In memoria del 25 aprile

di Antonio Fantozzi

Caro diario, il 25 aprile non è più la festa della Liberazione. È ancora una festa, questo sì, una fra tante. Senza più quel significato particolare che anch’io ho contribuito a darle. E la parola antifascista non è più valore fondante della nostra Costituzione, libertà raggiunta dopo tanto sacrificio, libertà conquistata dopo tanto sangue. Il 25 aprile è festa di riconciliazione, stretta di mano tra avversari dello stesso spessore morale, anche se di diverso colore, che se le sono date di santa ragione per un malaugurato errore della storia. Il 25 aprile non è più giorno di  memoria da tramandare a chi viene dopo, segno del riscatto di chi c’era, che per essere contro, la morte ha incontrato, e il confino e i campi di sterminio e la galera. Per volontà del Parlamento, proprio ieri, la parola antifascista scompare dai libri di storia e dai vocabolari. E dalla mente. Cancellata in un istante. Tutta quella sofferenza scomparsa nel  tempo di un respiro, offesa e dimenticata, per sempre.
Ma allora cosa sono queste cicatrici che porto sulla pelle? E questo numero tatuato nero sul polso come un braccialetto? Qualcosa che ancora mi sveglia di notte, in un bagno di sudore, e mi butta giù dal letto. Una festa tra altre cento feste mentre allora ci ammazzavano come neanche le bestie. Per volontà del Parlamento, quella parola che era il segno del nostro riscatto, ora è sparita per atto della Camera e del Senato, e con la firma del Presidente. Così tanto dolore non è servito a niente.
Piombati nei vagoni, uomini, donne e bambini, i più deboli morivano per strada e gli altri più avanti, dalle case e dagli affetti lontani, mucchi d’ossa coperti di pelle, più fantasmi che esseri umani. Bestiame e nient’altro, e infine carne da macello.
Catturato in combattimento e torturato, e infine deportato. In una camera, in una casa dove adesso c’è il Comune, in un paese in provincia. Da una donna, col ferro da stiro pieno di braci. Guarda su questa gamba, c’è un’impronta bianca, e qui ce n’è un’altra. E poi sul petto e sulla schiena. La pelle sfrigolava e si attaccava alla piastra rovente e si staccava, dal corpo. E quella donna è scampata fino all’altro ieri, vecchia signora servita e riverita, e mai discriminata. Per essere io stato antifascista, sparita la parola, io sono stato niente. Meno di una camicia spiegazzata su cui passare il ferro pieno di braci, e bollente. E sfrigolava sulla pelle, e sorrideva. E mi teneva il cuore in mano, la vita e la speranza. In quella stanza macchiata di rosso, io, uno fra tanti, io, un  partigiano. E anarchista. Uno fra tanti di una lunga lista sopra a un foglio bianco vergato a mano.
Ora sono vecchio anch’io, forse più del dovuto, e stanco. E fuori dalla porta mi aspetta la grande mietitrice. Ma quella meretrice me la ricordo ancora, mentre leggeva la lista con i nomi e sorrideva labbra di rubino della Repubblica Sociale. Denti bianchi e occhi belli. C’era tutto il paese al suo funerale. E tanti fiori. Mio fratello l’hanno trovato dentro un fosso con le canne di granturco recise di traverso piantate negli occhi e mezzo sbudellato. Ammazzato come un cane e finito con un colpo in testa col nome di bandito, buttato in un canale. No, nessuna riconciliazione coi  fascisti e la dittatura. Nessuna riconciliazione col padrone perché, da quando esiste il mondo, noi siamo antagonisti. La libertà l’abbiamo conquistata, col sangue e col dolore di chi  con le armi combatteva. E col sangue e col dolore della gente che ci aiutava in mille modi e così ci sosteneva, perché sapeva che la libertà è il regalo più prezioso da fare ai nostri figli.
Rastrellati in massa, uomini e donne e bambini, tremanti come conigli, e tutti contadini della terra. Più di duemila ammazzati a Marzabotto alla fine del ’44. C’è qualcosa che si muove nel cortile, e miagola disperato. Di tanta vita si è salvato un gatto. Questa è stata per noi la guerra. Che non è una festa di gala, e la libertà ce la siamo guadagnata, perché una cosa come questa e così grande nessuno la  regala. Il solo ricordo che mi resta, tutta la mia memoria, scomparsa in un sospiro dalla storia. Cancellata in un momento per volontà del Parlamento. Di una democrazia sempre più uguale a quella dittatura. Ma non vi fa paura? No, non è per questo che siamo morti, non per questa sfilza di ingiustizie, di menzogne e di torti.
No, cancellatelo pure il 25 aprile, ma quelli come me non l’hanno dimenticato. È per quel giorno che abbiamo lottato e combattuto, e la guerra partigiana l’abbiamo fatta per aver giustizia in terra, che in quell’altra non ci abbiamo mai creduto. E non crediamo nella Divina Provvidenza. Ora e sempre Resistenza

UNA BREVE NOTA

Questo intervento sarà sul prossimo numero della rivista (on line) “Il dirigibile” dedicato alla Resistenza… ora e sempre. Non conosco Antonio Fantozzi ma, poco tempo fa, ho avuto il piacere di leggere un suo bellissimo “noir” (ambientato in una Reggio Emilia… “devastata”) e l’ho recensito su codesto blog. Se avete in programma l’acquisto di un libro vi consiglio di cercarlo:  è infinitamente migliore – anche dal punto di vista narrativo-  della gran parte dei mastodontici, improbabili e pallosi romanzi che arrivano dalla Scandinavia e anche da quel Paese più giù, che non ricordo mai come si chiama…. a forma di stivale o forse di stivaletto malese (db)

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