L’incubo americano

recensione a «Tra me e il mondo» di Ta-Nehisi Coates: un libro da non perdere

Coates-copertina

«Come si debba vivere dentro un corpo nero, all’interno di una nazione perduta nel Sogno è il dilemma della mia vita». Se volete capire la cosiddetta guerra razziale negli Stati Uniti dovete leggere «Tra me e il mondo», premiatissimo negli Usa, che Codice edizioni ha appena pubblicato (traduzione di Chiara Stangalino). Non è un romanzo, un reportage o un saggio ma un’appassionante lettera che Ta-Nehisi Coates scrive a Samori, il figlio quindicenne.

Giornalista famoso, Ta-Nehisi Coates è stato scelto dalla Marvel per le nuove sceneggiature di Black Panther, primo supereroe nero. Se lucidità, tristezza, poesia e amore fossero super armi, se le domande ben poste ma senza risposta fossero una trama, allora «Tra me e il mondo» sarebbe il programma d’azione per questa Pantera Nera a fumetti. Il mondo delle nuvolette però è più semplice di quello reale.

«Era la settimana in cui hai saputo» – scrive Coates al figlio – «che gli assassini di Michael Brown sarebbero rimasti liberi». Quando la radio dà la notizia, «hai detto “Devo andare”, sei salito in camera tua e ti ho sentito piangere. Sono venuto da te dopo 5 minuti e non ti ho abbracciato, non ti ho consolato perché pensavo che non sarebbe stato giusto farlo. Non ti ho detto che sarebbe andato tutto bene perché non l’ho mai creduto. Ti ho detto quello che i tuoi nonni hanno cercato di dire a me: questo è il tuo Paese, il tuo mondo, il tuo corpo e devi trovare il modo di convivere con tutto ciò».

Michael Brown è uno dei tanti ragazzi afroamericani innocenti uccisi da poliziotti e poco importa se chi li ha assassinati a volte ha la pelle dello stesso colore. «La verità è che la polizia rispecchia l’America in tutti i suoi desideri e le sue paure». Non è «una minoranza repressiva» a decidere: «Gli abusi, la situazione fuori controllo, la detenzione indiscriminata dei neri, la tortura dei sospettati sono il risultato di una volontà democratica». Parole terribili: forse ancor più dure perché scritte senza rabbia e senza speranza. In tutto il libro non c’è una frase su Obama perché Coates crede che il problema non sia alla casa Bianca. In 200 pagine non troverete mai l’espressione “i bianchi” ma «persone sicure di essere bianche»: credono di esserlo anche contro ogni evidenza.

Se leggerete questo libro non dimenticherete la morte di Prince Jones. «I verbi prevalgono sui sostantivi» spiega Coates ed è giusto che un giornalista scriva così. Ma ci sono momenti in cui brividi e lacrime sgorgano dalle pagine più asciutte.

(*) Questa mia recensione è uscita – al solito: parola più, parola meno – qualche giorno fa sul quotidiano «L’unione sarda». Il libro di Ta-Nehisi Coates è bellissimo, importante: ben felice dunque se qualcuna/o tornerà a parlarne in “bottega”. Intanto mettetelo in valigia o sul comodino: non vi deluderà. (db)

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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