«L’inflazione»

«Falsi miti e conflitto distributivo»: recensione di Gian Marco Martignoni al libro di Autori Vari pubblicato da Edizioni Punto Rosso.

 

I fenomeni inflazionistici non sono certo una novità nell’ambito della storia del capitalismo internazionale. Ognuno di questi fenomeni ha una sua diversa scaturigine, a partire dal contesto economico che ne determina la propagazione in ogni entità nazionale.

L’ultimo processo inflazionistico risale al periodo 1968 – 1975, tanto che alla Casa della Cultura di Milano, con un ciclo di lezioni svoltesi tra il 10 dicembre 1976 e il 24 febbraio 1977, venne scientificamente indagato il suo collegamento con la recessione economica che andava profilandosi. (1)

Oltre al conio del termine stagflazione, in quella fase storica fu siglato il 25 gennaio del 1975 l’importante accordo sul punto unico di contingenza tra la Confindustria e le organizzazioni sindacali, che seppur recuperava successivamente gli aumenti dei prezzi, diventò l’incubo delle classi dominanti, poiché gli incrementi salariali furono accusati di ingenerare la spirale prezzi-salari.

Ora, a fronte di una nuova fiammata inflazionistica innescata a partire dal biennio 2021-2022 dal rincaro speculativo dei prezzi dei beni energetici, che ha causato una sensibile caduta dei salari nei paesi Ocse, il libro “L’inflazione“ (Edizioni Punto Rosso: AA.VV. pagg. 202, euro 18, 2023) mette ben a fuoco le cause strutturali e non di natura monetaria che l’hanno provocata. La stagnazione secolare e il conseguente calo della domanda aggregata, come segnala Giacomo Cucignatto, sono stati acuiti dalla vicenda pandemica e dal conflitto bellico a livello globale, che ha come epicentro l’Ucraina; per cui i dati sul commercio internazionale indicano un mancato recupero dei livelli pre-crisi 2007-2008.

Se poi si considera che prevalendo la logica di mercato è assente anche nell’Unione Europea un sistema di controllo pubblico dei prezzi strategici, è evidente che in un regime oligopolistico sono le società per azioni a stabilire i prezzi, al fine di remunerare oltre misura i loro azionisti. Quindi, non possiamo sorprenderci se si parla di inflazione da profitti, o che addirittura la presidente della Bce, Christine Lagarde, stigmatizzi “l’inflazione da avidità“.

Il recente rapporto redatto da Oxfam e ActionAid, a proposito delle 722 tra le più grandi imprese del mondo che hanno realizzato nel biennio scorso quasi mille miliardi di extraprofitti, è in questo senso eloquente, ma lo squilibrio tra profitti e salari, e quindi tra capitale e lavoro, non è solo un fatto recente, dato che ii margini di profitto delle imprese non sono mai stati così elevati dal 1950.

Da un lato la stagnazione dei salari è decollata con il 1980 su scala globale, poiché mentre tra il 1960 e il 1980 i salari seguivano il corso della produttività, da quella data fatidica si è determinato per Roberto Lampa e Gianmarco Oro uno scollamento di grandi proporzioni, che ha favorito la caduta della domanda aggregata e la crescita delle diseguaglianze sociali. Al punto che il rapporto tra la paga di un lavoratore medio e di un amministratore delegato è salito a 1-399 nel 2021, quando nel 1961 era 1-20.

Dall’altro lato, per focalizzare lo sguardo sul nostro paese, giustamente Matteo Gaddi ricostruisce un cinquantennio sul piano del conflitto distributivo, rilevando come l’abbandono del sistema di indicizzazione salariale e la scelta della “moderazione“ salariale in nome dell’interesse generale, che è avvenuta con l’assunzione del parametro dell’inflazione programmata e successivamente dell’IPCA depurato dai prezzi energetici importati, ha di fatto permesso di fondare il livello di competitività esclusivamente sui bassi salari.

Infatti, nella statistica Ocse pubblicata nel dicembre del 2021 relativamente allo stipendio medio di un lavoratore a partire dal 1990, prendendo in esame l’arco di un trentennio, emerge per il nostro paese un tonfo salariale pari a -2,9. Per questa ragione è significativo l’intervento di Stan De Spiegelaere dell’UNI Europa (il sindacato europeo dei lavoratori dei servizi), perché riprendendo sinteticamente l’indagine svolta sui sistemi di indicizzazione dei salari su sedici paesi europei, evidenzia come per lo sviluppo della contrattazione collettiva la loro rilevanza è notevolmente aumentata dopo il ritorno dell’inflazione nell’ultimo biennio. A questo proposito è indicativo come il Belgio, rispetto alla recente caduta dei salari nei paesi Ocse, con un più 2,9 vada, invece, in una direzione opposta, proprio perché in quel paese è previsto con il sostegno della stato un adeguamento “ smussato “ dei salari all’inflazione. Pertanto, una strada alternativa alle fallimentari e regressive politiche monetarie della Bce è percorribile.

Come sempre, però, la sua praticabilità è affidata alla modifica sostanziale del rapporto tra le classi sociali, e quindi alla ripresa di un lungo ciclo di lotte e mobilitazioni su scala europea.

NOTE:

1) “ Lezioni di Economia: L’Inflazione “ di AA.VV. a cura di Ferdinando Targetti, Feltrinelli 1979

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