles, Giuliano, Ufo.

Questo n. 10 è dedicato alla memoria di Giancarlo Bulgarelli, tra i fondatori di UAU e ha come sottotitolo «Rivista di cultura fantastica» ed è necessario allora chiedersi cosa si intenda per fantastico: forse ciò che è meraviglioso (Sense of Wonder) ciò che è fuori dall’ordinario, che ci porta a sognare, a fantasticare appunto, in una piacevole evasione dalla realtà? Ma non è questo a cui qui si intende; è la parola cultura che precede a cui bisogna prestare attenzione. Cultura come coltura e lavoro sul campo del reale, dove la semina serve a far germogliare il reale stesso; dove si immaginano possibili. È cultura, quindi, di quel fantastico che è la nostra vita stessa in cui nessuna cosa è già lì come data ma deve essere sempre fabbricata per diventare vera e reale in quanto capace di resistenza e di durata. Se la realtà è quella cosa che «quando uno smette di crederci non svanisce» come scriveva Philip K. Dick, tutti noi non siamo altro che creature fantastiche che potremmo svanire non tanto per l’aver smesso di credere a una nostra presunta essenza originaria, quanto piuttosto perché avremo smesso di immaginarci nel mutare di quelle diverse possibilità che l’esistenza mette a disposizione per consentirci di resistere a quell’unica vera fine che è l’incapacità di non finire continuamente e di poter ricominciare di nuovo, ancora e ancora di nuovo.

NOTE

1: È il dubbio del protagonista del romanzo Guaritore galattico di Philip K. Dick durante una riunione con esseri provenienti da diversi pianeti.

2: In una suggestiva immagine di Isabelle Stengers in Cosmopolitiche

3: Per una storia di UAU http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html

4: https://moroniecaronia.noblogs.org/primo-e-antonio/

5: https://moroniecaronia.noblogs.org/la-fine-delluomo/

NOTICINA di db

Visto che il Daniele Barbieri sopra citato sono io (e non il mio invasivo ma simpatico omonimo) posso annunciarvi che il «5 + 5» da me faticosamente partorito sarà – con annesso podcast – in “bottega” fra 168 ore circa. E non finisce lì… perchè UAU ricomparirà anche in seguito: accuorto stai, popolo delle galassie.

In “bottega” trovate numerosi scritti di (e per) Antonio Caronia come di Giuliano Spagnul.

LE IMMAGINI: alcune copertine della vecchia serie di UAU.

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Giuliano Spagnul

    Da oggi è possibile ordinare il numero 10 di Un’Ambigua Utopia (cartaceo) qui: https://ladradilibri.com/prodotto/unambigua-utopia-n10/ A Milano si può trovare alla Cascina Torchiera di fronte al Cimitero Maggiore, libreria Covo della ladra, via Scutari 5; Anarres via Pietro Crespi 11; Noi via delle Leghe 18, Libreria Popolare via Tadino 18, Isola Libri via Pollaiuolo 5.

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